Marino Casini

Nato a Isolabona, Imperia, il 29 mggio 1931
Vive la prima infanzia parte presso la nonna materna e poi in Francia dove i genitori, dopo aver lavorato negli hotel della Costa Azzurra, aprono nel 1936 ad Antibes un piccolo negozio di alimentari. Nel 1938, a causa del conflitto italo-francese, la famiglia è costretta a ritornare in Italia.
Dopo la scuola elementare e la Scuola Media Inferiore frequenta il ginnasio e successivamente il liceo “Plana” ad Alessandria…

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Prosa

Genere: Fiaba

In cima al più alto picco delle Grandi Montagne, là dove si ergeva solitario un oscuro castello, il Nano Giallo guardava con i suoi occhietti maligni la fertile pianura del regno di Marlandia che si estendeva, in basso, attorniata da argentei fiumi diretti verso il mare. Col volto reso più brutto di quanto già non fosse a causa dell’ira che lo aveva assalito per non essere stato invitato al matrimonio di re Amal e della regina Itibà, il Nano Giallo pensava al modo più raffinato per vendicarsi. Un odio feroce lo faceva fremere e digrignare i denti.

Nel minuscolo regno, intanto, in mezzo al tripudio del popolo festante, gli araldi avevano dato fiato alle trombe per annunciare l’inizio dei festeggiamenti nuziali che sarebbero durati parecchie settimane. Dai quattro angoli del mondo erano giunti senza posa i regali di nozze, tanti regali che neanche i numerosi servi riuscivano più a sistemare nelle capaci stanze del palazzo,

Confusa in mezzo alla montagna di regali, era pure giunta una scatola d’ebano, dono del Nano, ma nessuno si era premurato di aprirla e fu, quindi, con grande costernazione del Primo Ministro, cui spettava di sistemare i doni, che la scatola, cinque mesi dopo le nozze, venne portata alla regina.

Itibà, saputo che si trattava di un dono del malvagio Nano Giallo, l’aprì con un certo timore, presagendo qualcosa di infausto._Dentro, avvolta nella porpora, c’era una pergamena rossa, arrotolata, che la regina aprì con mano tremante. Ai suoi occhi meravigliati apparve il disegno di una bimba circondata da una moltitudine di uccelli e da una infinità di strumenti musicali. La bimba aveva la bocca, gli occhi e le orecchie cucite e tendeva davanti a sé le mani nell’atteggiamento di chi, trovandosi al buio, annaspa e teme di urtare un ostacolo.

La regina era rimasta perplessa e il re Amal, informato dell’accaduto, radunò a convegno tutti i maghi di Marlandia affinché svelassero il mistero della pergamena rossa.

Chiusi nella stanza delle cerimonie, discussero per giorni e fu l’Eremita delle Nevi, un saggio che abitava in una grotta delle Grandi Montagne, ad interpretare l’oscuro significato.

– Maestà, – disse con la sua voce cavernosa rivolto al re e alla regina, – maestà, un gravoso destino incombe sulla vostra unione. Il malvagio nano ha scagliato una tremenda maledizione: se vi nascerà un figlio o una figlia, su di lui o su di lei penderà costante la minaccia di diventare cieco, sordo e muto il giorno in cui ascolterà il canto di un uccello o udrà il suono di uno strumento musicale.

A quelle parole la regina Itibà era svenuta. Nessuno ancora lo sapeva, nemmeno re Amal, ma una creatura sarebbe nata entro pochi mesi. Quando il re lo seppe, interrogò a lungo l’Eremita, ma la conclusione fu una sola.

– No, maestà, non è possibile far nulla: le arti magiche del nano sono troppo forti per essere vinte. Ricordi: egli è parente del Re delle Tenebre!

Re Amal non si perse d’animo.

– Bene, – disse – se non potremo annullare i suoi malefici, potremo sempre evitare che si avverino.

Per tutto il regno di Marlandia furono subito spediti degli araldi i quali lessero al popolo il seguente proclama.

– Popolo di Marlandia, è con grande dispiacere e con profonda costernazione che noi, Amal re di Marlandia, siamo costretti ad emettere le seguenti disposizioni. Udite, udite: E’ fatto divieto a chiunque di tenere in gabbia e di allevare uccelli di qualsiasi specie. Si ordina ai cacciatori di abbattere tutti i pennuti che si trovano entro i confini del regno. Si fa divieto a chicchessia di usare strumenti musicali e si ordina che vengano bruciati tutti quelli esistenti nel regno di Marlandia. Chiunque contravverrà alle suddette disposizioni verrà per sempre cacciato dai confini regno.

La costernazione del popolo fu grande quando, per ordine del re, immense reti, alte fino al cielo, vennero tese lungo tutti i confini per impedire agli uccelli di posarsi sugli alberi e nei prati di Marlandia. Le giornate da allora sembrarono ad ognuno più lunghe e molto tristi. Nei campi, nei boschi, lungo le rive dei fiumi, i contadini nei rari momenti di riposo tendevano invano l’orecchio per ascoltare il gorgheggio di una capinera, il fischio modulato di un merlo, lo zirlo di un tordo o il dolce canto degli usignoli. Si sarebbero anche accontentati del noioso, fastidioso, ripetuto grido del cuculo. Ma tutto taceva.

A sera, poi, attorno al fuoco, nelle locande, nelle ampie sale del palazzo, non risuonavano più le canzoni melodiose, accompagnate dal suono delle mandole, dei flauti e dei violini.

– A che serve cantare – diceva la gente – se la musica non ci accompagna.

Pareva che nel piccolo regno il tempo si fosse fermato. Tra le notti, in cui tutto taceva, e i giorni, che trascorrevano silenziosi, non c’era alcuna differenza.

Gli unici a divertirsi erano gli arcieri dislocati lungo i confini, là dove le reti, solidamente piantate a terra, si innalzavano sino a toccar le nubi. Con le frecce incoccate negli archi e nelle balestre aspettavano l’arrivo di qualche aquila o qualche sparviero per saettarli senza pietà. Ma, alla lunga, anche questo divertimento cessò perché gli uccelli, timorosi dei dardi scagliati con precisione, si tennero lontani.

La principessina Kalina nacque in una radiosa giornata di sole, in mezzo ad una popolazione triste, sconsolata, dalla quale era stato bandito il riso e l’allegria. Nemmeno le feste date in suo onore valsero a rallegrare il popolo. Come poteva divertire una festa non allietata da canti, suoni e balli?

Zumin era forse quello che aveva sofferto più di tutti da quando gli araldi avevano letto il bando. Per tutto quel giorno, nascosto in mezzo ad un covone di fieno, aveva pianto amare lacrime al pensiero di doversi separare per sempre dalla sua diletta mandola.

Zumin, figlio del maestro di musica di corte, pur avendo solo cinque anni, suonava la mandola con grazia. La regina Itibà ne aveva fatto il suo paggio preferito e lo teneva sempre al suo fianco per scacciare la malinconia.

Anche la regina aveva pianto al pensiero di doversi privare di quei dolci canti e re Amal, che l’amava teneramente, aveva fatto una unica concessione: la mandola di Zumin poteva venir bruciata il giorno in cui la regina avrebbe dato alla luce il figlio. E così avvenne.

Mentre Kalina nasceva, nel cortile del palazzo la mandola di Zumin era lentamente divorata dal fuoco.

Cominciarono a passare i giorni, i mesi, gli anni. La principessina cresceva bella, radiosa come una aurora, tutta contornata dall’amore del suo popolo il quale, al solo vederla, dimenticava di vivere in un mondo non allietato dal canto degli uccelli, privo di musica e di canzoni. Ma, ormai, col passar del tempo, ognuno aveva dimenticato la gioia che poteva dare il canto di quei batuffoli di piume colorate o il dolce struggimento che nasceva dagli accordi di raffinati strumenti di cui si andava lentamente affievolendo il ricordo.

Un freddo inverno Zumin, mentre attraversava un bosco in cerca di legna, sentì provenire dal cavo di una quercia uno strano suono. Si avvicinò titubante e, infilata una mano dentro il tronco, ne trasse un batuffolo bruno-rossiccio. Era un animaletto tutto spaurito, tremante dal freddo, il quale pigolava dolcemente.

A Zumin parve vagamente di ricordare di aver visto qualcosa di simile nella sua primissima infanzia. Suo padre gli aveva detto che si chiamava usignolo. Ma era passato tanto tempo e il ricordo era molto sbiadito. Il ragazzo rigirò a lungo quell’esserino tra mani, chiedendosi da dove fosse arrivato. Alla fine, impietosito, se lo mise in tasca al caldo e si avviò verso la reggia nella speranza di incontrare Kalina. La trovò nella stanza dei ricevimenti, intenta a trastullarsi con bambole e orsacchiotti. Faceva un dolce tepore là dentro e Zumin si tolse il giacchettino, lo pose vicino al fuoco e si sedette a fianco di Kalina per osservarla giocare.

Non passò molto. Riscaldato dalle fiamme brillanti nel camino e avvolto dal calore che gli ridava vita, l’usignolo, traendo il capo fuor dalla tasca, cominciò a diffondere per l’ampio salone una cascata di trilli e di gorgheggi che, rimbalzando per tutte le pareti, si moltiplicarono all’infinito.

Kalina alle prime note si era rizzata in piedi, stupita e aveva ascoltato estasiata quel canto melodioso; poi, all’improvviso, mentre i gorgheggi si facevano più armoniosi, lanciando un alto grido, era caduta a terra svenuta. Alle grida di Zumin erano accorsi i servi, poi il re e infine regina. . Kalina era rimasta come morta per tre giorni e al suo risveglio, con immenso dolore, tutti i presenti avevano potuto constatare che la predizione dell’eremita si era avverata.

La principessa cieca, sorda e muta, brancolava per la stanza tendendo le braccia e piangendo senza singhiozzi. Zumin, distrutto dal dolore per essere stato la causa involontaria della disgrazia e deciso a trovare la morte, era fuggito attraverso i boschi, lontano dalla reggia e da Kalina che aveva tanto amata,. Ma nemmeno la morte l’aveva voluto.

Per anni aveva vagato per contrade ostili attendendo a mille lavori, i più umili e i più pericolosi, per espiare il suo errore. Non era però solo in questo suo vagabondare: l’usignolo, quasi conscio di essere stato la causa principale della disgrazia, non l’aveva più abbandonato e, pur avendo cessato di cantare, seguiva il giovane dovunque andasse.

In tutti quegli anni il giovane aveva spesso avuto notizie della principessa. Non passava giorno che qualche cantastorie non rievocasse la vicenda di Kalina, descrivendone la bellezza, la grazia ed esaltandone la bontà.

Un giorno, stanco del lungo peregrinare, Zumin decise di riprendere la via di Marlandia per gettarsi ai piedi della principessa e per chiederle perdono. Anche la nostalgia lo spingeva sulla strada del ritorno, la nostalgia e il segreto desiderio di fare qualunque cosa per aiutare l’amica della sua infanzia.

In compagnia dell’usignolo camminò per settimane attraverso boschi paurosi e deserti infuocati, finché non si trovò ai piedi della Grandi Montagne. Lassù, oltre le nubi, c’era l’Eremita delle Nevi. Il vecchio saggio aveva svelato il mistero della pergamena rossa e la custodiva in una grotta di ghiaccio, aperta a tutti i venti che, a quelle altezze, soffiavano furiosi.

Zumin, tenendo l’usignolo al caldo in una tasca, affrontò le balze impervie e i ghiacciai eterni spinto da uno strano presentimento. Chissà, forse l’Eremita aveva scoperto qualche antidoto alla maledizione gettata dal Nano Giallo sulla principessa.

Ma l’Eremita non aveva scoperto nulla. Accolse benevolmente Zumin nel suo gelido antro e gli chiese:

– Che cerchi qui, o mio giovane amico?

– Solo un poco di speranza, saggio.

– Questa è una cosa che non potrò mai darti, Zumin. Non si può dare ciò che uno già possiede e che non potrà mai morire.

– Ma io l’ho perduta. Ho girato per tutte le contrade del mondo alla ricerca di qualcosa per poter guarire Kalina, mi sono persino inginocchiato davanti al Nano Giallo nella speranza di ottenere un briciolo di pietà, ma mi rise in faccia e poi, facendomi cacciare dai servi, mi disse “Va’, va’, piccola pulce, potrai girare il mondo intero, non troverai nulla. Ciò che cerchi è solo nella pergamena”. Ecco perché, o saggio, sono venuto da te. Sei sicuro di aver interpretato bene i disegni?

– A lungo li studiai e comunque li considerassi, mi davano sempre la stessa risposta. Ma io sono vecchio e forse non so più ragionare. Ti darò la pergamena: cerca tu. Forse col tuo cuore giovane potrai trovar qualcosa.

Si avvicinò ad una fessura ricavata in una roccia, ne trasse la cassetta d’ebano, l’aprì e porse la pergamena rossa a Zumin. Il giovane la srotolò e i disegni gli apparvero nitidi, ma incomprensibili.

Eppure il nano aveva detto che la verità era nascosta nella pergamena e a lui, sulle rive del Gange, un santone aveva detto:

– Figliolo, la verità potrà forse offendere, ma mai fare del male.

Allora perché Kalina era cieca, sorda e muta?

Passò tutto il giorno a studiarla, poi un altro, poi un altro ancora. I disegni rimanevano muti. La bambina disegnata sulla pergamena, con gli occhi, la bocca e le orecchie cucite gli ricordava dolorosamente la principessa. E poi tutti quegli uccelli e tutti quegli strumenti musicali disegnati lo ossessionavano. Ricordò la sua mandola: l’aveva bruciata il giorno in cui Kalina era nata e poi, col passar del tempo, se l’era dimenticata del tutto. Chissà se sarebbe mai riuscito a suonarne un’altra! A malapena ricordò come era fatta. La cercò tra i disegni della pergamena in mezzo agli strumenti musicali. Strano, non c’era! Cercò meglio e si accorse che non solo mancava la mandola, ma mancavano pure tutti gli altri strumenti a corda. Strano!

L’usignolo dalla tasca pigolò flebilmente.

– Povero amico mio, – mormorò Zumin – vedi anche tu sei disegnato su questa maledetta pergamena.

– Dove? – sembrò chiedere il pigolìo.

Zumin cercò l’immagine dell’usignolo tra le centinaia di uccelli disegnati, ma non lo trovò. Ancora più strano! Perché mancavano gli strumenti a corda e l’usignolo?

E a poco a poco una assurda, incredibile idea cominciò a prendere forma – Ma sì, sì, è così! – gridò d’un tratto e la grotta tutta rimbombò, mentre i bianchi picchi delle montagne circostanti rimandarono l’eco all’infinito: “Sì, sìì. sììì è cosììììì!”

Zumin corse a perdifiato giù per le balze innevate, seguito dall’usignolo il quale, volandogli attorno, pareva contagiato dalla sua gioia. Arrivò alla vecchia casa di suo padre, ormai cadente dopo tanti anni di abbandono, e si precipitò in soffitta. Se n’era ricordato all’improvviso: in un angolo, sotto un mucchio di cianfrusaglie, c’era il liuto che suo padre usava, forse l’unico strumento in tutto il regno di Marlandia sfuggito alla distruzione di tanti anni prima. Il giovane prese lo strumento, controllò le corde, le tese, le accordò e corse a palazzo.

– Ma come puoi pensare di guarire Kalina con la musica, Zumin, se non ti può vedere né sentire – gli disse la regina con le lacrime agli occhi, dopo che il giovane le ebbe spiegato la sua idea.

– Abbi fiducia, o mia regina. Conducimi da tua figlia e l’amore che io le porto mi suggerirà il modo.

La bella Kalina, col viso color melograno, i capelli biondi sciolti sulle spalle come una cascata di sole, se ne stava immobile, seduta accanto alla finestra, tutta circonfusa in una aureola di luce. Al vederla Zumin si sentì stringere il cuore. Si sedette accanto a lei e, con l’usignolo posato in cima al liuto, cominciò a suonare. Una dolce, incerta melodia si diffuse all’intorno. Dopo i primi, timorosi tocchi, le mani e le dita di Zumin acquistarono sicurezza e, risvegliandosi da un lungo sonno, corsero agili e veloci sulle corde, toccandole, sfiorandole, pizzicandole, facendole vibrare e traendone suoni così dolci che la gente si fermò sotto le finestre del palazzo, rapita in estasi. Da anni nessuno aveva più sentito uno strumento suonare.

Ma la principessa rimaneva insensibile.

– Oh, mio Dio, come posso fare? – esclamò il giovane angosciato.

A quelle parole l’usignolo, rimasto in silenzio ad ascoltare la musica del suo amico, parve ridestarsi all’improvviso. Volò sulla spalla della principessa e, accostato il piccolo becco alle labbra della fanciulla, cominciò a cantare con la sua voce melodiosa. Le note gli uscivano di gola ora alte, ora basse e il trillo, dopo essere sceso, saliva di intensità, raggruppando le note in una ampia catena di suoni. Con i leggeri tocchi del becco l’usignolo pareva volesse far partecipe Kalina del suo canto, costringendola a seguire con le labbra i trilli e i gorgheggi.

Zumin allora capì. Afferrate le mani della principessa, le posò sulle corde del liuto che prese a far vibrare seguendo la melodia dell’usignolo.

La principessa rimase dapprima insensibile, quasi non avvertisse nulla. Poi, all’improvviso, cominciò a tremare tutta. La musica penetrava in lei per vie sconosciute, attraverso le dita, attraverso le labbra, e le giunse al cuore.

Gettando un alto grido, cadde svenuta. Quando si riprese, girò attorno lo sguardo trasognato e poi, rivolgendosi al giovane e all’usignolo che la guardavano trepidanti, disse:

– Grazie, Zumin, grazie, dolce batuffolo di piume per avermi guarita. La tua musica, Zumin, e il tuo canto, – aggiunse passando un dito sul capo dell’usignolo – hanno sciolto ogni malìa e mai più vorrò privarmene.

Con l’usignolo sulla spalla e tenendo il giovane per una mano, si affacciò al balcone per salutare tutto il popolo di Marlandia che, radunato davanti al palazzo, urlava la sua gioia al cielo lontano.

Genere: Leggenda ligure

Molti anni fa, al termine di un lungo filare di viti, nacque un grappolo d’uva bianca. Aveva molti acini smeraldini, succosi, dalla pelle vellutata e liscia.Mamma Vite, come era solita fare ad ogni stagione, aveva dato a tutti i chicchi un nome diverso, ma quell’anno i chicchi erano troppi e così, rimasta a corto di nomi, l’ultimo lo chiamò semplicemente Acino o meglio Cino.Mamma Vite era l’ultima pianta di un lungo filare di sue coetanee e cresceva vicina ad ulivo dal tronco rugoso e dalle foglie di color verde-argenteo.Un mattino Cino, guardando verso l’alto, vide pendere, appesa ad un esile ramo, una bella oliva verde, tonda, panciuta, liscia come lui.

– Ciao, come ti chiami? – le chiese salutandola

-..Mi chiamo Olivia e tu?

– Io, Acino: Cino per gli amici.

A Cino Olivia piacque subito e fu un amore a prima vista. Anche Olivia non fu insensibile all’amore di Cino e così l’estate trascorse per i due in un colloquio continuo, fatto di dolci parole, miste a sguardi adoranti.

Ma poi venne ottobre. Un mattino Olivia, dall’alto del suo ramo, vide un gruppo di donne e di uomini in fondo al filare, muniti di cesti e di cesoie.

– Cino, chi sono? – chiese incuriosita.

Purtroppo Cino sapeva chi erano; glielo aveva detto sua madre pochi giorni prima. “Tra poco, figlio mio, verranno molti uomini e donne a prendere te e i tuoi fratelli. Vi metteranno in grossi cesti, poi in capaci tini dove verrete pigiati e di voi rimarranno solo gocce d’oro, dolci, profumate. Un nettare prelibato che sarà conservato in bottiglie”. Tutto questo Cino spiegò a Olivia che lo ascoltò col cuore sospeso e angosciato.

– Allora non ti rivedrò più?

Cino non le rispose. Aveva voglia di piangere.

– Addio! – disse Olivia, vedendolo cadere in una cesta. – Addio! – ripeté piangendo.

Per Olivia passarono giorni tristi, interminabili. In un giorno freddo di fine novembre vide avvicinarsi al suo albero alcuni uomini muniti di lunghe pertiche e di ampie reti.

– Chi sono? – chiese alla madre.

– Sono uomini venuti per scuotere i miei rami con quelle pertiche – rispose la madre. – Voi cadrete tutte nelle reti; sarete raccolte nei sacchi, gettate in una macina e frantumate da grosse ruote di pietra. Di voi rimarranno gocce dorate, profumate, tanto preziose da essere conservate in bottiglie.

– Com’è capitato a Cino? – volle sapere Olivia, colta da una improvvisa speranza. Mamma Ulivo annuì.

E la speranza divenne realtà.

Trasformata in poche gocce e chiusa in una bottiglia, un giorno Olivia venne sistemata sul ripiano di un negozio, proprio a fianco di una bottiglia di vino. Pensò a Cino e, guardando attraverso il vetro, le parve di vederlo. Lo chiamò con ansia. Sì, era proprio lui! Anche Cino l’aveva subito riconosciuta e la salutava con gioia.

Così il colloquio interrotto mesi prima, riprese.

Un mattino una giovane donna si fermò vicino allo scaffale e cominciò a guardarsi attorno.

– Oh, che sciocca! – disse, vedendo le due bottiglie. – Per poco non dimentico l’essenziale per cuocere il pesce come piace a mio marito!

Prese le due bottiglie e le ripose nel carrello.

– E adesso che succederà? – chiese Olivia a Cino
Successe la cosa più bella che potessero immaginare e sperare. Giunta a casa, la donna mise in un tegame un trito di cipolle, prezzemolo, aglio, lo cosparse abbondantemente di olio in cui si trovava Olivia, vi aggiunse un pugnello di pinoli pestati assieme a due acciughe spinate e vi posò sopra le fette di pesce. Fece rosolare il tutto e poi, prima di mettere il tegame nel forno, bagnò il pesce con tre bicchieri di vino bianco dove si trovava Cino.
Finalmente, avvolti dal calore del forno, i due innamorati poterono abbracciarsi e fondersi assieme per offrire tutto il loro gusto e il loro profumo al pesce che cuoceva allegramente.

© 2005 M. Cassini

Genere: Leggenda nordica sul Natale

Una furiosa tormenta di neve era scoppiata proprio nel giorno più corto dell’anno, quando la pallida luce solare durava pochissimo. Da tre giorni la tormenta non accennava a calmarsi, ma nessuno all’interno dell’igloo di Titarti se ne curava. In quell’ambiente circolare, protetto tutto all’intorno da pelli di orso e di foca, le emozioni si erano susseguite con ritmo frenetico. Dapprima la bianca stanza in cui viveva tutta la famiglia era stata pervasa dalla gioia dopo che Kasiak aveva dato alla luce un bel maschietto. Nel vederlo sgambettante, posato su una morbida pelle d’orso, sul volto solitamente corrucciato di Titarti si era disteso un largo sorriso.

“Un maschio finalmente! – aveva subito pensato. – Braccia su cui in futuro la famiglia potrà contare”. Lo aveva preso tra le mani e lo aveva alzato verso l’alto come la tradizione voleva. Poi, a voce alta, aveva esclamato:

– Pupliluk! Ecco, gli darò il nome di Pupiluk, come mio nonno!

Quel giorno nell’igloo di Titarti si stava stretti perché da tutte le parti erano giunti parenti e amici a portare doni per il neonato e per la madre. Ma poi le cose non erano andate come previsto e alla gioia erano subentrati il timore, l’ansia, la preoccupazione.

Il giorno successivo a quello della nascita Pupiluk si era rifiutato di succhiare il latte materno. E la linfa vitale che da Kasiak avrebbe dovuto riversarsi nel figlio si era interrotta.

– Chiama lo sciamano. Lui saprà che cosa consigliare, – aveva subito suggerito la suocera.

– Che vuoi che se ne capisca lo sciamano! – aveva risposto cupamente l’uomo. Titarti non aveva mai creduto nelle arti magiche di quell’individuo anziano che viveva alle spalle di tutti solo perché aveva ereditato, si diceva, qualche potere dai suoi antenati. Ma per accontentare la suocera e la moglie che piangeva, lo aveva fatto venire.

Lo sciamano era venuto con tutti i suoi ammennicoli; aveva sparso per terra tutto attorno a Kasiak ossicini di foca e amuleti di varia foggia; aveva acceso una specie di minuscolo lume con olio di foca che mandava attorno un fumo puzzolente (“Serve a cacciare gli spiriti”- disse) e infine con grasso di balena aveva unto la fronte del piccolo Pupiluk, la sua boccuccia e il seno di Kasiak. Ma a nulla erano valse tutte quelle operazioni e tanto meno le parole misteriose che avevano accompagnato il rito.

– L’ombra del giorno più corto dell’anno continua a soggiornare su questa casa, – aveva concluso dopo aver visto inutili i suoi sforzi. – Devi allontanarla. Tu preghi poco i nostri dei, Titarti. Tu devi invocarli, – gli aveva ordinato lo sciamano. E poi aveva aggiunto: – E per guarire tuo figlio dovrai sacrificare loro il tuo cane più giovane.

Titarti aveva ascoltato lo sciamano, lo aveva ricompensato, come esigeva la tradizione, donandogli una pelle di renna e alcune statuette in osso da lui scolpite con perizia e pazienza. Quando se ne fu andato, non fece alcun commento e tanto meno ribadì la sua sfiducia in quell’uomo: avrebbe inutilmente allarmato la sua famiglia.

Quanto poi a sacrificare agli dei uno dei suoi cani non ci pensò neppure. I cani facevano parte della famiglia ed erano per lui un aiuto indispensabile per la sopravvivenza in quella terra sempre ghiacciata. No un cane no! E poi, non capiva come la morte di un cane potesse costringere suo figlio a succhiare il latte. Assurdo!

Pensò solamente di lasciar trascorre un altro giorno. Forse si trattava di un malessere passeggero e Pupiluk avrebbe ripreso succhiare. Il giorno passò e il neonato con gli occhi socchiusi continuò a rimanere inerte, appoggiato al petto di Kasiak.

La vecchia suocera, biascicando le parole, perché la sua bocca era completamente sdentata a causa delle molte pelli di animali uccisi da lei masticate coi denti per ammorbidirle, suggerì:

– Si dice che in paese abiti una donna molto saggia. Usa sistemi diversi dal nostro sciamano. Dicono che abbia salvato molti bimbi e so per certo che ha salvato la vita della figlia di tua sorella, quando fu colpita da quella strana malattia che la faceva deperire. Perché non portate il bimbo da lei?

– Il paese è lontano molte miglia, madre, e con la tormenta che sta soffiando e non accenna a placarsi, non ce la faremmo mai a raggiungere il paese.

Titarti, curvo, si aggirava nello stretto spazio dell’igloo, torcendosi le mani.

– Marito mio, – si decise ad un tratto Kasiak – non crederai che io guardi mio figlio morire senza tentar nulla! Se quella donna in paese ha salvato la figlia di mia sorella, io andrò da lei. La tormenta non mi spaventa.

E, senza più tergiversare, cominciò a sistemare il bimbo in una specie di comodo sacco a pelo e a indossare una pesante pelle d’orso.

A Titarti non rimase che preparare la slitta, imbrigliare i cani che se ne stavano accucciati al riparo nel lungo tunnel di neve che permetteva di uscire dall’igloo.

Quando Kasiak col figlio tra le braccia fu sistemata sulla slitta, avvolta in un mucchio di pelli per tenere lontano il freddo pungente, e Titarti fece schioccare la frusta, parve che la tormenta cominciasse a placarsi. Il viaggio sarebbe durato ore e l’uomo pregò che il tempo non peggiorasse, altrimenti avrebbero corso il rischio di perdere l’orientamento e di smarrirsi in quel deserto di ghiaccio.

Ma le preghiere non andarono a buon fine perché, cambiando improvvisamente direzione, il vento si mise a soffiare di traverso, rallentando la corsa dei cani e rovesciando nugoli di neve fresca sulla slitta. Kasiak teneva stretto a sé il figlio e gettava occhiate impaurite tutto all’intorno.

Il paesaggio era spettrale, la visibilità poca e Titarti faceva fatica a scorgere e ad evitare i i cumuli di neve ghiacciata che il vento ammassava lungo il cammino. Sebbene avesse completa fiducia nei suoi cani, cominciava a temere il peggio. Contava soprattutto su Imin, il samoiedo capomuta, un animale ottimamente addestrato. Imin possedeva un istinto infallibile che gli permetteva sempre di evitare di misura i pericoli e di aggirarli.

– Moglie, – disse ad un tratto Titarti, urlando nella tormenta per farsi sentire, – temo di essermi perduto.

– Affidati ai cani. Loro sanno dove andare – gli rispose la moglie, stringendo il bimbo con forza.

Titarti non rispose. Non c’era altro da fare: bisognava confidare nell’istinto degli animali, sebbene ci fosse sempre un limite. Infatti in quel momento la tempesta aveva raggiunto l’apice della, violenza. Il vento soffiava con insolito vigore; lampi di luce, simili a strisce infuocate, solcavano il cielo illividito e, stranamente, almeno così parve a Titarti, quelle strisce parevano dirigersi verso una sola direzione, quella verso la quale la muta dei cani trascinava la slitta. L’uomo, in passato, aveva già assistito ad un fenomeno simile. Aveva spesso visto delle aurore boreali e tute quelle luci non lo avevano spaventato. Ma quella volta avvertì una strana sensazione Anche i cani sembravano affascinati da quei bagliori intensi e si lasciavano guidare verso quell’unica direzione che i lampi in cielo indicavano.

D’un tratto, come ad un ordine prestabilito, la muta cominciò a rallentare e andò a fermarsi vicino ad un alto cumulo di neve. Ma non si trattava di ghiaccio ammassato dalla tormenta. Era un igloo isolato. Un insperato aiuto e rifugio in quella solitudine.

Forse attirato dal rumore dei cani che abbaiavano all’unisono, Kasiak e Titarti videro d’un tratto apparire, strisciando fuori dal tunnel dell’igloo, un uomo avvolto in pesanti pelli il quale, non appena vide la muta degli animali e la slitta, fece subito loro cenno di seguirlo. Non se lo fecero ripetere. Kasiak, col bambino in braccio strisciò per prima tra la neve fino a sbucare nella stanza interna dove l’accolse una giovane donna che teneva pure lei tra le braccia un bimbo molto piccolo. Dopo aver sistemato i cani al riparo all’interno del tunnel, anche i due uomini le raggiunsero.

Titarti diede uno sguardo tutt’attorno. Vide poche suppellettili appoggiate alla parete rotonda. In quella famiglia non regnava certo l’agiatezza. La donna sedeva su una morbida pelle in mezzo alla stanza e un bimbo seminudo dormiva tra le sue braccia. Dietro di lei, col dorso appoggiato al muro stava una renna dalle cui froge uscivano piccole nubi di vapore. Un grosso cane se ne stava accovacciato a destra della donna e fissava il bimbo che questa reggeva.

– Mia moglie Marik, – disse l’ospite. – Ha da poco partorito il suo primo bimbo, – continuò. – Voi siete i primi visitatori e siamo felici di avervi ospiti in un momento come questo. Io mi chiamo Gioak. Avete scelto un tempo tremendo per mettervi in viaggio! – notò Gioak. E la sua osservazione suonò come un velato rimprovero-

Ma quando vide il bimbo che Kasiak teneva stretto al petto e Titarti ebbe spiegato la ragione, non poté che approvare.

– Purtroppo la tormenta vi ha portato lontano dal paese – disse quando seppe dove erano diretti – e dovrete riposare un poco, prima di rimettervi in viaggio. Qui avrete tutta la nostra ospitalità e il mio igloo è vostro

Titarti lo ringraziò con un ampio gesto della mano

Le due donne stavano intanto parlando tra di loro. Marik aveva offerto il seno al figlio che l’arrivo degli ospiti aveva svegliato e il bimbo stava succhiando avidamente. Kasiak guardava la madre e il bimbo con una punta di invidia. Anche il suo Pupiluk si era svegliato e, pur avendo accostato la bocca al capezzolo, non lo stringeva tra le labbra. Pareva non avesse la forza di farlo

– Perché? – esclamò a voce alta quasi con rabbia. – Perché? Eppure sembra sano. Il colorito è roseo. Non capisco. Non è mai accaduto a nessuno, che io sappia. Speriamo che la donna che abita nel paese riesca a curarlo.

– E vi siete messi in viaggio con questa sola speranza?

– Che altro potevamo fare!

Per un poco più nessun parlò e, tranne il piagnucolìo di Pupiluk, non si sentiva altro suono. La spessa parete dell’igloo non lasciava penetrare alcun rumore esterno.

– Dallo a me – disse ad un tratto Titarti alla moglie. Non sopportava sentir piangere suo figlio. Lo prese dolcemente tra le braccia e cominciò a ninnarlo.

A Kasiak, che per tutto il viaggio aveva tenuto stretto al seno il figlio, dopo averlo affidato al marito, sembrò che le fosse venuto a mancare qualcosa di vitale e si voltò verso Marik. Quella capì e, sorridendo, le disse:

– Vuoi cullare il mio bimbo?

Kasiak fece cenno di sì col capo. Prese il neonato e lo strinse a sé. Era piccolo, sembrava una piuma, eppure lo sentiva gravare pesantemente sul petto. Il piccolo teneva gli occhi aperti. Erano azzurri, di un azzurro intenso, simile a quello che di rado si vedeva nel loro cielo sempre ammantato di nubi o di nebbia. Agitava le mani e tra le minuscole dita sembrava volesse racchiudere tutto il mondo. Marik le aveva detto che era nato da poco, eppure il bimbo già sorrideva. Un piccolo sorriso che pareva illuminare tutto quell’ambiente dalle pareti ghiacciate

Il cane continuava a guardarlo, quasi in adorazione, e così pure la renna, rannicchiata a terra. All’improvviso il bimbo avvicinò la bocca al seno della donna, quasi volesse succhiare. Kasiak guardò Marik come per chiedere consiglio. Da due giorni Pupiluk non aveva succhiato il suo latte e il seno turgido le doleva. Marik assentì col capo e Kasiak lasciò che il bimbo dagli occhi azzurri si saziasse da lei.

“ Dunque, – pensò – non è colpa mia se Pupiluk non mangia. Credevo che qualche spirito maligno avesse gettato su di me una maledizione, ma non è così. Il mio bimbo deve essere ammalato. Se solo riuscissimo a raggiungere subito il paese e la donna che fa i miracoli”.

Pupiluk, intanto, si era calmato. Non piangeva più. Titarti avrebbe voluto ridare il figlio alla moglie, ma in quel momento era impegnata ad allattare un bimbo non suo. E, vedendo Marik tendere le braccia verso di lui, le affidò il bimbo e rimase a guardare quelle due madri intente a ninnare l’una il figlio dell’altra.

Pupiluk pareva sentirsi al sicuro tra le braccia calde che lo circondavano e, dopo essersi guardato attorno, aprendo e stringendo le minuscole mani, cominciò a tenderle verso il petto di Marik.

Sempre sorridendo, la donna scostò la pelliccia e gli offrì il seno.

Kasiak, Titarti e Gioak guardavano

Pupiluk cominciò a succhiare. Succhiò avidamente, a lungo e poi si addormentò.

Il miracolo che Kasiak aveva desiderato e sperato si era avverato. Se maledizione c’era stata sul suo bimbo, qualcuno o qualcosa l’aveva rimossa.

Il silenzio dell’igloo fu interrotto da una voce proveniente dal tunnel. Qualcuno chiedeva di entrare. Un uomo, una donna e un bimbetto, avvolti in ampie pellicce penetrarono in quello spazio già ristretto. Tenevano dei fagotti tra le braccia.

– Abbiamo saputo. – disse la donna. – Il verso dell’orso e le luci dorate che corrono nel cielo hanno annunciato una nuova nascita e siamo accorsi per portar doni.

Posarono fagotti per terra e li sciolsero.Contenevano morbide scarpette di pelo, una pelle di foca, pesce salato, una minuscola bambola intagliata in un osso.

– Altri stanno giungendo – aggiunse il nuovo arrivato. – Quando da noi nasce un bimbo, bisogna far festa. I figli sono un dono del cielo.

Gioak li fece accomodare a terra su pelli distese. Titarti e Kasiak si accorsero che con i nuovi venuti lo spazio si era alquanto ridotto e se altri visitatori erano in arrivo, tra poco qualcuno avrebbe rischiato di dover attendere fuori dell’igloo.

Loro non erano venuti per far festa. Erano capitati per caso. Non avevano portato doni: in compenso ne avevano ricevuto uno immenso. Ringraziarono i loro ospiti e, accompagnati da Gioak, strisciarono nel tunnel e uscirono all’aperto.

Li accolse il silenzio. La tormenta era improvvisamente cessata e sebbene il cielo fosse ancora ricoperto di nubi e solcato da lampi, non tirava più alcun alito di vento. Gioak li aiutò a preparare la slitta, ad attraccare i cani, a sistemare Kasiak e il bimbo sempre addormentato sulla slitta. Poi, abbracciato Titarti, li guardò allontanarsi veloci alla volta del loro lontano igloo. Di andare in paese non c’era più bisogno.

Titarti taceva. Si limitava solo a schioccare la frusta per aria anche se non ve n’era alcuna necessità perché Imin, il samoiedo bianco, volava veloce come il vento.

– Kasiak, – domandò ad un tratto l’uomo, – siamo stati a lungo nell’igloo di Marik e nessuno mi ha detto quale nome hanno dato al bambino. Tu lo sai?

– Sì, me lo ha detto Marik: lo hanno chiamato Jesuit.

Titarti voltò il capo per guardare la strada percorsa. Una landa innevata, bianca. Uniche tracce i due solchi lasciati dalla slitta e le orme dei cani. Laggiù, in lontananza, in direzione dell’igloo di Gioak, Marik e Jesuit, si vedeva nel cielo un chiarore giallo, dorato che si andava sempre più estendendo. Sembrava una stella immensa che illuminava tutto il cielo.

© 2005 M. Cassini

Genere: Umorismo

Da quando se n’era andato in pensione il signor Poldo era solito trascorrere qualche ora della giornata nei giardini municipali, bel tempo permettendo. Aveva trovato una comoda panchina a ridosso di un platano il cui tronco era istoriato da una molteplicità di cuoricini trafitti da una freccia e circondati dai nomi degli innamorati che li avevano incisi a ricordo dei loro incontri.

Il signor Poldo amava i giovani, forse perché lui una vera gioventù non l’aveva vissuta. Mozzo a quindici anni e poi marinaio per tutta la vita. Ecco perché godeva nell’osservare gli innamorati, ma ancor più i giochi dei bambini.

Quel lunedì pomeriggio, seduto all’ombra del suo platano, guardava incuriosito una diecina di ragazzetti seduti a semicerchio sotto una magnolia dall’ampio ombrello verde, intenti ad un gioco che non riusciva a capire. Non era la prima volta che il signor Poldo li vedeva in quella posizione, ma sino a quel lunedì non se n’era mai chiesta la ragione.

Li aveva visti arrivare, confabulare tra di loro per decidere qualcosa e poi uno, evidentemente prescelto di comune accordo, s’era andato a sedere ai piedi della magnolia su una radice emergente da terra. Gli altri si erano seduti sull’erba tutt’attorno, formando un ampio semicerchio. A tratti, senza parlare, il capo che stava seduto sulla radice puntava il dito verso un compagno: quello si alzava andava al centro, girava su se stesso per guardare negli occhi tutti i presenti e poi, ad alta voce, pronunciava un numero… e tutti, quasi contemporaneamente, scoppiavano a ridere.

Il designato ritornava al suo posto e il capo, terminate le risate, indicava un altro per ripetere l’operazione.

Il nuovo prescelto si alzava in piedi, girava su se stesso per guardare tutti negli occhi, diceva un numero… e giù risate a non finire.

E non erano risate a fior di labbra, tanto per abbozzare; erano risate grasse, a tutte ganasce, di quelle da scompisciarsi e addirittura da farsi venire le lacrime agli occhi per il gran ridere o da farsela sotto.

Il Signor Poldo era stupito. Che c’era tanto da ridere nel sentire pronunciare un numero? Dove stava il divertimento? Alla fine la curiosità ebbe il sopravvento e si avvicinò al gruppetto. Pensava che lo avrebbero accettato anche perché si era accorto che i ragazzi, di tanto si voltavano dalla sua parte quasi per cogliere la sua reazione.

– Ragazzi, – disse, appoggiandosi al tronco della magnolia, – già da un po’ vi osservo e sono incuriosito dal vostro gioco. Vorreste spiegarmelo? Sapete, ai miei tempi non era un gioco conosciuto.

– Lei come si chiama? – chiese il più grandicello, quello che fungeva da capo.

– Mi chiamo Poldo.

– Vede, signor Poldo, anche noi l’abbiamo osservata spesso e abbiamo notato che lei non ha mai riso nell’ascoltare i nostri numeri. Tanto che io, in un primo momento, avevo pensato che lei fosse un tedesco. Poi ho immaginato che non conoscesse il gioco.

– Un tedesco! – esclamò il signor Poldo sempre più stupefatto.- E perché hai pensato che fossi un tedesco? Che hanno di strano i tedeschi?

– Si dice che siano tardi di comprendonio e abbiano la testa dura. – rispose. E vedendo il suo interlocutore continuare a scuotere la testa e a non capire, il ragazzetto aggiunse: – Mi spiegherò meglio con un esempio, signor Poldo. Un giorno, durante un funerale, proprio mentre il corteo funebre stava entrando nel cimitero, un tedesco al seguito del feretro scoppiò all’improvviso in una irrefrenabile risata, attirandosi gli sguardi severi di tutti i presenti. Un signore al suo fianco, gli diede una gomitata, dicendogli: “Si moderi! Le sembra questo il momento di ridere? E poi cosa trova di tanto divertente da ridere durante un funerale?” “Vede – rispose il tedesco, tentando invano di soffocare le risate – ieri sera a cena qualcuno raccontò una divertente barzelletta, ma io l’ho capita solo adesso. Ecco perché rido.” “Ma siamo ad un funerale!” “Ah, sì, – fece l’altro, guardandosi attorno. – Ebbene, vorrà dire che piangerò domani”. Ha capito, adesso perché la giudicavo un tedesco? Non l’ho mai vista ridere ai nostri numeri.

Prima che potesse rispondere, una ragazzetta del gruppo intervenne:

– Questa è nuova, capo, segno novantacinque?.

– Vada per novantacinque, Lucetta. Tutti d’accordo? – aggiunse guardando i compagni

Tutti annuirono.

Il signor Poldo continuava ad essere tra le nuvole.

– Se ho ben capito – disse dopo aver riunito le poche idee che gli erano venute, – io per voi sarei simile ad un tedesco a scoppio ritardato perché non rido quando qualcuno di voi pronuncia un numero, vero? E perché dovrei ridere! Piuttosto, mi volete spiegare perché voi ridete a crepapelle quando uno si diletta con la tavola pitagorica?

– Vede, signor Poldo, – gli rispose il capo del gruppo con l’intonazione di voce di chi vuol far comprendere qualcosa ad una persona dura comprendonio, – esistono giochi fisici, come correre, saltare, lottare, tirar calci ad un pallone, e ci sono dei giochi mentali. Il nostro è un gioco mentale. Noi abbiamo formato un club e l’abbiamo battezzato “Il club della risata”. Ognuno di noi, per entrare a farne parte, ha portato delle barzellette cui abbiamo dato un numero progressivo. Quando ci riuniamo, nominiamo un capo. Oggi è toccato a me. Il capo si siede sulla radice sporgente della magnolia, chiamata “La radice della risata”, indica uno dei presenti, quello si alza, viene in mezzo, guarda negli occhi gli amici e poi pronuncia un numero. Tutti i presenti, conoscendo già il contenuto della barzelletta abbinata a quel numero, se la ricordano e scoppiano a ridere. Molto semplice. Non c’è bisogno di usar parole, che spesso non ti vengono. Si tratta solo di pronunciare un numero e di ricordare.

Ma guarda tu che cosa hanno escogitato questi mocciosi! Ah questa sì che è una trovata divertente.’

– Sentite, – disse, – potrei partecipare anch’io al gioco, anche se non sono iscritto al vostro club?

Il capo, seduto sulla “radice della risata”, guardò presenti e tutti chinarono il capo.

– Mozione approvata, signor Poldo. Lei può partecipare. Adesso tocca a lei. Racconti pure la barzelletta.

Il signor Poldo, impettito, si pose al centro del gruppo, guardò ad uno ad uno negli occhi tutti i presenti e poi, con voce chiara, disse:

– Centododici.

E rimase in attesa delle risate… che non vennero. Stupito si voltò verso il capo, anche lui serio in volto e gli chiese:

– Perché non ridete?

– Perché sino ad oggi le nostre barzellette sono solo novantacinque. Alla centododicesima non siamo ancora arrivati.

‘Ecco perché‚ – pensò il signor Poldo – la ragazzina poco fa ha detto di contrassegnare col numero novantacinque la barzelletta sul tedesco raccontata dal capo, ancora sconosciuta a tutti i presenti. Che sciocco non averci pensato!’

– Va bene, ragazzi. Non lo sapevo – si scusò. – Mi date un’altra possibilità?

– Vada per un altro tentativo.

‘Stavolta non sbaglio – pensò il signor Poldo che ormai era entrato nello spirito del gioco. – Stavolta vado sul sicuro: dirò un numero sotto il novantacinque.’ E a voce alta, dopo aver guardato i presenti ad uno ad uno, con un sorriso sulle labbra, gridò:

– Cinquantacinque!

Silenzio di tomba. Nessuno rise, nessuno fiatò, anzi i ragazzi si guardarono l’un l’altro con una certa aria di disgusto.

– Oh bella! – fece il signor Poldo che cominciava a sentirsi come un pesce fuor d’acqua in mezzo a quei ragazzini. – Oh bella! – ripeté – perché non avete riso? Non era divertente quella barzelletta?

– La numero cinquantacinque è molto divertente, signor Poldo, – gli spiegò il capo. – Ma vede, c’è modo e modo per raccontare le barzellette. I veri artisti accompagnano sempre le parole con gesti, modulano le frasi, fanno della pause al punto esatto, gettano qui un sorriso, là un ammiccamento con gli occhi, finché non arrivano alla battuta finale. Lei, signor Poldo, ha pronunciato il numero in modo sciatto, senza metterci il cuore, senza partecipare. E’ come se lei fosse entrato in una panetteria e avesse chiesto: “Un panino, prego!” Nessuno avrebbe riso, come nessuno ha riso quando ha pronunciato quello squallido “Cinquantacinque”. No, signor Poldo, mi spiace dirlo, ma lei le barzellette non le sa proprio raccontare.

Il povero signor Poldo uscì dal cerchio e si avviò mestamente verso l’uscita del parco. Mentre si allontanava sentì uno dei ragazzini dire:

– Cinquantacinque!

Seguì una risata totale che fece ondulare persino le grosse foglie della magnolia.

© 2005 M. Cassini

Genere: Umorismo

Da quando lo avevano collocato a riposo, il signor Rossi si era dovuto cercare un hobby per occupare almeno buona parte della giornata e limitare la noia di non aver più alcun lavoro cui pensare. E l’hobby l’aveva trovato per caso, accompagnando un mattino un suo amico nella locale Pretura per una vertenza intentata contro il suo vicino di casa.

Durante le poche ore passate in aula, aveva scoperto un mondo nuovo in cui l’umanità veniva a lavare i panni sporchi e a discutere le controversie più strane. Da quella scoperta non era passato giorno che il signor Rossi non si recasse in quell’aula dove lo spingeva la curiosità e, perché no?, un morboso interesse per i fatti altrui, molti dei quali inattesi e, spesso, divertenti. Liti, controversie per futili motivi, questioni di eredità, testamenti celati o ritrovati, affitti non pagati, piccole frodi, inadempienze… tutti fatti che rientrano nella quotidianità e dei quali siamo testimoni inconsapevoli. Un minuscolo concentrato delle miserie umane esposto all’attenzione di un giudice e del pubblico presente.

Quel giorno il foglietto affisso alla porta dell’aula, in cui solitamente presiedeva il giudice Dante Richemi, non gli aveva suggerito nulla. All’ordine del giorno c’erano due cause. La prima quella di Prosdocimus Comparetti (impiegato comunale) contro Priscilla Ferri (casalinga); l’altra era la causa di Artemisia, Aspasia, Sofronia de Burgis, contessa di Montesano, contro Mauro Bacigalupo (insegnante): Decisamente i nomi strani e altisonanti inducevano a pensare a fatti singolari e, forse, anche divertenti.

Il signor Rossi andò a sedersi sulla seggiola preferita, quella vicina al calorifero e alla finestra che dava sul cortile sottostante. L’aula era insolitamente piena perché il giudice Richemi, non seguendo l’ordine del foglio affisso alla porta, costringeva i parenti, gli amici dei convocati di entrambe le cause e gli spettatori a trovarsi presenti sin dalla prima udienza. Abituato ad osservare gli spettatori, il signor Rossi notò subito il gruppo della contessa, formato da persone dal portamento austero, sussiegose e, come solitamente si dice, con la puzza sotto il naso. Un gruppo chiassoso, formato da giovani, circondava quello che doveva essere l’insegnante. C’erano poi due altri gruppi: uno formato quasi esclusivamente da donne, circondava una signora con in braccio un barboncino il quale, per nulla impaurito, si guardava attorno con occhi vivaci; l’altro comprendeva poche persone, per lo più uomini in tuta verde. Stavano discutendo attorno ad un individuo, pure lui in tuta, alto, dal viso bovino e occhi che non denotavano grande intelligenza.

La voce stentorea dell’usciere distolse il signor Rossi dall’esame consueto.

– Signori, silenzio. Entra il giudice Dante Richemi.

Seguito dal segretario con le pratiche di entrambe le cause sotto il braccio, il giudice prese posto sull’alto scranno dietro al quale, sulla parete, campeggiava una donna bendata con la bilancia in una mano e un libro nell’altra. Davanti a lui, a destra e a sinistra erano poste due pedane con sbarra. Il giudice guardò un foglio che aveva davanti e disse:

– Prego i signori Ferri e Comparetti di prendere posto. – Indicò le due pedane e, quando li vide entrambi in piedi dietro la sbarra, continuò: – Lei, signor Prosdocimus è il querelante, dico bene? – fece rivolto all’uomo in tuta verde, evidentemente a disagio.

– Sì, signor giudice

– Declini le sue generalità.

– Declino? – disse l’uomo, guardandosi attorno con occhi stupiti. – Cosa debbo declinare?

– Il suo nome, mi dica il suo nome.

– Ah sì! Il nome. Mi chiamo Comparetti Prosdocimus.

– Prosdocimus, un nome decisamente poco usato – disse il giudice Richemi la cui virtù era quella di cercare di mettere a loro agio le persone che per la prima volta venivano alla sbarra. – Chi lo ha scelto?

– Non lo so, signor giudice, io non ero presente e nessuno mi ha chiesto nulla. In seguito mia nonna mi disse che l’aveva scelto il prete mentre mi battezzava.

Il giudice guardò l’uomo col vago sospetto che volesse fare dello spirito, ma, dopo averlo ben squadrato, lo accantonò, schedandolo con l’etichetta “un po’ corto di mente”.

– Lei, signor Prosdocimus, è sposato?

– Oh sì, questo sì!

– Con prole?

– No, con Geltrude.

Nell’aula scoppiò una risata, subito zittita dai colpi di mazzuolo battuti sul tavolo dal giudice. L’uomo in tuta si voltò sorpreso verso il gruppo dei suoi accompagnatori.

– Le ho chiesto, signor Prosdocimus, se lei ha figli: la parola ‘prole’ significa figli maschi o femmine, ha capito?

– Sì,, signor giudice, ho capito. Ho un prolo e una prola.

Stavolta il giudice non batté il mazzuolo, si limitò a mettere una mano davanti alla bocca per nascondere il sorriso.

– Va bene, signor Prosdocimus, lasciamo perdere la famiglia. Mi esponga il fatto che l’ha portata qui. Mi dica perché ha querelato la signora Ferri.

– Deve sapere, signor giudice, che io sono addetto alla pulizia del Parco Comunale…

– Ah, lei è un operatore ecologico?

L’uomo si voltò verso il gruppo degli amici in tuta verde per richiedere un aiuto che non venne.

– Non lo so, signor giudice, io sono uno spazzino, non sapevo di essere passato di categoria. Comunque, spazzino o operatore ecologico, il mio compito è quello di tener puliti i viali del parco.

Al giudice tornò il sospetto che quell’individuo stesse facendo il finto tonto, ma lo accantonò di nuovo e lo lasciò continuare.

– Deve sapere che la signora Priscilla, che io conosco bene, ogni mattina viene a far passeggiare nel parco il suo Fringuellino. Fringuelino è quel coso, quel cane che tiene fra le braccia. La settimana scorsa, per la precisione lunedì dodici, Fringuellino, come al solito, ha cominciato a disseminare qua e là le sue cacchette, proprio nel viale che io avevo già pulito. Penso sia a conoscenza, signor giudice, dell’esistenza di una ordinanza comunale che ordina ai padroni dei cani di munirsi di paletta e sacchetto di plastica per raccogliere le cacche e gettarle nei bidoni. Ma la signora Priscilla non si vuole sporcare le mani, tanto c’è lo spazzino o, come ha detto lei, l’operatore ecologico. Deve sapere, signor giudice, che Fringuellino non solo ha il vizio di sporcare per terra, ma anche quello di fare la pipì ai piedi di un albero, sempre lo stesso. Per caso, quel mattino, avevo ammonticchiato foglie e rami caduti durante la notte proprio ai piedi di quell’albero così il cane, trovato il suo posto già occupato, si avvicinò a me e mi pisciò sui pantaloni. Sì, signor giudice, proprio sui pantaloni e così l’ho allontanato col piede. Che dovevo fare? Fringuellino, che non è abituato ad essere disturbato mentre fa i suoi bisogni, si è arrabbiato. Mi si è avventato contro, mi ha morso ad un polpaccio e mi ha strappato i pantaloni della tuta verde. Ecco, signor giudice, questo è il fatto e io voglio essere risarcito dei danni.

Il giudice si rivolse alla donna col cane in braccio.

– Signora Ferri, lei ama molto gli animali?

– Sì, molto, li amo tutti. E poi da quando il Santo Padre ha detto che anche gli animali hanno un’anima. Il mio rispetto per loro è aumentato.

– Lodevole, signora Ferri, molto lodevole. Ha altri animali in casa?

– Sì. Un gatto. Quello va molto d’accordo col mio Fringuellino; non è come il signor Prosdocimus!

– Eviti gli apprezzamenti, signora, e prosegua. Siccome chi ha commesso il danno è il cane, ma non potendo porre domande al suo Fringuellino – disse sorridendo, – mi racconti lei la sua versione dei fatti.

– Sì, è vero: lunedì dodici sono andata col cane a passeggiare nel parco…

– Lo fa spesso?

– Tutte le mattine, anche quando piove.

– Lei tiene il cane al guinzaglio?

– Fringuellino al guinzaglio! E quando mai!

– Il mattino di lunedì dodici il cane aveva la museruola?

– Signor giudice, l’ha detto il Santo Padre: gli animali hanno un’anima e come si può imbrigliare un’anima con un guinzaglio e metterle la museruola? Sarebbe un sacrilegio.

– Ho capito: era senza guinzaglio e senza museruola. Proceda.

– Dunque, Fringuellino ha fatto quello che fa sempre, ma quando ha cercato il suo albero l’ha trovato circondato da rami e da foglie messi lì appositamente dal signor Prosdocimus. Così, non potendo fare la pipì ha cercato un altro posto adatto. Che farebbe lei, signor giudice, se un bel giorno trovasse distrutto o impraticabile il vespasiano dove va solitamente a fare…

– Non divaghi, signora Ferri e proceda.

– Ebbene, il mio Fringuellino, trovando impraticabile il suo albero e vedendo le gambe fasciate di tela verde del signor Prosdocimus, le ha scelte al posto del solito tronco. D’accordo, non doveva farlo, non si trattava di un tronco, ma ragioni lei con un cane! E poi non è vero che quell’individuo si è limitato a scostarlo delicatamente con un piede, come vuol far credere. Gli ha rifilato un tale calcione da farlo ruzzolare per alcuni metri. Il mio Fringuellino è bravo, però se lo toccano si difende e ha addentato il polpaccio del suo nemico. Questo è tutto. Il mio cane si è difeso. Se non fosse stato colpito non avrebbe reagito. La sua è stata legittima difesa.

– La questione mi è chiara. Passiamo alle richieste. Lei che cosa chiede, signor Comparetti?

– Chiedo i danni e cioè il pagamento dei pantaloni strappati, delle medicine e poi il medico mi ha detto di chiedere pure l’anticipo delle spese per l’operazione di plastica alla gamba per eliminare la cicatrice. In totale voglio settecento euro. E poi chiedo anche i danni morali. Per la somma mi affido a lei, signor giudice, perché io non so quanto chiedere.

– Quali danni morali? Nella sua denuncia non si fa cenno a danni morali.

– Non c’è scritto niente perché mi sono venuti in mente solo poco fa, quando la signora Priscilla ha parlato del Santo Padre e dell’anima degli animali. Io non ci credo all’anima degli animali. Figuriamoci se gli animali hanno un’anima! Gli animali sono animali e come tali devono essere trattati. E io non accetto che qualcuno li vesta come gli uomini.

– Non capisco, – fece il giudice Richemi, guardando il signor Prosdocimus Comparetti con curiosità. – Che cosa c’entrano i cani vestiti da uomo?

– Signor giudice guardi il cane della signora Ferri, lo guardi! Ha un berretto in testa; indossa due paia di brache, uno sulle gambe davanti tenuto su da bretelle legate al collo, l’altro paio di brache ce l’ha sulle gambe di dietro, anch’esso tenuto su da bretelle legate sopra la coda. Ha un cappottino allacciato sotto la pancia e per finire le scarpe ai piedi. Quel coso è una caricatura di noi uomini; ci prende in giro, signor giudice, e io, essendo un uomo, mi sento insultato nella mia dignità e non voglio essere preso per le brache da un cane peloso. Quindi, chiedo anche i danni morali. Glielo ripeto, signor giudice, non mi piace essere confuso con un cane.

– Ma senti che razza di ragionamenti tira fuori quello lì! – sbottò la signora Ferri. – E, secondo te, in un inverno così rigido, dovrei mandare il mio Fringuellino completamente nudo?

– Ma che nudo e nudo! Quello ci ha un pelo che sembra una pecora. Vestendolo a quel modo lei insulta l’intera umanità.

– Tu insulti l’umanità con la tua ignoranza e i tuoi modi violenti e brutali.

– Signori, vi richiamo all’ordine! – intervenne il giudice. – Piuttosto, signora, veniamo ad una conclusione: lei che cosa vuole?

– Io non voglio pagar niente, né i pantaloni, né le spese mediche, né tanto meno i danni morali. Io a quello non do un soldo.

– Bene: le vostre pretese sono chiare. Mi ritiro per deliberare.

Seguito dal segretario, il giudice si allontanò e scomparve dietro una porticina. La sua partenza scatenò una ridda di discussioni e la formazione, come sempre, di due partiti contrapposti. Ma c’era pure chi, come il signor Rossi se la rideva allegramente per la piega presa dalla causa e per la sua singolarità. Era curioso di sentire il parere del giudice Richemi.

La pausa fu breve e il giudice rientrò seguito dal segretario.

– Il fatto accaduto lunedì dodici – esordì – rientra negli articoli 2052 e 2056 del Codice Civile, riguardanti i danni cagionati da animali e la valutazione dei danni stessi. Rientra pure nelle Norme di comportamento e di igiene emanate dal Comune in merito alla custodia degli animali portati all’esterno delle abitazioni. L’ordinanza comunale stabilisce che i cani, portati in luogo pubblico, devono essere tenuti a guinzaglio e devono essere muniti di museruola. Dette norme prescrivono pure che il possessore degli animali deve provvedere alla rimozione delle loro feci, usando una apposita paletta e riponendole in un sacchetto di plastica che deve essere gettato nei contenitori all’uopo destinati dal Comune. L’articolo 2052 del Codice Civile prescrive che il proprietario di un animale è responsabile dei danni da esso cagionati, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo provare il caso fortuito, mentre il successivo articolo 2056 dice che al danneggiato compete un risarcimento. Detto risarcimento, vedi l’articolo 1226, è liquidato dal giudice in misura equitativa quando non se ne possa provare l’esatto ammontare. Vi è chiara la legge? – chiese il giudice guardando i due convenuti.

Nessuno dei due rispose. Si limitarono ad un cenno di capo. Solo Fringuellino, stupito del silenzio che regnava nell’aula dopo il rientro del giudice, si mise ad abbaiare furiosamente.

– Signora Ferri, lo faccia tacere! A protestare c’è sempre tempo – aggiunse sorridendo. – Pertanto, essendo documentato negli atti che Fringuellino quel giorno era privo di guinzaglio e di museruola, che innaffiò di pipì i pantaloni del signor Comparetti e che lo morse ad un polpaccio… lo ammetto, signora Ferri, – disse il giudice, vedendo che la ‘mamma’ di Fringuellino stava per protestare, – il barboncino fu provocato dal signor Prosdocimus il quale lo allontanò col piede, provocandone la reazione.

– Gli diede un calcione così tremendo da farlo ruzzolare per alcuni metri! – non poté trattenersi dal dire la donna, tenendo Fringuellino che abbaiava a più non posso.

– Diciamo pure un calcio per il quale l’animale non riportò alcuna ferita, mentre la sua reazione procurò danni al signor Comparetti. Pertanto, io la condanno a risarcire all’operatore ecologico l’equivalente del prezzo dei calzoni strappati oppure a comperargliene un paio nuovo e la condanno pure a pagare la multa prevista dal Regolamento comunale per chi non applica le norme relative alla custodia degli animali. Dispongo inoltre che nulla è dovuto al signor Comparetti per le spese mediche di cui non c’è traccia nella denuncia in quanto sostenute dall’assistenza mutualistica di cui ogni impiegato o operatore comunale gode. Per quanto, infine, concerne i presenti danni morali richiesti dalla controparte, li ritengo totalmente inesistenti e fuor d’ogni logica in quanto nulla vieta al padrone di un animale di ‘vestirlo’ come meglio crede. Semmai a protestare dovrebbe essere l’animale, se ne avesse le possibilità. Quanto poi al possesso dell’anima è cosa che esula dai compiti di questa corte. Così ho deciso. Il caso è chiuso.

Diede un colpo di mazzuolo sul tavolo, si alzò e si ritirò nello studio per preparare la seconda causa che si sarebbe discussa di lì a poco.

I signori Ferri e Comparetti si ritirarono in silenzio, seguiti dai rispettivi parenti e amici. L’unico a protestare fu Fringuellino, ma essendo tutti i presenti incapaci di capire il linguaggio canino, nessuno seppe mai che cosa disse.

Quando il giudice riprese l’udienza, l’aula era semivuota; gli ultimi rimasti si erano divisi in due gruppi distinti e separati: quello composto da signori austeri, compassati e da signore ingioiellate e l’altro formato da persone più dimesse e da una ventina di ragazzi vocianti i quali facevano cerchio attorno ad un uomo di circa trentacinque anni in giacca e cravatta scura.

Il giudice li guardò entrambi al di sopra degli occhiali e poi, fatto un cenno al segretario, attese che questi leggesse i nomi delle due parti in causa e il motivo della contesa.

– Nell’odierna udienza – disse il segretario all’uditorio fattosi di colpo silenzioso – sono stati convocati i signori Artemisia, Aspasia, Sofronia de Burgis, contessa di Montesano, querelante, e l’insegnante Mauro Bacigalupo, querelato. Motivo del contenzioso: offese e ingiurie verbali.

I due convocati si avvicinarono alla rispettiva sbarra. La donna, ingioiellata, vestiva un abito austero, una pelliccia di visone e teneva in testa un cappello a larghe tese, contornato da un nastro. L’uomo vestiva un abito scuro, indossato per l’occasione e nel quale doveva sentirsi a disagio. La cravatta poi doveva essere per lui un supplizio, tanto che spesso faceva l’atto di sciogliere il nodo, desistendo all’ultimo momento.

Il giudice scartabellò tra le carte e poi diede inizio al dibattito.

– A lei la parola, signora de Burgis …– disse.

– … signora contessa de Burgis, prego, – lo interruppe la donna, correggendolo e guardandolo a testa alta.

– Signora de Burgis, – le rispose il giudice Richemi, evidentemente seccato per la precisazione richiesta, – sulla parete, alle mie spalle, c’è la raffigurazione di una donna con una bilancia in mano i cui piatti si trovano allo stesso livello. E’ la loro posizione a dirmi di usare equità anche nel linguaggio. Nel rivolgermi a tutte le persone che nel tempo si sono avvicendate a quelle due sbarre, le ho sempre apostrofate usando solo i vocaboli di – ‘signore e signora’ e questo perché su quei piatti della bilancia i titoli non hanno né valore né peso. Ma proprio perché non hanno peso, se a lei è gradito essere chiamata ‘signora contessa’, ebbene, per pura cortesia nei suoi confronti, la chiamerò così. Quindi, signora de Burgis, contessa di Montesano, esponga i fatti che l’hanno spinta a querelare l’insegnante Bacigalupo.

– Nel mio caso, signor giudice, – lo interruppe il professor Bacigalupo, – usi pure il semplice ‘signore’.

– Ecco, signor giudice, – cominciò a spiegare la donna – lei deve sapere che da anni dirigo l’Associazione Culturale “De Burgis”, creata da mio bisnonno. L’Associazione si occupa della cultura così carente in questa città, – precisò lanciando uno sguardo ironico al professor Bacigalupo – e bandisce ogni due anni un concorso per premiare la miglior tesi di laurea discussa nell’università cittadina. Alla premiazione segue sempre un simposio al quale possono presenziare solo persone munite di invito personale. Si dà il caso che all’ultimo simposio fosse presente anche il signor Bacigalupo, senza essere stato invitato né da me, né dal mio segretario. Ebbene, durante la conversazione con alcuni convitati il signor Bacigalupo si è arbitrariamente intromesso, rivolgendomi una tale sequela di ingiurie da costringermi a querelarlo per diffamazione. Io non posso ammettere e non tollero che davanti ai miei amici, al sindaco, al pretore, al cardinale e ad altre autorità cittadine venga lesa la mia dignità e si venga meno al decoro che da sempre ha contrassegnato il Palazzo de Burgis, sede dell’Associazione.

– Che cosa le disse di tanto grave il signor Bacigalupo?

– Devo proprio dirlo?

– Contessa de Burgis, è lei la querelante. Io ho già letto gli atti depositati e sono al corrente dei fatti. Il pubblico no. Ora, trattandosi di udienza pubblica, lei deve precisare chiaramente la sua accusa.

La contessa de Burgis era a disagio. Non aveva previsto di dover ripetere le parole pronunciate dell’insegnante nei suoi confronti. Sarebbe stato come renderle di dominio pubblico e ogni persona presente avrebbe potuto riferirle ad altri, aumentando così la conoscenza di un fatto increscioso e lesivo della sua dignità. Tutti avrebbero riso alle sue spalle. Ma di fronte alla richiesta del giudice, non poteva esimersi.

– Ha detto, – spiegò, abbassando volutamente la voce in un impercettibile sussurro, – ha detto: “vecchiabertucciadalculorossospelacchiatopiùignorantediun asino”.

– La invito, signora contessa, ad essere più chiara e ad alzare il tono della voce. Nessuno ha capito le sue parole.

– Ha detto – gridò quasi la donna, evidentemente adirata per essere costretta a ripetere, – mi ha chiamato “ vecchia bertuccia dal culo rosso e spelacchiato più ignorante di un asino”. Ecco quello che ha osato dire!

Nell’aula si levò qualche risolino dalla parte dei giovani presenti, subito sedato da una severa occhiata del giudice.

– Si è chiesta la ragione di quell’insulto?

– Me la sono chiesta e non l’ho trovata.

– Durante il suo colloquio con le persone presenti al fatto, accennò o fece il nome del Bacigalupo?

– No, non lo conoscevo neppure. E, le ripeto, non l’avevo invitato. Certe persone non entrano nel mio circolo e non fanno parte del mio entourage!

– Cos’è successo in seguito!

– Non lo so perché mi sono sentita male e sono svenuta.

Il giudice Richemi fece una breve pausa per guardare gli atti e poi si voltò verso il querelato.

– A lei la parola, signor Bacigalupo: esponga la sua versione dei fatti

– Debbo ammetterlo, signor giudice, il riassunto dell’accaduto fatto dalla contessa de Burgis è esatto e non posso minimamente contestarlo. Anche le parole attribuitemi sono quelle da me pronunciate, in un momento di rabbia, durante quel simposio. Effettivamente all’assegnazione del premio e al successivo simposio non ero stato invitato e la mia presenza fu del tutto casuale. Il preside della scuola presso cui insegno, non potendo intervenire per precedenti impegni, mi pregò di sostituirlo dandomi il suo invito. Per quanto concerne la mia reazione, la contessa de Burgis afferma di non sapersela spiegare. Cosa di cui dubito, a meno che non abbia totalmente dimenticato il colloquio con i suoi amici e le parole da lei pronunciate. Vede, signor giudice, io sono per natura schivo e cerco di non partecipare alle discussioni. Ho le mie idee e non le cambio perché altri pensano in modo diverso. Anche quel giorno me ne stavo appartato dietro una tenda, vicino alla finestra. Poco distante da me si era formato un gruppo di persone in compagnia della contessa. Discutevano di scuola, di insegnamento, di professori. La questione mi interessava e non potei fare a meno di seguire i loro discorsi. Parlavano di docenti universitari, sostenendo che, una volta ottenuta la cattedra, non leggono più un libro e vivono di rendita su quelli letti. Scesero poi ad analizzare i professori delle scuole medie superiori e inferiori definendoli degli ignoranti patentati la cui cultura non va al di là di una infarinatura generale. Non sto a ripetere i pareri e i commenti sugli insegnanti delle scuole elementari. Erano i soliti luoghi comuni e, come di consueto, avrei applicato la frase dantesca, modificata “non ti curar di lor ma ascolta e passa”, se la contessa de Burgis non avesse rincarato la dose dicendo: “tutti gli insegnanti sarebbero dei fannulloni perché per nove mesi all’anno lavorano poche ore al giorno e per gli altri tre riposano. E sono pure pagati per questo. Probabilmente oggi sapessero insegnare se avrebbero studiato da giovani con più passione”. Signor giudice, se lei chiede ai miei allievi, molti dei quali sono qui presenti, come la penso sulla grammatica, sui verbi e, in particolare, sull’uso dei congiuntivi e dei condizionali, capirebbe la mia reazione. Quei sarebbero, sapessero e avrebbero pronunciati dalla contessa mi fecero accapponare la pelle e salire l’adrenalina sino alle stelle. Non me la sono sentita di tacere e ho reagito con quell’insulto. E’ più forte di me: nel linguaggio i congiuntivi e i condizionali sono una cosa sacra. Questo è tutto, signor giudice.

Il giudice guardò la contessa e il professor Bacigalupo, cui rivolse anche un leggero sorriso di simpatia, subito smorzato.

– Bene, signori. Avendo già preso visione degli atti e ascoltato le parti, non credo vi sia altro da aggiungere. Il caso è chiaro. Signora contessa, ora che abbiamo ascoltato il signor Bacigalupo ammettere pubblicamente la sua colpa, le domando: che cosa chiede a risarcimento del danno morale da lei subito?

– Chiedo, – disse altezzosamente la contessa – chiedo ed esigo l’applicazione della legge in vigore presso i miei avi, il cui albero genealogico risale sino alla Crociate, e cioè che il reo confessoso inginocchiasse di fronte all’offeso e chiedesse scusa pubblicamente. Solo così l’onta alla dignità del mio casato sarà lavata e io mi riterrò soddisfatta.

– Signora de Burgis, contessa di Montesano, nel medioevo un’altra contessa, Matilde di Canossa, costrinse all’umiliazione l’imperatore Enrico IV. Oggi non siamo più nel medioevo e l’accaduto non è tale da ripetere quell’episodio, per cui, non ritenendo opportuno costringere una persona ad inginocchiarsi di fronte ad un’altra, pur senza ritirarmi per consultare codici e pandette e per deliberare, posso subito esprimere la mia sentenza. – Si alzò in piedi e disse:- Visti gli atti e ascoltate le parti, condanno l’insegnante Mauro Bacigalupo a chiedere pubblicamente scusa alla contessa de Burgis. Così ho deciso.

– E’ giusto, signor giudice, – disse l’insegnante. – E’ giusto, anzi, in aggiunta alla sua sentenza, ritengo opportuno, se lei permette, di accettare in toto la proposta della contessa, non foss’altro che per richiamare alla memoria dei miei alunni presenti in aula, un uso e un costume legale oggi, giustamente, dimenticati. Farò, quindi, le mie scuse in ginocchio. Ma prima mi preme di fare una considerazione. Durante il dibattito non mi è stato chiesto se non avessi anch’io qualcosa da pretendere. A dir la verità ce l’avevo, considerando la carica di presidentessa di una associazione culturale ricoperta dalla contessa. In qualità di insegnante e, quindi, di “garante della grammatica italiana” avrei potuto a mia volta chiedere alla contessa il risarcimento di “danni letterari” procurati alla grammatica italiana, quantificabili in uno studio lungo e approfondito dei verbi italiani, in particolar modo dei congiuntivi e dei condizionali. Ma data l’età veneranda della contessa, sarebbe pretendere troppo…

Vedendo la reazione della donna alla parola ‘veneranda’ e un cenno del giudice che gli suggeriva di non aggravare la situazione, il professore, messosi in ginocchio davanti alla pedana su cui si trovava la contessa, si affrettò ad aggiungere:

– Signora contessa de Burgis, di fronte a tutti i presenti, le chiedo umilmente scusa per le parole offensive che tempo fa, in un momento di ira, le rivolsi.

La donna lo squadrò dall’alto in basso e poi si voltò verso il suo gruppo, visibilmente compiaciuto per la conclusione della vicenda in cui il colpevole era stato costretto a mettersi in ginocchio e ad umiliarsi.

Il professor Bacigalupo si alzò da terra, si spolverò con una mano i pantaloni e, vedendo il giudice Richemi alzarsi a sua volta dalla sedia per lasciare l’aula, lo fermò con un cenno.

– Signor giudice, ora che il procedimento è concluso ed io ho espiato la mia colpa, mi permette di rivolgerle una domanda?

– Mi dica, professore.

– Lei oggi mi ha giustamente condannato perché, in pubblico, mi sono rivolto alla contessa de Burgis apostrofandola con le parole “Vecchia bertuccia dal culo rosso e spelacchiato più ignorante di un asino”. Ora mi dica: se, invece di rivolgermi alla contessa De Burgis, mi fossi, putacaso, rivolto ad un animale, nella fattispecie ad una vera bertuccia dal culo rosso e spelacchiato più ignorante di un asino, l’avessi chiamata contessa e avessi chiesto alla bertuccia: “Si ritiene soddisfatta, signora contessa”, lei mi avrebbe egualmente condannato per aver chiamato contessa una bertuccia?

– Certo che no! Lei, professor Bacigalupo, – rispose il giudice che già aveva capito l’astuzia del professore e cominciava a ridere sotto i baffi, – lei può chiamare contessa qualsiasi animale – scimmia, somaro oppure oca che sia, senza incorrere nei rigori della legge. Chiamare contessa una bertuccia non è reato.

– Grazie per il suo parere, signor giudice.

Ciò detto, il professor Mauro Bacigalupo si rivolse alla contessa Artemisia, Aspasia, Sofronia de Burgis, contessa di Montesano e, con voce alta e chiara, disse:

– Si ritiene soddisfatta signora CONTESSA?

Tutti gli alunni del professor Bacigalupo scoppiarono in una sonora risata. Non così gli amici della contessa, subito accorsi per sollevarla da terra.

Per la seconda volta in quegli ultimi tempi la signora Artemisia, Aspasia, Sofronia de Burgis, contessa di Montesano, era svenuta.

© 2005 M. Cassini

Genere: Avventura di mare

“U PISCISPADA”

Questa è la storia,
storia d’amore
d’un pescespada.
“Eccolo! Eccolo!
Tira la fiocina!
Tira la fiocina, dai!”
E la femmina colpirono
dritta, dritta, in mezzo al cuore.
Lei piangeva di dolore.
Ahi, ahi,ahi, ahi, ahi!
Poi la barca la trainava,
mentre il sangue via scorreva.
il suo maschio la seguiva,
la piangeva, ahi, ahi, ahi!
E quel maschio, ormai impazzito,
le gridava il suo dolore:
“No, non piangere, amor mio,
bella mia non pianger più!”
E la femmina diceva
solo con un fil di voce:
“Sta lontano, amore mio,
ché sennò muori anche tu.”
“Ah, no, no, mio dolce amore,
se tu muori, muoio anch’io,
muoio anch’io assieme a te.”
Con un balzo la raggiunse,
per restare sempre stretti,
stretti, stretti, cuore a cuore.
“Eccolo, eccolo!
C’è pure il maschio!
Tira la fiocina!
Dai!
Ah!
E così finì l’amore
di due pesci sfortunati.
(canzone siciliana di Domenico Modugno)
Versione libera

Quando si invecchia il carattere o si addolcisce oppure si inasprisce a tal punto che l’individuo diventa facile preda dell’odio e della malignità.

Il Vecchio, ormai oltre i sessanta, anche se le forze erano rimaste integre, si era inciprignito, inasprito a tal punto che i pochi compagni rimasti l’avevano lentamente abbandonato ed era già molto se qualcuno, quando gli passava accanto con i remi in spalla, gli rivolgeva borbottando un breve saluto a cui peraltro lui rispondeva con un grugnito, quando non rispondeva affatto.

Quanta diversità dai tempi della giovinezza!

Talvolta, al tramonto, di fronte al mare incollerito che gli aveva impedito di andarsene a pescare in qualche rada isolata, mentre se ne stava seduto su un panchetto diventato parte stessa del terreno in cui col passar del tempo aveva affondato i piedi, quasi messo le radici, pensava ai tempi della sua spensierata gioventù. Allora tutti lo giudicavano un tipo allegro, scanzonato, pronto allo scherzo e alla battuta, sempre presente nelle feste popolari del suo paese o dei paesi vicini, sempre il primo ad aprire le danze sull’’aia e, d’inverno, in ampi stanzoni ricavati in granai o scantinati, riscaldati da stufe panciute. Tutte le ragazze erano innamorate di lui, se lo disputavano, finché non era apparsa la Franca, una brunetta tutto pepe, estroversa e come lui sempre allegra. Una vampata d’amore. Le nozze sembravano imminenti… ma poi qualcosa si era incrinato e nessuno era mai riuscito a scoprirne la ragione.

Un mattino era scomparso dal paese. Si sparse la voce che si fosse imbarcato su un mercantile e per diversi anni nessuno l’aveva più rivisto.

Poi era ritornato. Ma la spensieratezza d’un tempo era sparita. Se n’era andata, inghiottita dal mare su cui aveva vissuto. La vita di mare l’aveva cambiato. Se aveva sperato di ritrovare nel suo paese qualche radice di un tempo, era rimasto deluso e col suo carattere contrario a tutto e a tutti aveva vissuto appartato. Gli unici momenti in cui, suo malgrado, aveva dovuto vivere a stretto contatto con gli altri erano i venti mesi passati sui monti con un gruppo di partigiani, in un ambiente che non era certo il suo e che non gli era congeniale. Per forza si era dovuto appoggiare agli altri, a chi quell’ambiente conosceva. In quei mesi il Vecchio (che allora non era tale) aveva vissuto momenti esaltanti, alternati a momenti di sconforto e di paura; aveva patito la fame e il freddo; aveva odiato, aveva sparato e forse aveva ucciso senza sapere chi. Quando si preme il grilletto di un fucile non si sa se la pallottola raggiunge il bersaglio.

Poi la guerra era finita in un caos indescrivibile e lentamente la più parte era ritornata a casa. Lui no. Non aveva nessuno ad attenderlo e, imbarcatosi di nuovo su un mercantile, aveva ripreso la via del mare.

Altri anni erano trascorsi finché l’età e anche un pizzico di nostalgia, sebbene non l’avesse mai voluto ammettere, lo avevano costretto a ritornare e a prendere definitivo possesso della casa lasciatagli in eredità dal padre, pescatore, costruita in cima ad un promontorio, di fronte al mare. Coi risparmi si era comprato una barca, si era dedicato alla pesca e aveva cominciato ad invecchiare, acquistando l’umore e i modi della gente che vive coi prodotti della pesca.

Durante le belle giornate il Vecchio passava buona parte del suo tempo in mare, seduto a prua della barca, con la schiena appoggiata ad una fiancata e un cappellaccio calato sugli occhi, a rodersi il fegato in attesa che le reti si appesantissero di numerose prede; cosa assai rara in quel mare diventato sempre meno pescoso. E in quelle lunghe attese il tempo di prendersela un po’ con tutti non gli mancava certo. Era solo contento della sua solitudine e di quel lieve dondolio della barca sulle onde, mentre i remi abbandonati a se stessi e legati allo scalmo con una cordicella, battevano contro la chiglia con sordi tonfi, accompagnando i suoi pensieri.

Quel pomeriggio a far le spese della sua rabbia erano in tre: don Giacinto, il suo fornitore di attrezzi da pesca, fornitore obbligato perché era l’unico nei paraggi; mastro Alfio, anche lui l’unico commerciante che comperava il pesce pescato per portarlo al mercato ittico di Palermo, e Carmine, il calafato.

-Ladro, furfante! – borbottava pensando al primo. – Quel porco m’ha cavato il sangue per farmi pagare la rete. E che? Li rubo, forse i soldi io? Son mica un ladro come lui. E mastro Alfio: altra buona lana quello! Pagarmi il pesce cinquecento lire al chilo, dico cinquecento! La pelle si venderebbe pur di far quattrini. Non parliamo poi del Carmine, quella sanguisuga! Ha preteso un occhio della testa per calafatarmi la barca. Disgraziato negriero; ma già, lui deve rifarsi sugli altri per fornire la dote alle figlie!

E così, anche quel pomeriggio il Vecchio sgranò la solita litania e la concluse sputando in acqua con disgusto e grattandosi con rabbia il petto irsuto di peli biancastri.

L’affiorare di un dorso nerastro a poca distanza dalla barca lo fece sobbalzare. Con mossa fulminea afferrò saldamente la fiocina che da qualche tempo portava con sé, socchiuse gli occhi per proteggerli dal barbaglìo del sole sulle onde.

-Maledetto, t’ammazzo come un cane se solo ti avvicini! – ringhiò tra i denti. Il pesce, un grosso delfino, saettò fuor d’acqua e si rituffò in un ribollir di schiuma.

– Peccato! – brontolò il Vecchio cui la rabbia era sbollita di colpo alla vista del delfino. – Per un istante ho pensato non fosse Spadanera! E già, lui non si avvicina; oh, ma verrà il giorno in cui ci troveremo a muso a muso, e allora…

Posò la fiocina e si sedette di nuovo per riprendere il soliloquio interrotto, aggiungendo ai tre uomini più esecrati anche Spadanera contro cui la mente si accanì con ferocia. Per lui se c’era qualcuno da odiare odiava dal fondo dell’anima questi era Spadanera.

Da una settimana soltanto Spadanera si era aggiunto al già lungo elenco di coloro contro i quali il Vecchio nutriva rancore e astio. Spadanera, però, faceva storia a sé perché Spadanera era qualcosa fuori dal normale: era un grosso pescespada di oltre tre quintali in cui si era imbattuto un mattino dopo aver calato le reti.

L’incontro tra i due era avvenuto in un momento in cui il Vecchio era stato oltremodo fortunato. Senza volerlo era incappato in un branco di sgombri e in breve la rete si era appesantita al punto da costringerlo a faticare al massimo per accostarla alla barca, Poi, quando stava per issare a bordo la parte della rete dove si agitavano freneticamente grossi sgombri, era accaduto l’imprevisto. Un pescespada, sbucato dal fondo, s’era buttato con furia pazzesca verso quell’ammasso di pesci guizzanti che invano si dibattevano per sfuggire alle insidie delle maglie. La lunga spada aveva sciabolato, calato fendenti e la rete – una rete comprata da don Giacinto appena tre mesi prima – era venuta fuori tagliata, strappata, sbrindellata. Un macello! Ci sarebbe stato da mettersi a piangere!

Il Vecchio, all’accorrere di quel mostro, dato di piglio ad un remo, aveva vibrato colpi tremendi sulla superficie dell’acqua nel vano tentativo di colpire l’assalitore, ma quello, sfuggendo ora a destra ora a sinistra – pareva si divertisse, il maledetto! – si era sottratto ai colpi e alla fine, compiuto lo scempio, si era immerso, sparendo alla vista.

Il Vecchio, seminando bestemmie, aveva issato quanto ancora rimaneva della rete ed era rimasto a lungo inebetito a guardare gli strappi, gli ampi squarci, mentre un’ira furibonda l’aveva artigliato alla bocca dello stomaco. Poi, lentamente, facendo forza sui remi, cui sembrava trasmettere una parte della rabbia, si era allontanato dal campo di battaglia, improvvisamente diventato calmo. Le onde avevano ripreso il loro eterno movimento e, come la barca, correvano verso riva dove poter trovare riposo al termine di un lungo viaggio.

Remando rivedeva come in sogno quella lunga, affilata appendice, d’un nero inchiostro, che aveva più volte sfiorato la barca.

Da dov’era sbucato quel maledetto? Da anni non se ne vedevano così vicini alla riva e proprio a lui era toccato in sorte di incappare in uno di essi: e per di più enorme e assatanato. Con il suo attacco improvviso, almeno così pensava il vecchio pescatore, pareva gli avesse detto: “Questo territorio è mio. Il mare è il mio regno e qui comando io solo.” Una specie di dichiarazione di guerra, accettata dal Vecchio senza riserve e con l’intento di condurla sino in fondo, senza esclusione di colpi. Quella rete rotta, forse inutilizzabile, abbandonata sul fondo della barca, gridava vendetta.

Spadanera dal canto suo aveva subito dimenticato l’accaduto. Lui non aveva inteso dichiarare alcuna guerra; aveva solo visto una quantità di pesci guizzanti; aveva fame e aveva colto l’opportunità di trovare un pasto pronto. Nulla più. Con la pancia piena di sgombri si era immerso velocemente raggiungendo le rocce su cui crescevano coralli rosati e alghe tra cui nuotavano folte colonie di occhiate e di dentici. Nuotando pigramente, Spadanera aveva bighellonato in cerca di qualche compagno, ma, a parte gruppi di piccoli pesci, qualche cernia dall’enorme bocca e alcune murene occhieggiati tra i sassi, non aveva incontrato nessuno, per cui, muovendo pigramente la coda, si era lasciato trasportare dalle correnti verso il largo.

I pescatori intenti a rabberciare le barche tirate in secco nel porticciolo, avevano visto la barca del Vecchio strisciare con la prua sulla ghiaia della riva e l’avevano visto tirare fuori la rete strappata, ma si erano ben guardati dal chiedergli che cosa fosse accaduto. Nessuno aveva voglia di sentirsi dire di pensare ai fatti suoi o qualcosa di peggio. Ne avevano, però, parlato tra di loro non appena il Vecchio si era allontanato. Qualcuno affermò di aver visto un pescespada nei paraggi e la verità non aveva tardato a venire a galla.

La conferma l’avevano avuta la sera stessa all‘osteria. Al Vecchio piaceva bere e quanto più era adirato contro qualcuno o qualcosa, tanto più alzava il gomito. Quella sera se ne stava solo ad un tavolo, i gomiti appoggiati, la testa tra le mani, gli occhi fissi sul bicchiere. A tratti lo vuotava d’un sol fiato e poi lo riempiva di nuovo

-Gli strappo il cuore e le budella, se mai l’acchiappo! – aveva ad un tratto brontolato tra i denti. E poi, facendo tintinnare il collo della bottiglia contro l’orlo del bicchiere, aveva aggiunto, alzando la voce: – Gliela spacco in due quella maledetta spada nera, sì, in due gliela spacco. Lo prometto!

E per sancire la promessa aveva ingollato altri due bicchieri di rosso, uno appresso all’altro e se n’era andato senza guardare in faccia nessuno.

Da allora era sempre uscito in mare munito di una pesante fiocina legata ad una solida sagola. Per ore scrutava le onde, osservava i fondali attraverso un bidone di lamiera chiuso ad una estremità da una lastra di vetro.

Ma Spadanera non era più comparso

A terra, davanti all’uscio di casa, l’ultima del paese, aveva steso la rete e con pazienza s’era messo a ricucirla, a rattopparla alla meglio, tirando con rabbia l’appuntita navetta di legno quando pensava al pescespada.

E ci pensava sempre.

Spadanera, però, era lontano dallo specchio d’acqua in cui era solito vivere. Seguendo la scia di una nave, era sceso più a sud, verso acque più calde, spinto dal desiderio di incontrare una compagna. Nuotare, divertirsi da solo, cacciare in solitudine non gli andava più e tra quei fondali scelti a sua dimora sarebbe tornato solo dopo aver trovato una compagna con cui dividerli

Passarono settimane prima che il Vecchio lo rivedesse.

Una mattina, mentre una leggera maretta faceva dondolare la barca, attraverso l’oblò che il bidone di latta gli apriva sotto la superficie, gli parve di scorgere due ombre nuotare tra le rocce del fondo. Guardò meglio: era lui, Spadanera, in compagnia di un altro pesce, di certo una femmina, che gli nuotava al fianco.

Le due creature procedevano veloci compiendo ampi giri. Ora si strusciavano l’una contro l’altra, giravano su se stesse come trottole, puntavano verso la superficie, fendendo l’acqua con l’acuminata spada e poi, all’ultimo istante, prima di emergere, con un guizzo possente della coda si impennavano per rituffarsi e andare a sciabolare i banchi di piccoli pesci che fuggivano impauriti da tutte le parti.

Il Vecchio si alzò, allargò le gambe per meglio assorbire il dondolio della barca e con la fiocina in mano attese, attese a lungo che il suo nemico venisse a nuotare in superficie, vicino alla barca. Ma Spadanera non sembrava essere di questo avviso. Per la verità, più volte, incuriosito, si era diretto verso l’ombra nera della barca che lo sovrastava, ma all’ultimo istante, trattenuto da qualche oscuro timore, si era allontanato veloce.

La mattinata finì in una vana attesa, una tregua di cui il pescatore avrebbe volentieri fatto a meno.

– Perché, – si chiese – perché Spadanera non si è avvicinato? Avrà intuito qualcosa?

Se così era la guerra avrebbe potuto durare a lungo e l’attesa avrebbe giocato a favore del pesce perché lui non poteva pensare solo al pescespada: doveva anche pescare per vivere. Se voleva costringere Spadanera alla lotta, doveva trovare un modo per aizzarlo, per stuzzicarlo, per provocarlo.

-Turi, – chiese quella sera stessa ad un pescatore, – ce l’hai sempre la palamitara?

-Sì, ti serve?

-È in buono stato?

-Direi. Anzi ho una mezza idea di stenderla proprio uno di questi giorni. Mi hanno detto che qui intorno si aggirano tonni e pescispada.

-Senti, ti do una mano gratis per stenderla e per di più ti offro l’uso della mia barca. Però dovrai stendere la palamitara dove dico io.

Il pescatore tentennò il capo. Ormai in paese tutti erano a conoscenza della smania rabbiosa che da tempo rendeva il Vecchio sempre più intrattabile e tutti apertamente criticavano il suo atteggiamento. Odiare un pescespada! Ma quando mai si era udita e vista una cosa simile!.

-Dimmi, hai rivisto Spadanera? – gli chiese il pescatore incuriosito, ma già certo della risposta insita nella richiesta della palamitara. La rete adatta per pescare il pescespada.

Il Vecchio fece un cenno di sì con la testa. La rabbia gli impediva di parlare.

Non ti capisco: tu tratti quel pesce come se fosse un essere umano. Ma non ti rendo conto…

-Non sono venuto per sentire una predica!- lo interruppe il Vecchio con voce cupa e astiosa. – Dimmi piuttosto se e quando andiamo e più presto sarà, meglio sarà. . E tieni presente questo: di pescispada ne ho visti, due.

L’ultima frase l’aveva aggiunta perché conosceva Turi e la notizia lo avrebbe convinto. La cattura di due pescispada significava un ottimo guadagno… sempre che li avessero catturati. Al mercato di Palermo erano molto ricercati.

Due giorni dopo Turi e i suoi figli a bordo della feluca sormontata da un alto albero nella cui coffa stava il figlio più piccolo del Turi, e il Vecchio sulla sua barca guardavano i sugheri della palamitara tracciare sulle onde appena appena mosse una lunga linea curva. L’ampia rete era stata calata dove il Vecchio aveva voluto e nessuno aveva trovato a ridire. In fondo, a parte il suo caratteraccio, quello conosceva il mare e di pesci se ne intendeva. Turi poi ne era certo: se anche non avessero preso Spadanera, qualcosa di grosso avrebbero certamente catturato e se poi il pescespada e la sua compagna fossero loro pure rimasti impigliati nella robusta rete, ebbene non li avrebbero di certo ributtati in mare.

All’improvviso dall’alto della coffa della feluca di Turi, il figlio gridò:

-Pa’, eccolo! Eccolo! Guarda laggiù! Ci siamo!

I sugheri si muovevano scompostamente, affondando e riemergendo quasi qualcosa o qualcuno si divertisse a tirare la rete verso il basso.

Il Vecchio con gli occhi sgranati, i denti stretti e non solo per la fatica, aiutato da Menico, il più anziano dei figli di Turi, tirava la rete a bordo e vedeva la palamitara accumularsi sul fondo della barca.

Un altro grido proveniente dalla feluca gli fece volgere il capo. Vide un dorso argenteo affiorare a poca distanza, sulla sinistra del peschereccio di Turi, fuori dalla portata della sua fiocina.

-Eccolo! Eccolo! C’è – gridò Turi. – Ma non è Spadanera. È una femmina!

Il dorso argenteo si faceva sempre più vicino e l’acqua tutt’attorno ribolliva.

Spadanera, intanto, nuotava veloce poco lontano. Aveva veduto la compagna dirigersi verso il muro opaco della rete, steso per ampio tratto e l’istinto gli aveva fatto presentire il pericolo. Si era lanciato in avanti per trattenerla, per deviarne la corsa. Invano, Le grosse maglie della palamitara l’avevano irretita prima di poterla raggiungere.

Tenendosi ad una certa distanza, il pescespada aveva veduto la sua compagna, impossibilitata a trarsi d’impaccio, impigliarsi sempre più strettamente, quanto più si agitava. E poi l’aveva veduta salire lentamente, trascinata a forza verso la superficie.

Quando la vide galleggiare sulle onde si decise ad intervenire. Il pericolo, lo aveva intuito, veniva da quelle due masse scure dondolanti sopra di lui. Partì fendendo l’acqua. Emerso vicinissimo alla compagna, cominciò a calar fendenti alla disperata, a tagliare, a strappare a squarciare la rete come poté, incurante di sé, teso solo a salvare la compagna della sua vita.

Vedendo la rete strappata galleggiare attorno alle due barche e nell’impossibilità di intervenire, il Vecchio con la fiocina tra le mani guardava impotente.

Turi con le mani tra i capelli bestemmiava contro i pesci, contro la sua avidità per aver accettato di partecipare a quella pesca, contro il Vecchio che l’aveva spinto in quell’avventura, contro Dio stesso il quale non era venuto in suo aiuto.

-È il demonio! È il demonio! – urlò d’un tratto il Vecchio con la bava alla bocca, quando vide i due pesci, ormai liberi, immergersi e sparire sotto le onde. – Maledetto, bestia infame! Ti ammazzerò! Il cuore ti spaccherò: sì, il cuore!

Il vaso era ormai colmo. Beffato due volte di seguito, sarebbe diventato la favola del paese, lo zimbello di tutti. Se ne rese conto quella sera stessa andando all’osteria, mentre attraversava la piazza. La gente lo guardava di sottecchi e sorrideva di nascosto. I bambini, più impietosi, gli gridarono dietro: – Spadanera vince per due a zero!

Se non gli scoppiò il fegato dalla rabbia fu perché lo sostenne la speranza di una rivincita.

Passarono alcuni giorni e nulla accade. Forse il Vecchio avesse desistito dal dare la caccia al pescespada. Questo fu il pensiero comune. Di Spadanera il pescatore non aveva più parlato. Se ne stava appartato e non frequentava nemmeno l’osteria. Aveva ripreso a pescare normalmente, calando la rete strappata dal pescespada e rattoppata alla meglio. Talvolta si limitava a calare solo alcune nasse vicino agli scogli, in punto strategico scelto da un gruppo di aragoste quale ambiente in cui vivere e riprodursi. La gente del paese lo vedeva partire all’alba con le nasse a bordo e nessuna fiocina e lo vedeva ritornare, al calar del sole, remando lentamente. Cosa facesse durante tutta la giornata nessuno lo sapeva.

Ma lui sì: lui lo sapeva. Aveva meditato a lungo durante le ore insonni cercando tra le pieghe della sua vita qualche appiglio, qualche artificio che gli fornisse una possibilità di vittoria. E alla fine l’aveva trovato.

“Se non puoi saltare un muro, aggiralo.”

Non appena la frase gli era tornata in mente, si era pure ricordato il volto di chi l’aveva pronunciata. Era stato un certo Ulisse. L’aveva conosciuto un giorno lontano, quando aveva vissuto tra i monti con i partigiani. Ulisse era uno di quegli uomini rari che conoscono bene se stessi e gli altri e sanno adattarsi ad ogni circostanza. Astuto di natura, subdolo, contorto nelle idee, pronto al raggiro e all’inganno, capace di cavarsi da ogni impiccio usando il ragionamento, per nascondere il suo vero nome, aveva scelto quello del re di Itaca, un nome in sintonia col suo carattere.

Il comandante del gruppo cui apparteneva si consigliava con lui prima di ogni operazione e si poteva essere certi: Ulisse avrebbe scelto la via più tortuosa ma anche la più sicura per raggiungere lo scopo. Era sempre capace di trovare un cavallo di Troia adatto alla situazione. Sì, Ulisse avrebbe agito come lui, e con l’occhio incollato all’oblò di vetro aperto sui fondali, per lunghe ore aveva seguito gli andirivieni dei due pesci inseparabili. Ne aveva studiato il comportamento, le abitudini. Poi, finalmente, quando si sentì pronto, passò all’azione.

Il sole non era ancora apparso all’orizzonte e sul mar gravava una leggera foschia, mentre una nebbia impalpabile lasciava appena appena intravedere la linea scura della costa. Il paese si stava svegliando quando il Vecchio si allontanò dal porticciolo remando con lena,

Sul fondo della barca aveva sistemato, saldamente legati l’uno all’altro, due bidoni pieni di sangue e di frattaglie, prelevati dal macellaio. A prua spuntavano le punte aguzze delle fiocine, due draffiniere a doppia punta, con gli ardiglioni minacciosamente ricurvi.

Il Vecchio remò per un poco e poi, raggiunta la vena di corrente, lasciò la barca andare per conto suo. Tempo ne aveva per cui, seduto sul fondo dell’imbarcazione, ripassò mentalmente il piano di battaglia, già pregustando quanto sarebbe accaduto. E la visione parve versare un dolce balsamo sulla rabbia covata per giorni e giorni. Si addormentò anche per un poco perché quando decise di passare all’azione il sole era ormai alto nel cielo.

Con gesti calmi, misurati, prese il bidone dal fondo di vetro e lo immerse nell’acqua verde-azzurra. Passò un po’ di tempo prima di individuare le sagome dei due pescispada nuotare pigramente in prossimità del fondo. Sempre con calma il pescatore contemplò a lungo Spadanera fendere le acque inseguendo qualche preda da trafiggere.

Fiero e selvaggio nello sguardo, il pesce sembrava pavoneggiarsi di fronte alla compagna. Il Vecchio sorrise assaporando il momento in cui la fiocina lo avrebbe trafitto, troncando quella sicurezza che gli aveva permesso di batterlo per ben due volte.

Quando i pesci si diressero verso un basso fondale, si decise di passare all’azione. Slegò i due bidoni pieni di frattaglie e di sangue rappreso e cominciò a spanderne il contenuto tutt’attorno alla barca. Anche il secondo bidone seguì la stessa sorte. Poi, ritto sulla barca, immobile come una statua, la fiocina in mano e l’altra al suo fianco, attese.

Attraverso l’acqua intorbidata vedeva frotte di pesci piccoli e grossi. Attirati e resi pazzi dal gusto del sangue, si gettavano con furia sulle frattaglie che lentamente scendevano verso il basso.

Improvvisamente fuggirono tutti al sopraggiungere di una massa scura che passò sotto la barca, sfiorandone lo scafo.

Il Vecchio diede un urlo e con furia sfrenata affondò la fiocina. Avvertì l’urto contro qualcosa di solido, la sentì penetrare e lasciò la presa.

L’asta, ondeggiando, sparì tra i flutti e la sagola, legata da una estremità alla prua e dall’altra alla fiocina, si srotolò velocemente scomparendo alla vista. La barca tremò tutta quando si tese. Il pescespada faceva sforzi inauditi per liberarsi. Ora scendeva in profondità, ora filava diritto trascinando l’imbarcazione. Una leggera scia di sangue lo seguiva.

Quando, alla fine, esausto, privo di forze, emerse, il Vecchio vide per prima cosa la spada fuoriuscire dall’acqua: una spada bianca, come aveva previsto. Poi il pesce emerse con tutto il suo dorso argenteo, lucente sotto il sole. La fiocina, ritta, era conficcata in un fianco, in direzione del cuore. L’animale dava leggeri strattoni; ormai le forze lo stavano abbandonando, si scioglievano nel mare assieme al suo sangue.

Il Vecchio cominciò a tirare con lentezza la sagola e quando il grosso pescespada fu a pochi metri dalla barca, lo legò saldamente e, tenendo l’altra fiocina a portata di mano, attese.

Era accaduto tutto quello che aveva immaginato.

“Se non puoi saltare il muro, aggiralo.” E lui l’aveva aggirato. “Se riesco a catturare la femmina” – si era detto – “quel maledetto si avvicinerà alla barca per tentare di salvarla. L’ha già fatto una volta e lo farà ancora. Io sarò lì ad aspettarlo”.

Ora, immobile, aspettava.

Spadanera, intanto, s’aggirava sperduto. Impotente aveva assistito alla cattura della sua compagna e a nulla erano valsi i suoi tentativi di strapparle dalle carni quella lunga asta. Poi l’aveva veduta lentamente salire a galla, abbandonata a se stessa, inerte, priva di vita. Una furia cieca l’aveva assalito e, fendendo l’acqua, aveva puntato diritto sulla barca, deciso a trafiggerla, a trapassare con la sua spada qual muro di legno, come la punta della fiocina aveva trafitto il fianco della sua compagna. Ma l’ombra dell’uomo ritto sulla barca, anche lui con una spada in mano, un’asta simile a quella conficcata nel corpo della sua compagna, l’aveva trattenuto. Con ampi giri, ora affiorando, ora immergendosi, guardava la barca, l’uomo, la fiocina, la sua compagna inerte. Nel piccolo cervello si andava facendo strada una immagine, quella della solitudine. L’istinto gli suggeriva che non avrebbe mai più rivisto quell’essere simile a lui, non avrebbe più cacciato, nuotato fianco a fianco. E una strana sensazione, indefinibile, lo afferrò di dentro, proprio vicino al cuore.

Era andato molto a sud, in mari caldi per trovarla e con lei al fianco era ritornato in quelle acque tiepide, pescose, tranquille. E senza saperlo l’aveva condotta verso la morte. Ma perché, perché quell’uomo con la fiocina era così crudele? Che mai gli aveva fatto di male? Lui di sopra sul mare e loro due di sotto: perché aveva voluto invadere il loro mondo?

Spadanera non capiva, non riusciva a capire. Sapeva solo una cosa: senza la sua compagna non avrebbe più potuto vivere… e la seguì.

Il Vecchio non appena vide Spadanera nuotare lontano dalla barca, pur senza allontanarsi troppo, posò la fiocina e diede di piglio ai remi, puntando la prua dell’imbarcazione verso terra.

Sotto un sole spietato l’imbarcazione procedeva lenta trascinandosi dietro il pesce morto e Spadanera che, a fior d’acqua, lo seguiva nel solco aperto dalla prua. La fronte del pescatore grondava sudore e le mani incallite, pigiando sui remi, gli dolevano.

– Voglio vedere dove arriva quel… – mormorò. Avrebbe voluto dire ‘maledetto’. Stranamente, non lo disse.

Ora aveva domato il nemico nel modo da lui voluto e lo vedeva seguire passivamente, quasi docilmente, la barca. La rabbia che per giorni, per mesi, aveva accumulato e l’aveva tormentato, era sbollita di colpo. Non si rendeva conto di quei nuovi pensieri ma gli s’andavano formando, anche se in confuso, nella mente e solo ora cominciava a capire quanto fosse stato dissennato il suo modo di pensare e di agire.

La terra si avvicinava.

– Mi seguirà fino a riva? – brontolò a voce bassa, guardando Spadanera. – Non credo sia pazzo sino a tal punto? No, non lo credo, non voglio crederlo!

Ma dentro ci credeva. Capiva che cosa spingeva quell’essere a seguirlo perché aveva imparato a conoscere fin troppo bene Spadanera. Tra nemici ci si conosce a fondo e, in cuor suo, lo credeva capace di seguire la sua compagna fino a terra. Al posto suo avrebbe fatto lo stesso.

– Eh sì! Sì. Lo aveva colpito proprio bene! A fondo e senza pietà. Era riuscito a togliergli ciò che più amava e ora lo avrebbe costretto a vivere in solitudine. Un solitario come lui. Ma avrebbe accettato Spadanera di vivere così? Avrebbe affrontato le profondità marine senza avere a fianco qualcuno? Lui, il Vecchio, l’aveva fatto da tempo: c’era abituato. Spadanera no.

Il porto era ormai vicino e sul piccolo molo i pescatori accorsi guardavano in silenzio il Vecchio rimorchiare il pescespada ucciso e l’altro pescespada seguire la barca a poca distanza.

La barca, superato il piccolo faro in cima al molo, andò a incastrarsi nella ghiaia della riva con sordo rumore. La femmina uccisa rimase a galleggiare urtando contro la poppa finché alcuni pescatori non la trascinarono sulla ghiaia a fianco della barca. Il Vecchio li aveva lasciati fare.

Spadanera, incurante della presenza di tutti quegli uomini intenti a guardarlo, nuotò in superficie, si voltò più volte a guardare il mare aperto, a guardare verso la libertà, una libertà solitaria. Poi, quasi avesse preso una decisione, con un colpo possente della coda, s’avventò verso la riva, fendendo l’acqua e con un balzo si lasciò cadere sulla spiaggia, fianco a fianco della sua compagna. La lunga spada nera affondò nella ghiaia.

Il Vecchio guardò il pescespada. Eccolo lì il suo nemico, ancora vivo, a portata di mano, inerme, vinto. In un ultimo guizzo rabbioso afferrò la fiocina e l’alzò. Guardò Spadanera dibattersi a fianco della compagna, Lo guardò negli occhi, ancora fieri, non domi. Forse lo sfidavano a vibrare il colpo.

Il Vecchio abbassò lentamente il braccio, gettò lontano da sé la fiocina, si voltò lentamente e si allontanò a capo chino.

Non se l’era sentita ad affondare la fiocina nel cuore di Spadanera, come aveva sempre giurato. No, non se l’era sentita. Non aveva potuto.

Lasciò che altri lo facessero.

© 2006 Marino Cassini

Vi sono nel nostro paese alcune città importanti, tanto importanti che non si accontentano di avere una sola importante squadra di calcio… ne hanno addirittura due, ognuna con nutrite tifoserie che hanno il malvezzo di scatenarsi in occasione dei vari derby cittadini.
E, ovviamente, le due squadre hanno ciascuna un presidente che, quando si tratta di questioni calcistiche, ha il malvezzo di guardare in cagnesco il suo avversario.
Genova si trovava in questa situazione. Aveva due squadre, due presidenti, due tifoserie scatenate e ognuna contraddistingueva i suoi giocatori con maglie dai colori e simboli diversi: quelli del Genoa erano di colore rossoblu con un bel grifone e quelli della Sampdoria di un bel blu tendente all’azzurro,interrotto da cerchi bianchi, da strisce rosse e dalla presenza della testa di un vecchio marinaio con la pipa bocca.
Ogni derby era caratterizzato da un tripudio e da uno sventolìo di bandiere delle tifoserie opposte. Purtroppo la festa sportiva, con grande disappunto del questore genovese, degenerava immancabilmente in discussioni animate, accompagnate da violenti insulti, e non di rado in risse e scontri che dovevano essere sedati dalle forze pubbliche. Qualunque fosse il risultato, la manifestazione per lo più finiva sempre a botte.

E anche il derby di quella bella giornata primaverile si sarebbe concluso a suon di legnate.

Ma non era alle legnate che pensavano i presidenti delle due squadre. Avevano altro per la testa. Non erano nemmeno andati a sedersi in panchina per assistere e sostenere i rispettivi giocatori.

No, quella domenica i due presidenti si trovavano nel reparto di maternità dell’ospedale dove le rispettive mogli, (ma guarda tu il caso!), avevano deciso di dare alla luce gli eredi tanto attesi, senza pensare che quella domenica era giornata di derby cittadino.

Non che i due presidenti si disinteressassero completamente della partita, giammai!

E così, mentre passeggiavano nervosi nella corsia dell’ospedale, tenevano il telefonino incollato all’orecchio per ascoltare l’allenatore che dallo stadio trasmetteva loro i momenti più importanti del gioco. E non di rado, quando si incrociavano lungo il corridoio, si guardavano in cagnesco e brontolavano a bassa voce. Avevano fiducia nei medici per cui erano più preoccupati per le loro squadre che per le mogli che stavano per partorire.

Ad un tratto, mentre i telefonini illustravano una azione che si svolgeva a centro campo, dal fondo del corridoio apparve una giovane infermiera che si mise a gridare: – Signori, gol!
– Ma come gol! – esclamarono all’unisono i due presidenti. – Ma se stanno giocando al centro campo!
– Gol, signori: è gol! – ripeté l’infermiera. – Sono nati! Tutti e due a distanza di poco tempo. Il professore vi attende nel suo ufficio. Vuole parlarvi.
I due presidenti si precipitarono nell’ufficio del ginecologo. Costui era seduto dietro la scrivania con i gomiti appoggiati al tavolo e il volto preoccupato.
– Qualcosa non va? – chiese il presidente dei rossoblu.
– C’è stato qualche fallo? – volle sapere il presidente dei blucerchiati che amava esprimersi in termini calcistici.
– No, signori, rassicuratevi, tutto è andato per il meglio. Neonati e puerpere stanno bene…. Solo che…
– Solo che cosa?- sbottarono i due presidenti all’unisono.
– Vedete, signori, la ginecologia in questi ultimi decenni ha fatto passi da gigante, ma… cercate di seguirmi. Vedete, la nascita di un bambino è un evento di cui conosciamo tutto… o quasi. E in quel ‘quasi’ rientrano la natura dei cromosomi, del DNA, la conformazione delle cellule, i geni ereditari, la struttura chimica della pelle, dei pigmenti, e soprattutto la melanina… ecco la melanina di cui sappiamo ben poco deve essere la causa di tutto.
– E che cos’è la melanina? – chiese il presidente rossoblu.
– Vede, la melanina è quella cosa che d’estate, sotto i raggi del sole, fa passare la pelle attraverso diversi colori. Se lei al mare sta a torso nudo vede la pelle passare dal color bianco a quello roseo, a quello color fiamma e infine al color bronzo. La melanina…
– Senta, professore, tiri dritto in porta senza fare tanti dribbling, – lo invitò bruscamente il presidente blucerchiato. – Che cosa è accaduto?
– Francamente non lo so. Mettetevi queste mascherine e seguitemi nella sala dei bebé, così costaterete di persona.
Quando raggiunsero la sala che ospitava i bebé appena nati, videro due infermiere biancovestite che reggevano ognuna tra le braccia un infante nudo, sgambettante e piangente.
– Ecco, – disse il ginecologo al presidente rossoblu, – il bimbo di destra è suo figlio. – E, rivolto al presidente blucerchiato: – La femminuccia là a sinistra è sua figlia. Ora, giudicate voi.
I due uomini guadarono i neonati con gli occhi spalancati e poi entrambi cercarono un sostegno cui appoggiarsi. Se rimasero anche a bocca aperta non si sa, perché portavano la mascherina,
Fatto sta che il figlio del presidente dei rossoblu, per il quale era già stato scelto il nome di Geno, era di un bellissimo color blu, cerchiato di bianco, con strisce rosse, mentre la figlia del presidente dei blucerchiati, per la quale era già stato scelto il nome di Doriana, aveva il corpo, dalla testa ai piedi, colorato a metà di rosso e a metà di blu. Pareva addirittura avvolta in una delle tante bandiere che si vedono nello stadio.
– Professore, che cosa ha combinato? – esclamarono all’unisono i due presidenti.
– Io! Che c’entro io? Ho solo tentato di spiegarvi che talvolta i cromosomi, i geni, la melanina….
– Ma di che cromosomi, geni e melanina d’Egitto va cianciando! Qui lei ha sbagliato tutto! Ha invertito i bambini! – sbottò il presidente rossoblu cui non avrebbe dato alcun fastidio vedere il suo Genio di un bel colore rossoblu. Pensava già alla pubblicità per la sua squadra. Ma vederselo tutto colorato in blucerchiato e no! Proprio no!
Lo stesso doveva pensare l’altro presidente che continuava a guardare trasecolato, finché colto da un improvviso lampo di genio, si rivolse al rivale dicendo:
– Presidente, che ne diresti se invertissimo gli infanti? Tu ti pigli Doriana e io Geno. Tutto sarebbe normale: che ne dici?
-Accetto! – rispose prontamente l’altro, che già rimuginava in testa la stessa idea. – Ma solo a patto che si cambino anche i nomi in Gena e Doriano.”
– Questo è logico. Affare fatto!
– Affare fatto un corno! – esclamò il professore intromettendosi. – Sono io che non accetto! Ho già registrato le due nascite e non farò mai un falso in atto pubblico. E poi della faccenda sono a conoscenza alcuni infermieri, le infermiere e credo anche un inserviente che passava di lì per caso mentre i bambini nascevano. A quest’ora lo sa già tutta clinica. E poi le vostre mogli non hanno sollevato alcuna rimostranza circa i colori dei figli.
– A questo non ci pensi, alle nostre mogli ci pensiamo noi.
Quando i due presidenti fecero la proposta alle rispettive mogli, alle quali la mania del calcio dei mariti andava poco a genio, li guardarono fissi negli occhi e poi sbottarono:
– Ma voi siete due pazzi, completamente ‘abelinati’! (parola genovese che significa ‘scemi’ per non dire di peggio).
Nessuno si smosse dalle sue posizioni e per i due padri fu giocoforza che il presidente blucerchiato si tenesse Doriana, che sfoggiava un bel colore rossoblu e il presidente dei rossoblu si ninnasse tra le braccia un Geno risplendente per i colori blucerchiati che fasciavano tutto il suo corpo.
Di fronte al fatto increscioso i due presidenti pensarono persino alla chimerica fusione delle due squadre di cui ogni tanto, nei momenti di crisi, si parlava. Ma fu solo un pensiero fugace perché avrebbero dovuto fare i conti con la tifoseria locale e quando in qualche assemblea timidamente accennavano alla fusione, si sentivano rispondere apertamente : – Ma voi siete due ‘abelinati’! (che come vi ho già detto significava ’scemi’ e qualcosa di più).
Ciò non toglie che entrambi ritornassero spesso sull’argomento dei colori dei loro figli, cercando sistemi per scolorirli. E, all’insaputa delle mogli, consultarono esperti in tatuaggi, in detersivi, in diluenti. Fecero immergere i due poveri bambini in candeggina profumata, in perborato, li misero in ammollo e uno tentò persino di infilare il figlioletto in una lavatrice speciale che si limitava a sbattere l’acqua senza far girare i cestello.
Niente da fare. L’unico risultato che ottennero fu quello di far profumare di bucato i due bambini, che, da parte loro, crebbero forti, robusti e colorati.
Quando all’asilo e poi alle elementari e alle medie Geno e Doriana si incontrarono divennero amici, salvo nei momenti in cui si parlava di calcio. Allora diventavano due belvette scatenate. E ciò accadeva quando i rispettivi genitori li portavano allo stadio in occasione dei derby cittadini e si sedevano vicini-vicini in panchina. Allora sì che erano scintille!
Ma si sa: un detto dice “L’amore è più forte del calcio”.
Un giorno, alla fine di un derby, si bisticciarono di brutto, poi, essendo la partita finita in parità, fecero pace. Geno offrì un gelato a Doriana. Lei accettò. E da quel giorno continuò ad accettare. E poiché l’amore non è colorato, o meglio ha tutti i colori dell’arcobaleno, si innamorarono e, in barba ai rispettivi padri-presidenti, si sposarono.
Passarono nove mesi.
E capitò proprio una domenica, in occasione del derby Genoa-Sampdoria, che Doriana venisse ricoverata in ospedale per dare alla luce l’erede atteso.
Anche questa volta a passeggiare in senso opposto lungo la corsia dell’ospedale c’erano i due presidenti, futuri nonni, mentre Geno se ne stava appoggiato ad una finestra e fumava nervosamente una sigaretta dietro l’altra, in barba al divieto scritto sui cartelli e in barba al ministro Sirchia che aveva avuto la malaugurata idea di vietare il fumo… quello delle sigarette s’intende e non quello dei gas di scappamento delle auto, altrettanto nocivo.

Poi la scena si ripeté come molti anni prima.

Da un uscio si affacciò una infermiera, la stessa di tanti anni fa e assai invecchiata, che tutta pimpante gridò:

– Signori, gol!
E li accompagnò nell’ufficio del ginecologo, anch’esso invecchiato e con capelli bianchi.
– Vede, signor Geno, – cominciò a spiegare, – sebbene in questi due ultimi decenni la medicina abbia fatto passi da gigante, non siamo ancora riusciti a capire come agisca la melanina della pelle…
I due presidenti che già conoscevano la tiritera, e anche Geno che conosceva la storia per averla udita molte volte, non stettero lì ad ascoltare la conclusione del ginecologo. Si precipitarono verso la nursery, dove li attendeva una sorridente Doriana che reggeva tra le braccia un bimbetto sgambettante,
Trasecolarono alla vista… stavolta tutti e tre.
Avete presente un barilotto con tutti i cerchi che lo tengono stretto? Così era il neonato. Paffuto, rotondetto, grassottello, aveva il corpo metà rosso e metà blu ed era tutto circondato da strisce bianche. Sul petto aveva un bel grifone e sulla schiena la testa di un vecchio marinaio col berretto in testa, intento a fumare la pipa.
– Che fusione! Che perfetta fusione di colori! – esclamò il padre estasiato.
La notizia si diffuse subito in tutto lo stadio dove si disputava la partita decisiva per rimanere in serie A. L’arbitro decise di interrompere temporaneamente la partita per dar modo ai tifosi di commentare l’accaduto. Parve persino che l’esito del derby avesse perduto ogni significato.
La presenza del grifone sul petto del neonato e quella sul dorso del nonnetto con pipa, fece riaffiorare l’eterno dilemma: la città doveva continuare ad avere due squadre o a riunirle in una sola.
– Signori, – gridava uno urlando nel megafono, – persino la natura madre di tutte le genti e di tutte le cose ci indica la via da seguire. Se ha voluto riunire in un bimbo i colori e i simboli delle due squadre, vuol dire che la fusione si deve fare.
– Ma che fusione e fusione! – lo contraddisse subito un giovane studente di medicina che si era impadronito del microfono di uno speaker che diffondeva le notizie in tutto lo stadio – Qui si tratta della ‘sindrome dell’arcobaleno’, una anomalia della pelle scoperta di recente.
E le teorie si sprecarono prima nello stadio e poi nel piazzale antistante. Si discusse a lungo, finché, al calar del sole non giunse la soluzione auspicata e tutto fini… finì come al solito a legnate e a botte e con l’intervento della polizia, mentre il questore si metteva le mani tra i capelli.
Nel frattempo il bimbo rosso-blu-cerchiato se la dormiva contento tra le braccia di Doriana.
© M..Cassini 2006

Ma la storia non termina qui…e un amico l’ha continuata con un finale diverso…

Poesia

ECOLOGIA E NECESSITA’

Di Pollicino il padre sconsolato
guardava amareggiato la foresta
e gli alberi che il fuoco avea bruciato.
Piangeva, urlava e si battea la testa.
“Che fai? – gli chiese un tal. – Sei forse matto?”
“Ce l’ho con chi ha bruciato tutto questo!
con chi ha commesso un così gran misfatto.”
“Ricrescerà vedrai e molto presto.”
“Ma intanto, – disse il padre a muso storto –
per perder Pollicin, dove lo porto?”

© M. Cassini, 2005

ZUCCA PELATA (o quasi)

Un calvo fortunato
aveva tre capelli
cui era affezionato.
Sembravan tre gioielli.
Un dì dal suo cocchiere
si fece accompagnare
da un grande parrucchiere.
per farli pettinare.
“Li tiri tutti indietro.
E usi ogni attenzione.
Li tratti come vetro;
questa è la sua funzione.”
Il figaro indeciso
indietro li tirò,
ma, ahimè, all’improvviso
uno dei tre strappò.
“E adesso?” – chiese al calvo –
Che cosa debbo fare?”
“Tra i due che sono in salvo
la riga ha da tirare.”
Ma mentre il conciateste
usava un pettinino,
un crampo guastafeste
tremar gli fe’ un ditino:
E un altro ne strappò.
Confuso ed avvilito,
il calvo apostrofò.
“E adesso ch’è sparito,
con l’ultimo che fo’?”
“Niente – rispose il calvo.
– Ma sono assai seccato.
Con uno solo salvo,
uscirò spettinato.”

© 2005 M. Cassini

ELEZIONI IN LIGURIA

Nell’aula elettorale di Sanremo
la scheda ritirò un elettore.
Non molto esperto e anche un poco scemo,
rimase incerto e poi chiese: “Dottore,
mi spiega che ho da fare per favore?”
“Semplicemente entrar nella cabina,
segnar con la matita la schedina.
La scheda in quattro va poi ripiegata
e dentro l’urna in seguito infilata.”
L’elettore alquanto frastornato
nella cabina entrò preoccupato.
Passò un minuto, cinque, un quarto d’ora
e non si decideva a venir fora,
“Ehi, lei: che fa lì dentro? Cosa aspetta?
Non è mia colpa e non mi metta fretta.
In quattro va la scheda ripiegata.
Lo disse lei, spiegandomene l’uso.
La parte mia io l’ho già completata.
Aspetto gli altri tre e poi ho concluso.”

© M. Cassini, 2005


PRODIGI DELL’IMITAZIONE

Tre cacciatori assisi sotto un noce
parlavan di pennuti e di richiami
e dell’arte di modellar la voce
per attirar uccelli a piene mani.
“Io, – disse l’un dei tre – conosco un tale:
imita i cardellini con talento.
Arrivan tutti in volo, a frotte, a sciami
e un mucchio te ne vedi in un momento
intento a cinguettar tra foglie e rami.”
“E’ poca cosa – disse un suo compare –
conosco un tizio che del gallo il canto
a perfezion riesce ad imitare.
Anche se il sole è ormai all’occidente,
se fa chicchiricchì, come d’incanto,
lo vedi rispuntare ad oriente.

© M. Cassini 2005

TERRA DI PRODIGI

Guardando incuriosito sopra un arco
il famoso leone di San Marco,
chiese ad un venezian un dì un tedesco:
“Ho fantasia, eppure non riesco
a immaginar ( perché non son reali)
dove nascono i leoni con le ali.”
“Ma proprio lei non sa!- disse compito
il venezian, rimasto sbalordito.
– Mirabili creature son coteste.
Nacquero, ovviamente, in quel bel sito
dove nascono le aquile a due teste.”

© 2005 M. Cassini

CHI BEN COMINCIA

Un condannato a morte una mattina
salì sul palco della ghigliottina.
Attorno si guardò e poi con noia,
scuotendo il capo si rivolse al boia.
“Che giorno è oggi, mi sapresti dire?”
“E’ lunedì e tu devi morire.”
Udendo i tocchi a morte di campana,
il condannato disse mestamente:
“Comincia molto mal la settimana.”
E il capo al boia porse dolcemente.

© 2005 M. Cassini

VISITA

Venuto in città un contadino
per visitare il figlio carcerato
chiese informazioni a un netturbino
che stava ramazzando sul sagrato.
“Per andare in prigion, come ho da fare?”
E quello, dopo averlo ben squadrato,
“E’ semplice – rispose. – Deve entrare
in quel negozio. E dopo aver rubato
uscir di corsa e mettersi a scappare.
Arriverà in prigione di filato
a bordo d’un veloce cellulare
da una guardia o due, ammanettato.”

© 2005 M. Cassini

UNA SPIACEVOLE PASSEGGIATA

Costeggiando tranquillo l’alto muro
del nuovo manicomio del Lingotto,
fu attratto da un vocion dal tono duro
che urlava a squarciagola “Otto! Otto!”
Attratto dal vociar, balzò sul muro
per vedere chi faceva quel casotto.
Due mani l’afferrar e cadde sotto,
finendo tra le ortiche. “Oh grazie, Giove,
– disse un matto che stava al pie’ del muro
– prima eran otto e adesso sono nove.”
E, contemplate un poco le sue prede,
ricominciò a gridare: – Dieci, dieci!”
pensando “Occorre sempre avere fede”.

© 2005 M. Cassini

UN CUSTODE… LETTERATO

Il custode d’un palazzo signorile
non molto sveglio e dal cervel balzano
si rivolse con tono assai gentile
e salutò il signor del quarto piano.
“Buongiorno, signor Rossi, è più d’un mese
che dal palazzo non è più uscito.”
A lui rispose il Rossi assai cortese:
– Scrivevo un libro ed ora l’ho finito.
Per questo son rimasto in casa chiuso.”
Il custode lo guardò assai deluso.-
“Perché perdere tempo ed energia
se ne trova a migliaia in libreria.”

© 2005 M. Cassini

TIMORI DI PAST0RELLO

Le pecore guardava un pastorello
quand’arrivò un pittor coi suoi colori,
il cavalletto e in mano un gran pennello.
“Son proprio belle ed io non ho timori
di pitturarle tutte in blu pastello.”
“Non t’azzardar – rispose il pastorello –
se blu le fai sarebbe un bel macello.
Chi compèrerà la lana tinta in blu
se bianca nasce e poi non cambia più?”

© 2005 M. Cassini

NUTRIRE IL CORPO E LA MENTE

Dopo una delicata operazione
all’ammalato fu portato il pranzo.
Costui si riteneva un gran mangione
e s’aspettava un bisteccon di manzo.
Ma l’infermiera gli portò un grissino
accompagnato da un bicchiere d’acqua.
Sgranocchia il suo grissin il poverino;
con l’acqua del bicchier la bocca sciacqua.
Rivolto all’infermiera: “Sia cortese,
mi porti per favore un francobollo.”
“Perché un francobollo?” quella chiese.
“Sa, dopo un lauto pranzo, assai satollo,
mi piace leggiucchiar un pochettino.
Quindi non mi riman per compensare
il pasto consistente in un grissino:
leggere un francobollo. Non le pare?”

© 2005 M. Cassini

DAL DENTISTA

Impaurito sotto i ferri del dentista
aspettava con timore la sentenza.
E già la si leggeva a prima vista
su chi dei denti aveva competenza.
“Qui nel molare c’è una gran caverna.”
fu l’amaro responso del dottore.
“Qui nel molare c’è una gran caverna.”
“Perché me lo ripete? Non ha cuore!”
“Ma io non le ripeto proprio niente:
è l’eco di caverna del suo dente.”

© 2005 M. Cassini

COLLOQUIO ALL’ANAGRAFE

Un tal si presentò allo sportello
dell’Ufficio Comunal di Montebello.
“La carta mia d’identità
è scaduta giorni fa.
Debbo farne un’altra nuova.”
“Ha portato qui la vecchia?”
” Come no? Eccola la!
– e, grattandosi un’orecchia,
disse: – Nonna, vieni qua.”

© 2005 M. Cassini

BALLE DI PESCATORI

Mentre stavan le reti a rammendare
nel paesino ligure di Celle
dei pescatori in vena di ciarlare
parlavan d’esche, pesci e prede belle.
“Io pesco pesci grossi solamente”
diceva un di lor esperto assai
ma un po’ sbruffone e alquanto strafottente.
“Peschi balene ?” chiese un tal ghignando.
“No,” serio gli rispose di rimando.
“Quand’esco in barca per la pesca
le balene le uso come esca.”

© 2005 M. Cassini

CONSIGLI DI UN AMICO

“Buongiorno, Carlo, ti trovo un po’ ammosciato.”
“Non dirmi! Sto covando l’influenza

e dal dottor mi reco di filato

non posso del vaccin restare senza.”
“Non farlo, Carlo mio, te lo sconsiglio;
lo fece giorni fa il mio fornaio
ed ora in casa sua c’è gran scompiglio.
E’ morto all’improvviso, Dio, che guaio”!
“Che dici? Il vaccin non è letale.”
“Questo lo pensi tu e pensi male.
Uscito dallo studio del dottore
finì sotto le ruote d’un trattore
che lo mandò diritto al creatore.”

© 2005 M. Cassini

LEZIONE DI CAVALLERIA

Con gli occhi pesti ed un bel bozzo in testa
a casa ritornò con aria mesta.
“Che t’è successo?” chiese il genitore,
guardando gli occhi neri con stupore.
“Papà, tu sempre m’hai insegnato
ad essere cortese e assai educato,
ad affrontare sempre ogni questione
lasciando all’avversario l’occasione
di sceglier l’armi pria della tenzone.”
“Regola giusta di cavalleria
e omaggio gentil di cortesia.”
“Dopo la discussione è quel che ho fatto.”
“E lui che scelse?” “Beh, mi fe’ l’onore
di scegliere il suo fratel maggiore.”

© 2005 M. Cassini


UN BIMBO PRECOCE

Un fanciullin seduto in mezzo al prato
stava fumando un sigaro toscano.
Una bottiglia di gin teneva a lato
e spesso l’afferrava con la mano
per tracannarne un sorso con piacere.
Una vecchia signora che passava
vedendolo fumar e poscia bere,
sbigottita, così l’apostrofava:
“Che stai facendo? Hai marinato scuola?”
E il fanciullin con faccia da impunito:
“Signora, no. Le dò la mia parola.
A scuola io non sono ancor gradito.
Ho sol quattr’anni e non ci posso andare.”
Poi riempito un bel bicchier di gin.
Lo tracannò dicendo: “A lei, cin cin!”
E quindi, con la faccia assai beata
col sigaro si fece una tirata.

© 2005 M. Cassini

IL TRENO E IL TRENINO

Un pastorello alquanto infuriato
pensando alle sue pecore ammazzate
travolte da un treno accelerato
che in un vallon le avea scaraventate,
si dirigeva verso la stazione
deciso a denunciar la situazione.
Mentre passava accanto a una vetrina
un oggetto attirò la sua attenzione.
Era un trenino di foggia assai bellina
con la locomotiva e un sol vagone.
Entrò con rabbia e preso quel trenino
lo gettò furiosamente contro il muro.
Il venditor gridò: “Di’, sei cretino?
L’hai rotto!” lo sgridò a muso duro.
“Nove pecore suo padre m’ha ammazzato!
Se quello cresce, quant’altro mal farà?
– rispose il pastorel non più adirato. –
E’ meglio che sia rotto e resti qua.”

© 2005 M. Cassini

IL TAXISTA… INTELLIGENTE

Lasciata l’osteria
un taxista avvinazzato
rovistava per la via
tra le pietre del selciato.
Buia era la contrada
ma la luce d’un lampione
quella zona illuminava.
Un agente incuriosito
si fermò per controllare.
“Ha perduto qualche cosa?
Una man le posso dare?”
“Sì, le chiavi del taxi
non riesco più a trovare.”
“E le ha perse proprio qui?”
“No, mi son cadute là.”
E indicò un posto scuro
tutto buio accanto al muro.
“E perché le cerca qua?”
“Là un lampione non ci sta.”

© 2005 M. Cassini

LEZIONE DI CHIMICA

“Cos’hai imparato a scuola stamattina?”
chiese la madre al figlio con premura.
“A fare della nitroglicerina.
Sai, serve a demolire case e mura.
L’ho provata: funziona ottimamente.”
“Bene. E domani a scuola che farete?”
“Direi che non faremo proprio niente.
Della scuola è rimasta una parete.”

© 2005 M. Cassini

PUNTI DI VISTA

Un ragazzotto guardava affascinato
due tipi che si stavan scazzottando.
Se la godeva un mondo ed estasiato
la rissa accompagnava fischiettando.
D’un tratto corse via a spron battuto
finché non si imbatté in un agente.
“Presto! Venga! Mi occorre il suo aiuto.
E se non basta lei, chiamiamo gente.”
“Perché, che c’è? Che sta accadendo?”
“Due uomini si stan pestando a sangue,
E’ più d’un ora che si stan battendo
e l’un dei due è a terra dove langue.”
“E dopo un’ora tu mi cerchi adesso!”
“Mio padre, l’un dei due stava vincendo,
ma ora, ahimè, le sta proprio prendendo.”

© 2005 M. Cassini

PROMESSA DI PISTOLERO

Il pistolero Bill con la cavalla
raggiunse Apachetown un bel mattino
e, chiusa Cunegonda in una stalla,
entrò in un saloon per lo spuntino.
Ma mentre dei fagioli Bill mangiava,
qualcuno Cunegonda gli rubava.
“Rivoglio la cavalla immantinenti”
gridò, ponendo mano alla pistola,
“compresa la sua sella e i finimenti.
Badate sono un uomo di parola,
pronto a rifare il gesto di mio padre.”
Un tal gli domandò: “Se tu lo credi,
che fece il genitor di tanto grave?”
“Se ne tornò al ranch, da solo e a piedi.”

© 2005 M. Cassini

FUNERALE A VENEZIA

“Di mia moglie il funerale
debbo fare immantinente”
disse un tizio all’ospedale,
rivolgendosi a un agente.
“Vorrei spendere pochino
perché son nullatenente
e ho i baiocchi al lumicino.”
“Vede, sior, ” disse l’agente
“Non è certo cosa rara
far portare in gondoletta
sol la salma nella bara.”
“E i parenti?” “Questo è noto.
Quelli seguon tutti a nuoto.”

© 2005 M. Cassini

CAMBIO DI CONTORNO

Davanti al commissario,
alquanto sconsolata,
sedeva una signora
assai preoccupata.
“Bene, ripeta ancora
com’è accaduto il fatto.”
“Stavo cuocendo al forno
un pollo tartufato
mi ci volea un contorno
cui non avea pensato.
Chiesi a mio marito
d’andar dai contadini
ed acquistar spedito
un chilo di lupini.
Un giorno è già passato
ma lui non è tornato,
per cui non so che fare.”
“Perché non può provare –
le disse il commissario,
che altro avea da fare –
di cucinar zucchini
al posto dei lupini?”

© 2005 M. Cassini

RECLUTE DI MARINA

Un capitano arcigno e assai tiranno
ai soldati gli ordini impartiva,
sbraitando dall’alto del suo scanno:
“Se io a voi dò una direttiva
dovete ubbidire immantinente.
Nessuna discussion, nessun fetente
osi disubbidir se di quassù
ordino: ‘Tutti in mare a testa in giù!”
Un soldato di corsa uscì dai ranghi.
“Dove credi d’andar: torna al tuo posto,
se non vuoi in prigion finire tosto!”
“Mi scusi, ma se in mar devo cascare,
bisognerà che impari anche a nuotare.”

© 2005 M. Cassini

DAL PARRUCCHIERE

“Amico mio, sono ossessionata ”
diceva una signora al parrucchiere
“Guardi che forfora, sembra una colata
di cenere che scende da un cratere.”
“Si rassicuri e fughi ogni paura,
provi con la cura arcobaleno –
le disse il coiffeur con premura –
e tutto sparirà in un baleno.
Al lunedì usar la fiala gialla
al martedì la rossa che non falla.
Mercoledì la blu, usando un guanto
e giovedì la fiala d’amaranto.
La verde il venerdì usi di sera
e sabato si spalmi quella nera.
Domenica riposo. E lunedì riprende
con la gialla, la rossa e così via
e da me torni per l’Epifania.”
Il sei gennaio riecco la cliente.
“La forfora è sparita? S’è eclissata?”
“Per nulla al mondo è sempre li presente.
Prima era bianca e adesso è colorata.”

© 2005 M. Cassini

VIAGGIO VERSO IL NUOVO MONDO

“L”America dov’è?
E’ qui vicino?”
chiese ansioso alla mamma
il suo bambino.
“E’ al di là del mare.
e assai lontana
Non ti fermar, Pierino
e nuota a rana.”

© 2005 M. Cassini

PENITENZE

Due amici sul sagrato,
poiché avean rubato,
commentavan il risultato
della loro confession.
“Hai tu pure dichiarato
il delitto che hai commesso?”
“Certo, sì. Io ho ammesso
sia il furto che il reato.
E son stato condannato
ad una assai pesante pena:
imbottire i calzerotti
con manciate di borlotti
Poi andare al Santuario
e lì, dire il rosario.”
“Dei fagioli pure a te!
Proprio quel che ha detto a me.
Sarà dura in fede mia!
Ma ci faremo compagnia.”
Quel mattino sul sentiero
con aspetto un po’ contrito
ma con passo assai leggero
l’un dei due correa spedito
mentre l’altro zoppicava
e alla bocca avea la bava.
” Ma non senti tu il dolore
che ti fanno quel borlotti
che ci ha imposto il confessore?”
“No, perchè li ho messi cotti.”

© 2005 M. Cassini

NELL’UFFICIO POSTALE

Un tizio dall’aspetto un po’ bislacco
nell’Ufficio Postal del suo paesetto
si presentò reggendo un grosso pacco
che teneva con le braccia stretto al petto.
“Desidera spedirlo a porto franco
o preferisce il porto assegnato?”
“In quei porti non ho nessun amico.
Lo spedisco a mio zio nel Portorico.”

© 2005 M. Cassini

STRANA RICHIESTA

“Desidera, signor?” chiese il commesso
ad un cliente strano e un po’ malmesso.
“Avete la bandiera italiana
di color giallo e di tessuto in lana?”
“Ce l’ho di color bianco, verde e rosso”
rispose il commesso un poco scosso.
“Me la dia bianca. Sarà mia premura
di colorarla in giallo e con gran cura.”

© 2005 M. Cassini

UN MENDICANTE RAFFINATO

Un mendicante tutto sbrindellato
chiede la carità in un caseggiato.
“Signora, ho fame. Un euro mi darebbe?
Vorrei comprarmi un po’ di cioccolato
e di gustare un sorso di giulebbe.”
“Ma non sarebbe meglio un bel panino
oppure un nutriente tramezzino?”
“Vede, signora mia, lei ha ragione
ma oggi è per me lieta occasione
che si presenta sol una volta all’anno
nel giorno lieto del mio compleanno.”

© 2005 M. Cassini

ALLARME AEREO

In un paese in guerra
suona l’allarme aereo
e nei bunker sottoterra
tutti cercan d’andar.
Ma un vecchio torna indietro
con volto alquanto scuro.
“Sei matto! Dove vai?
“Scordato ho la dentiera
in fondo a una teiera.”
“Tra poco qui son guai –
disse un tal dal volto scuro. –
Che credi che stasera
butteran del pane duro?”

© 2005 M. Cassini

CONSIGLI

Che cos’hai” – chiese il marito
alla moglie impallidita.
“Ho il naso ostruito
e mi sento un po’ stranita.
Se respiro con la bocca
io mi sento soffocare.”
“Cara e bella la mia cocca,
prova un po’ a non respirare.”

© 2005 M. Cassini

GUAI NEL POLLAIO

Un contadino aveva un grosso guaio
a causa di tre donnole rapaci
che visitavan spesso il suo pollaio
con blitz veloci, accorti ed efficaci.
Recandosi un bel dì alla stazione,
con l’intento di prendere un diretto,
quasi giunto a metà dello stradone,
si soffermò davanti a un negozietto
che precisava sopra gran cartello:
VENDIAM DI TUTTO. ENTRATE, CHIEDETE
E SIATE CERTI CHE IL PRODOTTO AVRETE.
Il contadin, suonato il campanello,
spinse la porta e chiese all’esercente
che stava lavorando col martello:
“Avete una trappola potente?”
“Ma certo: dica solo la misura
e di servirla sarà nostra cura”
“Mi dia la più grande e faccia presto –
gli disse il contadino con affanno –
se no non prendo il treno ed io qui resto.”
“Mi spiace, ma per lei sarà un bel danno –
perché di sì potenti non ne fanno.”

© 2005 M. Cassini

LA PARTITA DI CALCIO

Un gruppo di diavoli annoiati
volendo divertirsi un pochettino
con modi alteri e assai maleducati
bloccarono in un bar un Cherubino.
“Noi dell’Inferno vi sfidiamo al calcio
in campo neutro, presso il Purgatorio.”
“Per far quel match non v’è nessun intralcio,”
rispose il Cherubino perentorio.
“Ma perderete, questo è assodato.
In Paradiso abbiamo calciatori
che l’arte del pallon ci hanno insegnato
e certo che per voi saran dolori.”
Ghignarono due diavoli cornuti.
“Potrete avere su campion potenti.
Quaggiù abbiam gli arbitri venduti
che in campo certo son tra i più fetenti.”

© 2005 M. Cassini

CONSIGLI MEDICI

“Signora mia, ha il cuore indebolito:
lei deve evitar di far le scale.
Un tale sforzo è per lei proibito.
Potrebbe alla lunga esser fatale.”
Tre mesi dopo riecco la vecchietta
presentarsi pimpante e molto ardita.
“La cura che le diedi adesso smetta
– le disse il professor. – Lei è guarita”
“Allora posso risalir le scale
per curare i colombi in piccionaia?
Sa, troppo in alto stava quel locale
ed ogni giorno mi metteva male
risalir per il tubo di grondaia.”

© 2005 M. Cassini

SUI CAMPI DA CORSA

“Sono stufa di venire all’ippodromo
e di veder fantini cavalcar destrieri.
Domani voglio andare al cinodromo
per ammirar le corse dei levrieri.”
“Perché hai cambiato gusto all’improvviso?”
le chiese suo marito scuro in viso.
“Perché voglio scoprir se son dei nani
i fantini che cavalcano quei cani”.

© 2005 M. Cassini

SENSIBILITA’

Un cagnetto in poltrona
con a fianco la padrona
assisteva affascinato
quasi trattenendo il fiato
ad un film molto struggente
che un regista assai quotato
tratto aveva di recente
da un best-seller rinomato.
Alle scene più toccanti
molte lacrime versava
e con pianti laceranti
fortemente singhiozzava.
Alla gente stupefatta
che chiedeva la ragione
di quel suo comportamento
la padrona sconcertata
non trovava alcun commento.
“Non so dir che gli è accaduto!
Tanto più che, letto il libro,
esclamò: ‘Non m’è piaciuto?.

© 2005 M. Cassini

CREAZIONE

Il buon Dio preoccupato
di finir la creazione
ad un Angelo fidato
avea dato la mansione
di curare gli animali
che via via stava facendo.
Ma una sogliola vedendo
tutta piatta e livellata,
l’angioletto redarguì:
“Tu dovevi sol lavarla.
Non ti dissi di stirarla.”

© 2005 M. Cassini

LA SCELTA

Un naufrago stremato
su una zattera disteso
attendeva disperato
il soccorso a lungo atteso,
quando vide assai vicino
pedalar sul mar nebbioso
un ometto su un pattino.
“Forza, Genova è vicina!”
disse l’uom che s’era sporto
salga su e in una ventina
di minuti siamo in porto.”
“Grazie no, non si dia pena.
Preferisco andare avanti:
perché sto a Sampierdarena.”

© 2005 M.Cassini

II parte

di Marino Cassini

(Genere: umorismo)

UN GUSTOSO TRAMEZZINO

Un cow-boy di wisky pieno

nonostante fosse brillo

sparacchiava al tiro a segno

e centrava ogni birillo.

Il padron del baraccone

gli allungò una tartaruga.

“Ecco il premio del campione!

E le do un po’ di lattuga

perché faccia colazione.”

Il cow-boy col suo trofeo,

traballando a destra e a manca,

s’avviò come un babbeo

e si sedette su una panca.

Dopo un’ora torna al banco

e riprende a sparacchiare

con la colt che aveva al fianco.

E mai cessa di centrare

il bersaglio tinto in bianco.

“Bravo! Bene! Lei ha vinto

una bambola di pezza.”

“Grazie, no – dice convinto,

pur tra i fumi dell’ebbrezza.

– voglio un altro tramezzino.

Quel di prima era divino.”

TIRCHIERIA

Da tempo naufragati

in un’isola sperduta

due tizi assai svitati

attendevan la venuta

d’un veliero salvator.

Già da tempo avean spedito

un messaggio in una bottiglia.

L’ SOS era partito

ma non si vedea una chiglia,

né una vela, né un vapor.

“Guarda là! Che cosa è quella?”

“La bottiglia: è ritornata!”

“Perché mai? Oh, questa è bella!

Quindi non è mai arrivata

a chi era destinata?”

“Certo no, mio bel cretino.

Tu sei tonto a quanto pare.

Hai il cervello d’un tacchino.

e sei scemo come un pollo.

Non poteva mai arrivare:

non hai messo il francobollo.

TEMPO DI REGALI

“Mi sento assai indeciso,

ma debbo far qualcosa

per addolcire il viso

alla mia cara sposa,

Che cosa debbo fare?

Che cosa regalare?”

Rispose un estetista:

“Le compri un fazzoletto

di seta o di battista.

Vedrà, sarà perfetto,

le strapperà un sorriso

e addolcirà il suo viso.”

“Non è un regalo adatto,

perché si dà il caso

ch’io non conosca affatto

l’ampiezza del suo naso.”

SCENETTA D’AMORE AL CELLULARE

LUI – “Amore mio, per te farei ogni cosa

– diceva un giovanotto al cellulare.

– Cavalcherei un’onda tumultuosa,

mi butterei nel più profondo mare.

Affronterei il leone più feroce,

mi getterei nel fuoco d’un vulcano,

sorreggerei la più pesante croce

mi lancerei in mezzo a un uragano.

Per star sempre con te, mio dolce amore,

a piedi nudi marcerei sul fuoco

pur di portarti almeno un rosso fiore

e dirti che il mio ardor non è un gioco.”

LEI – “T’aspetto trepidando, o mio adorato.

mia gioia, mio divino mio big love.

Vieni di corsa, corri a perdifiato.”

LUI – “Ma come! Proprio adesso ? Adesso piove.”

INCONTRI

Passeggiando per la via

s’incrociarono per caso

due signori di Pavia.

Dalla fine del ginnasio.

non si eran più incontrati

e, fissandosi negli occhi,

si guardavano impacciati.

quasi come due allocchi.

“Nando mio, non ti rammenti?

Eravamo insiem nel banco.

Eran circa gli anni venti

e stavamo fianco a fianco.

Ma i tuoi tratti son mutati:

i tuoi occhi erano neri

ora in blu si son mutati.

Il tuo viso rubicondo

ora smilzo è diventato.

Eri bruno ora sei biondo

il tuo aspetto è assai variato.

Nando mio, che mutamento!

Io più non ti riconosco!”

“E io di lei non mi rammento

e per di più non la conosco.

Penso lei si stia sbagliando.

In fede mia non la conosco

e poi non mi chiamo Nando.”

“Certo sì che sei mutato!

Anche il nome hai cambiato!.”

IN UN NEGOZIO DI SCARPE

“Gradirei degli stivali

per potere andare a caccia

che sian comodi e speciali

come quei d’un guardiacaccia.”

“Signorsì, di che misura?”

“Calzo il quarantadue.

Voglio merce duratura,

resistente come un bue.”

“Ci vuol pelle di cinghiali.

E il color?” “Non ho pretese,”

– disse l’uomo in ton cortese –

“purché entrambi gli stivali

siano di colori uguali.”

PARLIAMO DI PENSIONI

Un asino, un cavallo e un leone

discutevan con rabbia la questione

su come far quadrare a fine mese

la pensione con i pasti e con le spese.

“Trecento euro prendo e poco più

e vivo proprio peggio dei bantù.

Mangio solo paglia e un po’ di fieno”

disse il cavallo in tono poco ameno.

“A chi lo dici!” ragliò l’asino spellato,

“Ho trascorso una vita da dannato

e sol duecento euro ora mi danno

e vivo derelitto e con affanno.”

“Di certo più di voi son fortunato:

prendo seicento euro e tiro il fiato.

Arrivo facilmente a fine mese

perché risparmio più d’uno scozzese”

disse il leone, re della foresta,

scuotendo mestamente la sua testa.

“Ma c’è una cosa che mi fa dispetto

e che, confesso, non mi piace affatto.

Si tratta di quel dono prediletto

di cui gode da sempre il signor gatto.

Avendo sette vite, quel furbetto,

sette pensioni si gode il maledetto!”

VENDETTA

Espulso dalla scuola il buon Pierino

pensò di vendicarsi, il birichino

e di fronte alla scuola piantò ritta

una vistosa insegna con la scritta:

“O AUTOMOBILISTI, STATE ATTENTI

DI QUI PASSANO SPESSO GLI STUDENTI.

NON INVESTITE I PARGOLI INDIFESI

CERCATE DI LASCIARLI ALMENO ILLESI.

MA SE PER CASO SIETE DEI MALDESTRI

ASPETTATE CHE CI SIANO ANCHE I MAESTRI”

ACCUSA DI FURTO

Un elefante enorme e assai infuriato

vicino a una piscina se ne stava,

barrendo e soffiando a perdifiato,

guardava una formica che nuotava.

“Ti ordino di uscire sull’istante!”

urlò con la sua voce rimbombante.

“No che non esco! Io non vengo fuori!”

“Esci, se no per te saran dolori.”

Fu giocoforza per la formichina

uscir grondante fuor dalla piscina.

Turbata, tutta nuda e un po’ tremante

stette ritta di fronte all’elefante.

E questo con un’aria assai confusa

rabbonito la guardò: “Ti chiedo scusa.

Credevo che a me, che sono un Vip,

tu avessi rubato il mio bel slip.”

INCONTRI STRANI

“Dio mio, chi t’ha pestato, poverino, –

dissi, guardando il viso malandato

d’un caro amico, mio coinquilino.

Sù, dimmi, cosa mai t’è capitato?”

“Passeggiavo – mi spiegò – in Via del Rovo

quando un tal mi diede un gran spintone.

“Pasquale, m’insultò, or ti ritrovo

figlio d’un cane, porco, gran puzzone!”

E poi mi diede un pugno in pieno viso.”

“E non reagisti a un tipo sì volgare?”

“Ero perplesso e anche un po’ indeciso.

Io non capivo che volesse fare.

‘Pasquale, – continuò quel forsennato –

la moto tempo fa tu m’hai rubato

e anche il portafoglio mi hai fregato”.

Ciò detto, due schiaffon m’ha rifilato.”

“E tu cosa facesti? L’hai colpito?”

“Io no. Io stavo lì senza reagire

un po’ confuso e anche un po’ stordito

e non capivo che voleva dire.”

‘Pasquale, disgraziato, gran vigliacco,

il gatto m’uccidesti!” E sì dicendo

di botte me ne diede un altro fracco

e il male che subivo era tremendo.”

“E sopportasti tutto quel pestaggio

senza neppure chieder spiegazione,

il perché di tutto quel linciaggio

al fine di capir la situazione?”

“Ciò che diceva a me non m’importava:

perché dar peso a un tipo sì brutale?

E poi la furia sua non mi toccava:

perché mi chiamo Claudio e non Pasquale.”

LA TOILETTE DEL CANE

Un tosacani ambulante

con la sua cassetta in spalla

si fermò in Piazza Dante

proprio dove c’era un bar.

Lì, seduto a un tavolino,

un cliente sonnecchiava

con a fianco un cagnolino

che lo stava a rimirar.

L’animal dal lungo pelo

l’avea sporco ed arruffato

e occorreva molto zelo

per poterlo pettinar.

“Scusa – disse il tosacani –

che ne pensi di un lavaggio?

Glielo faccio a piene mani

con sapon di Zanzibar.

“Per me fa’ quello che credi

con la schiuma o col sapone;

lava schiena, testa e piedi

io mi limito a guardar.

Il solerte conciatore

ci si mise con impegno.

Lo strigliò per ben due ore

e il can lo lasciò far.

“Gli facciamo anche un fiocchetto

proprio in cima della coda

e di peli un collaretto:

oggi va tanto di moda.”

“Faccia pur, se la diverte:

io sto qui ad ammirar.”

Finalmente il cagnolino

tutto lustro e profumato

fece ai due un bell’inchino

e se ne andò a passeggiar,

Al cliente il tosacane

disse: “Prego, son trent’euro.”

“Mica mio era quel cane!

Quindi nulla ho da pagar.”

VENDETTA POSTUMA

Due baldi esploratori sfortunati

finirono in un grosso pentolone

per essere bolliti e poi mangiati

in una saporita colazione

da un gruppo di cannibali africani.

Piangeva l’un dei due, rideva l’altro

e si fregava lieto ambo le mani

guardando lo stregon con occhio scaltro .

“Ma come rider puoi in tal momento?

a me scappa la pipì, o porca vacca!”

“Per questo rido, amico, e son contento

perché nel brodo ho fatto anche la cacca.”

UNA SENSAZIONALE SCOPERTA

Un famoso entomologo cinese

studiando i riflessi degli insetti

così spiegava a un medico francese

facendogli vedere dei ragnetti.

“Amico mio, ho fatto una scoperta .

e or ti spiego quello che ho trovato.

Ho preso un ragno e sopra una coperta,

e senza mai parlar, io l’ho posato.

Ciò fatto poi mi sono allontanato

di alcuni metri e piano ho sussurrato.

‘Ragno, ragnetto mio, corri veloce’.

E lui s’è mosso al suon della mia voce.

Poscia l’ho preso in man e l’ho voltato

e messo sottosopra a zampe all’aria

e tutte le zampette gli ho tagliato

con una operazion veterinaria.

Poi libero su un desco l’ho lasciato

e poi da lui mi sono allontanato.

Quindi con voce alta l’ho incitato.

‘Cammina, forza, vai!’ l’ho poi spronato.

Ma lui è rimasto fermo e non s’è mosso.”

“ E la scoperta, dimmi, dove sta?”

– gli chiese il suo collega un poco scosso.-

“Io non ne vedo alcuna in verità!”

“Ma come? Non t’accorgi? Ma è palese

se a un ragno tagli tutte le sue zampe,

diventa sordo” gli spiegò il cinese.

QUESTIONE DI TEMPO

Dalla caccia esultante

Giovannino ritornò

e una puzzola olezzante

sino a casa si portò.

“Matto sei! Dove la metto?”

chiese irata la sua mamma.

“Su con me, sotto il mio letto

e, suvvia, non farne un dramma!”

“Già ci sono due furetti,

tre conigli e un cagnolino,

un criceto e due galletti

più quel grosso porcellino.

Ma non pensi tu al fetore

alla puzza che già regna.

Quella lì, cosa farà?

“Oh, sta certa, in poche ore

al fetor si abituerà:”

GLI AFFARI SOPRA TUTTO

Ormai giunto alla fin della sua vita

attorno al letto dell’ebreo Samuele

vegliava la famiglia riunita

dalla consorte al piccolo Daniele.

Con voce fioca e quasi balbettando,

il vecchio non cessava di parlare

“O Sara, moglie mia,. mi stai guardando?”

“Sì, caro, sono qui, non ti crucciare.”

“Rebecca, tu che fai, figliola bella?”

“Piangendo sto per te, o babbo caro.

C’è pure Abele e Miriam, tua sorella.

e t’assicuro il pianto è molto amaro.”

“E tu, cognato mio, sei qui presente?”

“Stai calmo, sono qui con un tuo collega.”

“Ma disgraziati! – urlò l’ebreo morente –

allor chi c’è di guardia giù in bottega?”

MIRACOLO

Spiegava con passione Don Giuliani

la parabola dei pesci e dei pani

a un gruppo di fanciulli assai vivaci,

ma molto attenti e alquanto perspicaci.

“Si dice che a un raduno di Gesù

partecipasse molta, troppa gente

e per sfamarli tutti nel menù

v’era assai poco, direi quasi niente.

Sol cinque pesci e in più cinque panini.

Per alleviar la fame eran pochini.

Ma il buon Gesù un poco ci pensò

e pani e pesci lui moltiplicò.

Per cui da cinque ch’erano Gesù

Ne fece cinquemila e forse più.

E fu così che il quell’occasione

Gesù riuscì a sfamar cinque persone.”

S’accorse dell’errore Don Giuliani

ma anche un bimbo ch’era stato attento,

per cui, alzando in alto ambo le mani,

fece un giusto e logico commento.

“Scusi, mi dice, caro Don Giuliani,

il miracolo, in fondo, dove sta?

Con tanti pesci e altrettanti pani

anch’io l’avrei compiuto, in verità!”

L’indomani il prete al catechismo

corresse il miracolo sbagliato

e chiese con una punta d’umorismo

“Tu pure ci saresti arrivato?”

“E come no! Con tutto il ben di Dio,

ch’era avanzato il giorno precedente,

il miracolo l’avrei fatto pur io.”

A SCOPPIO RITARDATO

Mentre meste risuonavano le note

della banda che seguiva il funerale

e il pianto che rigava molte gote,

dimostrazion di un dolor reale,

un tizio mescolato tra la gente

sbottò di colpo in una gran risata.

“Ma non le sembra alquanto sconveniente!”

lo redarguì con una gomitata

il suo vicino e aggiunse: “Là c’è un morto!

Sia serio e si dia una regolata.

Ognun di noi è dal dolor sconvolto

E non c’è posto per la sua risata.

Perché poi ride? É’ contro l’etichetta.”

“Iersera” disse il tipo ridanciano,

“qualcun mi raccontò una barzelletta.

Rimasi serio come un capo indiano,

non avendo compreso la battuta.

Sol ora l’ho capita e mi è piaciuta,

strappandomi di colpo la risata

che mi costringe a far questa scenata.”

“Ma là c’è il morto!” “E che ci posso fare?

Domani verserò lacrime amare.”

INCRESCIOSE POSIZIONI

Appesi al soffitto i pipistrelli

– diversamente dagli altri uccelli –

le zampe in alto e con la testa in giù,

parlavano del meno e anche del più.

Discutevan due di lor in ton pacato,

ricordando fatti tristi del passato.

“Ricordi quando il falco giù piombò

e sol per poco non mi divorò?”

“Sì lo rammento. E se per te fu un guaio,

quel che accadde a me non fu sì gaio.”

“E che ti capitò di tanto grave?”

“M’accadde un mese fa a un’assemblea.

Coi piedi stavo appeso a un grosso trave

E mi colpì un attacco di diarrea.”

LA GROTTA DEI PIPISTRELLI

Con le zampette appese su al soffitto,

la testa penzolante verso il basso,

due pipistrelli parlottavan fitto,

criticando un di lor che, sopra un masso,

sulle sue zampe se ne stava ritto.

“Ma come fai in quel modo a riposare?”

gli chiese un di lor curioso assai.

“A testa in giù io non riesco a stare

e se non mi riposo sono guai,

per cui uso il sistema oggi in voga.

Me lo insegnò un indù: si chiama yoga.”

UN PUPO POLEMICO

La mamma disse al pupo:

“Mangia quella minestra,

se no la porto al lupo.”

Rispose il birichino,

facendole un inchino:

E chiamalo a gran voce.

Però ho la certezza

che forse manco lui

mangerà questa schifezza!”

COLLOQUIO DI INNAMORATI

Seduti accanto a un muro,

le mani nelle mani,

parlavan del futuro

facendo molti piani.

“Ma per far tutto questo”

– disse lei preoccupata, –

ci vuole d’euro un cesto

o meglio una barcata.

Quanto guadagni al mese?”

“Sì e no duemila euro.”

“Ma allora è una pazzia!

Non bastano neppure

per la mia pulizia!”

“Accidenti, amore bello,

non sapevo che tu fossi,

assai più sporca di un porcello!

IN MANICOMIO

Disse un pazzo al suo compagno:

“D’ora in poi chiamami re.

L’ha ordinato il Sommo, il Magno,

il Buon Dio che ama me.”

“Tu sei scemo, amico mio,

e anche un poco deficiente.

Non ho detto nulla, IO,

e non ho ordinato niente.”

ATTRAVERSAMENTI PEDONALI

Ad un semaforo appoggiata

stava ferma una vecchietta.

Si vedea che aveva fretta

E voleva attraversar.

Si rivolse a un ragazzino.

“Certo, aspetti un momentino,

occorre il verde per passare.”

“Ma che bravo! Lo sapevo

che si passa sol col verde,

ma col rosso io volevo

il viale attraversar.”

CACCIA GROSSA

Di fronte ad un leone

il cacciator sparò.

L’amico un po’ burlone

“Cilecca!” gli gridò.

“Prendi meglio la mira,

socchiudi un occhio e tira.”

Il cacciator mirò.

Purtroppo, ahimè, sbagliò.

“Cilecca!” disse ancora

l’amico impaurito.

“Almeno, alla buon’ora

cerca di mirar dritto!”

Partì un terzo colpo,

ma non servì a molto.

“Amico mio, cilecca!

La belva non hai colto.”

Vedendo che il leone

Stava per attaccare:

“Scappa!” disse il cacciatore

“perché quello non Ci Lecca!

Quello sol ci vuol mangiare.”

CONVERSAZIONE AL TELEFONO

“Dottore, son preoccupato

per un sogno ricorrente

che mi lascia senza fiato.

È tremendo e sconvolgente.

Sogno un tipo assai balzano

Che m’invita sempre a pesca.”

“Tutto lì! Che c’è di strano?”

“C’è che vuol ch’io porti l’esca.”

“E per lei questo è scorretto?”

“Certo sì, dottore caro,

perché io sono un vermetto.”

PRONTO SOCCORSO

Al pronto soccorso,

con un grande mal di pancia

si presentò un corso.

“Che cos’ha mangiato?”

“Muscoli e pastasciutta:

un piatto prelibato.”

“Mi dica, ha controllato

quando li ha aperti,

se erano in buono stato?”

“Perché? Dovevo aprirli?

Eran si belli e neri

che li ho ingoiati interi.”

IGNORANZA

Caduto da un balcone,

disteso sul selciato,

da un gruppo di persone

fu subito attorniato.

Un tizio incuriosito

gli chiese: “Ch’è successo?”

“Non so! – disse stupito,

sono arrivato adesso.”

CAPPUCCETTO ROSSO 2000

Cappuccetto era entrata

e osservava quella donna

che nel letto era sdraiata.

La guardava, la fissava

e il suo aspetto commentava.

“I tuoi occhi non son belli

sono cupi e arrossati.

Sono enormi come quelli

di quei gufi imbalsamati

che tu tieni sul comò.

Le tue orecchie! Non par vero

sembran vele d’un veliero.

E le mani! Son pelose.

A dir poco son schifose.

Poi che bocca grande hai!

Con quei denti così in fuori

se tu mordi sono guai

perché provocan dolori.”

“Dimmi un poco, Cappuccetto”

disse nonna dal suo letto,

“cosa sei venuta a fare?

Per portarmi un bel pranzetto

o per potermi criticare?”

AL RISTORANTE

Col coltello ormai piegato

e spezzata la forchetta

il cliente esasperato

guardò truce la sua fetta

di vitello rosolato.

“Cameriere, questa carne

è impossibile tagliarla.

Io non sono un tritacarne

ma ho voglia di mangiarla.”

Il servente interpellato

lo guardò tutto contrito.

Poi in un pianto disperato

tutto a un tratto lui scoppiò.

“Ma che fa? Perché mi piange

proprio sopra la bistecca?”

“Lasci far, non abbia fretta.

Chissà mai che questa fetta,

sol vedendomi angustiato,

non s’intenerisca un po’.”

LA PIZZA

“Mi devo lamentare, sor Marcello,

ma dentro la sua pizza Margherita

purtroppo ho trovato un bel capello.”

“Perché? Che t’aspettavi: una pepita!

Oppure per la pizza e un po’ di vino

credevi di trovarci un parrucchino?”

ANNUNCIO

Dall’altoparlante della stazione

venne diffuso un appello pressante

che subito attrasse ogni attenzione

di molti i presenti e d’ogni passante.

“Chi ha preso il treno per Belluno

lo riporti al binario uno!”

PAZZO PER LA PESCA

Vado pazzo per la pesca

e mi reco spesso al mare,

anche se c’è la burrasca

e il grecale sta a soffiare.

L’altro ier soffiava il vento,

su uno scoglio sono andato

e guardavo molto attento

al mio tappo colorato.

Molte volte è andato giù

perché il pesce abboccava

e l’ho sempre tratto su

per vedere chi mangiava

la mia esca appetitosa

che dall’amo penzolava.

“Avrai fatto un bel bottino!”

“No, neppure una bavosa

e neanche un moscardino.

In compenso, con dolore

ho ‘pescato’ un raffreddore. “

AL BAR

“Se beve Gedeone, bevon tutti”

disse un marinaio su di giri,

“sian mozzi, capitani o farabutti,

ladri, fannulloni oppur crumiri.”

‘E chi rinuncia a una bevuta gratis!’

pensaron tutti quanti gli avventori,

molti dei quali grandi bevitori

che decisero di fare pure il bis.

Davanti al gran bancone tutti in fila

bevevan wisky, rum e anche tequila.

Tanto a pagar pensava Gedeone.

Dopo mezz’ora, quando sul bancone

stavano molti calici ammucchiati,

il marinaio trasse da un tascone

alcuni dollari alquanto spiegazzati.

A voce alta disse tra due rutti:

“Quel ch io ho bevuto adesso pago.

E quando paga Gedeon, pagano tutti.”

E se ne andò facendo un gesto vago.

PUNTI DI VISTA

“Il suo pacco pesa troppo”

disse serio l’impiegato.

“Oltre ai bolli che ha già messo

altri ancor ne metta a lato.”

Il cliente era stupito:

“Crede proprio per davvero

che se aggiungo altri bolli

sarà il pacco più leggero?”

UNA VISITA A DANTE

Correva all’impazzata

un tizio in Peugeot

e con una gran frenata

di colpo si fermò.

Rivolto ad un passante

l’autista chiese brusco:

“Di Alighieri Dante

la casa dove sta?”

“Laggiù: ma non le serve

correre come il vento

perché il grande vate

è morto ormai da tempo.”

NUOVO CODICE STRADALE

Col cellulare acceso

viaggiavo senza cinghia

quando un agente obeso

l’alt mi ordinò.”

“Chissà che bella multa

tu ti sarai beccato!”

“Con modi assai cortesi

non mi ha neppur multato.

Eppur eran palesi

le infrazion che ho fatto.

Andavo proprio a razzo,

correndo come un pazzo.”

“Perbacco! Tu sei stato

di molto fortunato.”

“Perché? Sì, andavo in fretta,

ma ero in bicicletta.”

LAVORO FATTO IN FRETTA

Aveva lavorato tutto il giorno

per fare alla moglie una sorpresa,

cambiando la moquette del soggiorno.

Ed ora se ne stava lì in attesa

che quella ritornasse da lavoro.

“Amore – disse Olga – sei un tesoro!

Peccato che per colpa della fretta

ci sia rimasta là una gobbetta.”

“Oh, quella la sistemo in un momento.

Col martello l’appiatisco al pavimento.

Mezz’ora dopo, entrando nel soggiorno,

il figlioletto Marco chiese inquieto:

“Qualcuno ha forse visto il mio criceto?”

RECLUTAMENTO

“Ti piacerebbe essere assegnato

alla nostra Marina Militare?”

gli chiese serio in volto un graduato.

“Signorsì!” “E dimmi: sai nuotare?”

La recluta lo fissò con faccia arcigna:

“Perché? Non ha più navi la Marina?”

LE DUE CRAVATTE

Aveva regalato a suo marito

due cravatte di seta assai belline.

“Mia cara, il tuo dono mi è gradito:

hai avuto un gusto molto fine”

disse il marito. E una ne indossava

sul suo vestito blu di gabardine,

quella che, a suo parer, più s’intonava.

E mentre con gran cura l’annodava,

la moglie, scura in volto e amareggiata,

“Tu l’altra non l’hai punto apprezzata!”

IL BENE E IL MEGLIO

Un famoso visconte

chiese ad un ingegnere

“Per collaudare un ponte

ci vuol qualche geniere?”

“Non serve – disse quello. –

si fa passare un camion

con sopra un bel drappello

di illustri autorità.

I Capi degli Stati,

i Capi dei Governi,

illustri deputati,

Ministri degli Interni

e insigni magistrati.

Aggiunga i Segretari

i Capi dei Partito

i grandi funzionari

e chi si è arricchito

con la disonestà.

Se al passar del camion

Il ponte giù non crolla

allor vuol dir, visconte,

che eterno durerà.

E ciò sarà un gran bene.”

“E se, invece, crollerà?”

”Vuol dir che molta gente

un miglior futuro avrà.”

© M. Cassini

Il genere poetico prende nome dalla città irlandese di Limerick dove una guarnigione di soldati, in attesa di essere inviata a combattere in Francia sotto le insegne di Luigi XIV, passava il tempo ad inventare brevi poesie di cinque versi dallo schema fisso (AABBA), in cui l’ultimo verso riprendeva il contenuto leggermente variato del primo. Il limerick è un breve pensiero demenziale, un non-senso, un fatterello privo di logica, scritto per puro divertimento.. Trovò nel poeta inglese Edward Lear il suo esponente principale e la sua Bibbia nel Libro dei non sense da lui scritto.

Giuseppina, sartina molto esperta,
quando cuciva stava sempre all’erta
Temeva di far fondere il motore
infilando qualche ago nel trattore
La Giuseppina, la sartina esperta.

Una bella puledra di Corfù
amava i porno parti e il ragù.
Beveva coca-cola a secchi a fiumi
e con un soffio ti spegneva i lumi,
la puledrina dell’isola Corfù.

Un chirurgo eminente di Toirano
tagliò la zampa ad un peloso ragno
e la sostituì con un compasso
che lo facea inciampar ad ogni passo
quel matematico chirurgo di Toirano.

A Chiavari viveva un bel negretto
capace di lanciar dei do di petto.
Venivano dai laghi le zanzare,
per starsene estasiate ad ascoltare,
i do di petto di quel bel negretto.

Un filosofo seduto in cima al mondo

riteneva che il creato fosse tondo.

E, muto, lo fissava con lo sguardo,

pensando ad una palla di biliardo.

quel filosofo assiso in cima al mondo.

A quel sommo inventore di Leonardo

piaceva molto il burro e poco il lardo.

Amava spalmar la Lisa con coltello

per rendere il suo viso assai più bello,

quell’estroso pittor ch’era Leonardo.

Un valente dentista di Pechino

si mise a trapanare col violino

i denti cariati dei delfini.

Pensava d’imitare Paganini,

quel megalomane dentista di Pechino.

Genere: filastrocca

La vispa Teresa
avea tra l’erbetta
a volo sorpresa
gentil farfalletta.
E tutta giuliva,
stringendola viva,
gridava a distesa:
“L’ho presa! L’ho presa!”
A lei supplicando,
l’afflitta gridò:
“Vivendo, volando
che male ti fo’?
Tu sì mi fai male,
stringendomi l’ale.
Deh, lasciami: anch’io
son figlia di Dio.”
Confusa, pentita,
Teresa arrossì:
dischiuse le dita
e quella fuggì.

LA RICETTA DELLA VISPA TERESA

di Marino Cassini

Fin qui la storiella
che tutti ben sanno,
in cui si favella
del grande malanno
che alla farfalla
produsse un bel danno.
Ma fu proprio un danno?
Qualcun dice sì;
io dico di no.
Per me fu un inganno
quel che la farfalla
inventò lì per lì,
perché la furbetta,
fuggendo, pensava
e già meditava
sottile vendetta.
Or devi sapere
perché la storiella,
per quanto assai bella,
non termina qui.
Chi scrisse ha taciuto
(non so la ragione)
su quel ch’è accaduto,
sul tiro birbone
che la farfalletta,
sentitasi offesa,
giocò per vendetta
alla vispa Teresa.
L’insetto vivace,
qua e là sfarfallando,
con fare pugnace
su un melo volò.
E lì, sogghignando,
con tono mordace,
a Teresa parlò:
“O povera illusa,
io fessa t’ho fatto.
Trovato ho la scusa,
usato ho il ricatto.
Tu, sciocca Teresa,
credendo al mio male,
mollasti la presa,
lasciandomi l’ale.
Per questo, babbea,
con grande mia pacchia,
sul fil di Borea
ti fo’ una pernacchia”.
E la farfalletta
per nulla gentile,
con la sua trombetta
sottile, sottile,
le fece in gran fretta
un bel verso scurrile.
Udendo Teresa
quel suono incivile,
divenne cattiva,
l’assalse la bile.
E allor, con veemenza,
d’un ramo s’armò
e, usando violenza
sul melo piombò.

La vispa Teresa
pel grave dispetto
sconvolta ed offesa
cercava l’insetto
menando giù botte
con forza e vigor.
Cadevan le mele,
volavan le foglie
e in quella babele
accorse la moglie
con Olimpio il fattor.
Vedendo lo scempio
del povero melo,
sul volto d’Olimpio
discese un gran velo
di rabbia e dolor.
La moglie adirata,
la vispa Teresa
con una pedata
lontana cacciò.

E la farfalletta
in pieno centrata
da una manata
ben lungi atterrò.
Poi tutta pentita,
sbollita la rabbia,
la moglie d’Olimpio
raccolse le mele
in mezzo alla sabbia.
Guardando accorata
le mele acciaccate
die’ una spallata.
“Oh, alla buon’ora,”
pensò la signora, –
se pur ammaccate,
mi servono ancora
per far marmellate.”
E con un cestino
ricolmo di mele,
si mise in cammino
e a casa tornò.

Già si è parlato in precedenza dei limerick, cioè delle brevi poesie composte di nonsense, nati in Inghilterra e rese celebri da Edward Lear. Al normale limerick si è voluto ‘intrecciare’ un particolare gioco inventato da un poeta del VI secolo a.C., Laso di Ermione, il quale si divertiva a scrivere poemi evitando nel testo di usare determinate lettere dell’alfabeto. In due suoi componimenti ’Inno a Demetra e I Centauri non usò mai la lettera S

Nei limerick che seguono non vengono utilizzate le vocali A nel primo, E nel secondo e così via.

IL CUOCO PROVETTO NON USA LA A
Giorgio, cuoco di Corfù
consultò il suo menù
per scoprire il miglior modo
d’imbottire un uovo sodo,
quel bel cuoco di Corfù.

UN LUCCIO VIOLENTO…DISTRUGGE LA A
Un luccio un po’ violento di Belluno
colpì un moscerino con un pugno.
In pieno lo centrò, proprio in un occhio,
mettendo il moscerino giù in ginocchio,
quel prepotente luccio di Belluno

RIGOLETTO UBRIACO …S’É BEVUTO LA E
– Cortigiani, vil razza dannata –
sbraitava con faccia adirata,
agitando il gran gobbo il suo pugno.
– Sono pronto a tirarlo sul grugno
a chi snobba il buon vino d’annata. –

L’ODALISCA… HA INGOIATO LA E
Un’odalisca nata a Malibu
mangiava solo riso con bambù.
Usava bastoncini colorati,
dipinti da pittori raffinati,
la formosa odalisca a Malibu.

FOLLETTO E FATA… SENZA I
Un folletto del bosco fatato
cavalcava un bruco ammalato.
Una fata tentò d’arrestarlo
ma fu morsa sul naso da un tarlo,
quella fata del bosco fatato.

IL PORCO…NEMICO DELLA I
Un grasso e roseo porco padovano
voleva fare un bagno nello stagno.
Tra un tuffo, un crawl e una nuotata a rana
bevve del rum e morse una banana,
quel grassottello porco padovano.

LA REGINA… CHE SNOBBA LA O
Atalanta, regina d’Atene
ammirava due buffe balene,
che danzavan felici nel mare
e la gente le stava a guardare,
le balene e Atalanta d’Atene.

IL BARBIERE NON AMA LA O
Un abile barbiere milanese
fece la barba a un cane pechinese.
Guaì di rabbia e d’ira l’animale,
mentre ficcava i peli in un ditale
per pagare il barbiere milanese.


LA VISPA TERESA… CERCAVA LA U

La vispa Teresa, sdraiata nel prato,
leccava felice l’enorme gelato.
Fissava estasiata Gigetto il bagnino
che dava la caccia all’orso Martino,
in cerca di miele tra l’erba del prato.

IL FACHIRO… CHE SCARTA LA U
Il decano dei fachiri di Bengodi
mangiava solo spilli e molti chiodi.
– Occorre metter ferro dentro il corpo
se no in breve tempo sarai morto! –
diceva il gran fachiro di Bengodi.

Sezione Antologia

Giochi

I misteri dell’enigmistica

a cura di Marino Cassini

PREMESSA

“Chi non conosce le regole, gioca male e, solitamente, perde”.

Non è, comunque, mia intenzione annoiare il lettore con lunghe nozioni sulle regole legate al genere ‘enigmistica’ L’ho già fatto in passato, scrivendo sotto l’egida del Gruppo di Servizio Letteratura Giovanile una specie di grammatica dal titolo Giocare con Edipo. L’enigmistica a casa, a scuola e in biblioteca, (Edizioni Le Mani, Recco, 2002). Comunque, non si può prescindere dall’offrire a chi è digiuno di nozioni enigmistiche le più elementari regole che tutte le riviste del settore seguono.

Qualsiasi tifoso di calcio, giocatore di carte, appassionato di una qualunque disciplina ha imparato a conoscere le regole e le sottigliezze del suo hobby preferito perché, in caso contrario, non comprenderebbe il significato di un gioco e non saprebbe rilevarne le sfumature.

Le regole che guidano l’enigmistica sono molte, moltissime, ma si imparano e si affrontano strada facendo e dopo averle immagazzinate con l’esperienza.

La parola, dopo la vita, è il dono più prezioso che il Creatore abbia dato all’uomo. E l’uomo deve subito essersi reso conto che una parola non era la sola matrice di una sola idea o la proiezione di un unico concetto, ma poteva subire molte metamorfosi, assumere connotazioni e idee diverse da quelle per cui era nata. Quindi, giocare con le parole entrò nel bagaglio culturale, nel DNA di ognuno di noi e la parola fu presto utilizzata per divertirsi, per proporre enigmi, indovinelli, immagini, allegorie e altro ancora.

Ma, come già detto, per divertirsi occorre penetrare i meccanismi di vari giochi… che non sono pochi.

Abbiamo, pertanto, ritenuto opportuno affiancare al testo un glossario, in forma alfabetica, dove ogni tipo di gioco trova, anche attraverso esempi, una sua spiegazione.

Data la molteplicità dei giochi ci siamo limitati a quelli più in voga. Per altri, quelli più astrusi, ogni gioco riporterà una didascalia propositiva ed esplicativa, una specie di appiglio, di suggerimento, di aiuto su cui inerpicarsi per giungere alla soluzione. Se questa non verrà trovata, un su sulla parola “soluzione” la farà apparire.

LA BIBLIOTECA ENIGMISTICA DI MARINO CASSINI

I Diari di Casimiro Sanni

PREMESSA“

PIANO DEL LAVORO

Mentre i viaggi di Sindbad, di San Brandano, di Gulliver, di Alice e di molti altri narratori hanno dato vita a storie, a leggende e a fiabe che hanno alimentato la fantasia e la curiosità dei lettori, quelli di Casimiro Sanni hanno, invece, la pretesa di alimentare quella parte ludico-letteraria legata al desiderio di molti curiosi che giornalmente si cimentano con l’enigmistica per cercar di penetrare nei meandri della linguistica col solo scopo di divertirsi e scoprire le infinite possibilità che le parole offrono alla loro comprensione.

E l’autore, Casimiro Sanni, si è avvalso proprio dei primi autori, quelli letti da ognuno di noi nell’infanzia e nell’adolescenza, per dar vita ad una serie di giochi enigmistici che hanno il compito di vivacizzare quelle celluline grigie che l’investigatore Poirot mette continuamente in moto per risolvere i problemi polizieschi che gli si presentano.

Giocare, quindi, con autori, personaggi e titoli di libri, di fiabe o di leggende è il compito che Casimiro Sanni si è assunto. Un campo immenso da dissodare. Occorreva una scelta e, ovviamente, questa è caduta sul mondo della fantasia che ha sempre alimentato la mente di bambini e adolescenti e che continua ad alimentare anche la mente degli adulti.

Pertanto, gli autori (dei quali verrà offerto un breve abstract biografico, frutto di ricerche su enciclopedie, su storie della letteratura e su Internet ) e titoli delle varie opere, storie singole, leggende, verranno sottoposti ad una rielaborazione attraverso un metodo enigmistico particolare, definito nel passato col termine di ‘cancrino’ (forse in riferimento al gambero che, si dice, cammini all’indietro), ma che oggi viene conosciuto col nome più classico di palindromo(dal greco palin e dromos – correre all’indietro).

In che consiste? Il lettore di un enigma si trova sempre di fronte ad una domanda cui deve dare una risposta. Il creatore di un enigma parte, invece, dalla risposta per creare la domanda. E il materiale su cui creare la domanda è abbondante. Spazia dai giochi che operano sulla parola (indovinelli cambi, scambi, anagrammi, sciarade…) a quelli che operano sui concetti (indovinelli, quiz, sinonimi, falsidiminutive, accrescitivi, doppi sensi, crittogrammi…) a quelli che operano sul disegno (rebus con tutte le sue varianti, diagrammi geometrici, a schema variabile, a schema obbligato, passo del re …).

I giochi proposti verranno intervallati da illustrazioni e disegni legati all’autore o al libro oggetto della ricerca, e da riproduzioni di valori filatelici che qualche Stato ha emesso nel corso degli anni. Un “potpourri” di letteratura, enigmistica e filatelia.