Marino Cassini

Nato a Isolabona, Imperia, il 29 mggio 1931
Vive la prima infanzia parte presso la nonna materna e poi in Francia dove i genitori, dopo aver lavorato negli hotel della Costa Azzurra, aprono nel 1936 ad Antibes un piccolo negozio di alimentari. Nel 1938, a causa del conflitto italo-francese, la famiglia è costretta a ritornare in Italia.
Dopo la scuola elementare e la Scuola Media Inferiore frequenta il ginnasio e successivamente il liceo “Plana” ad Alessandria…

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Prosa

 

Genere: Leggenda ligure

Molti anni fa, al termine di un lungo filare di viti, nacque un grappolo d’uva bianca. Aveva molti acini smeraldini, succosi, dalla pelle vellutata e liscia.Mamma Vite, come era solita fare ad ogni stagione, aveva dato a tutti i chicchi un nome diverso, ma quell’anno i chicchi erano troppi e così, rimasta a corto di nomi, l’ultimo lo chiamò semplicemente Acino o meglio Cino.Mamma Vite era l’ultima pianta di un lungo filare di sue coetanee e cresceva vicina ad ulivo dal tronco rugoso e dalle foglie di color verde-argenteo.Un mattino Cino, guardando verso l’alto, vide pendere, appesa ad un esile ramo, una bella oliva verde, tonda, panciuta, liscia come lui.

– Ciao, come ti chiami? – le chiese salutandola

-..Mi chiamo Olivia e tu?

– Io, Acino: Cino per gli amici.

A Cino Olivia piacque subito e fu un amore a prima vista. Anche Olivia non fu insensibile all’amore di Cino e così l’estate trascorse per i due in un colloquio continuo, fatto di dolci parole, miste a sguardi adoranti.

Ma poi venne ottobre. Un mattino Olivia, dall’alto del suo ramo, vide un gruppo di donne e di uomini in fondo al filare, muniti di cesti e di cesoie.

– Cino, chi sono? – chiese incuriosita.

Purtroppo Cino sapeva chi erano; glielo aveva detto sua madre pochi giorni prima. “Tra poco, figlio mio, verranno molti uomini e donne a prendere te e i tuoi fratelli. Vi metteranno in grossi cesti, poi in capaci tini dove verrete pigiati e di voi rimarranno solo gocce d’oro, dolci, profumate. Un nettare prelibato che sarà conservato in bottiglie”. Tutto questo Cino spiegò a Olivia che lo ascoltò col cuore sospeso e angosciato.

– Allora non ti rivedrò più?

Cino non le rispose. Aveva voglia di piangere.

– Addio! – disse Olivia, vedendolo cadere in una cesta. – Addio! – ripeté piangendo.

Per Olivia passarono giorni tristi, interminabili. In un giorno freddo di fine novembre vide avvicinarsi al suo albero alcuni uomini muniti di lunghe pertiche e di ampie reti.

– Chi sono? – chiese alla madre.

– Sono uomini venuti per scuotere i miei rami con quelle pertiche – rispose la madre. – Voi cadrete tutte nelle reti; sarete raccolte nei sacchi, gettate in una macina e frantumate da grosse ruote di pietra. Di voi rimarranno gocce dorate, profumate, tanto preziose da essere conservate in bottiglie.

– Com’è capitato a Cino? – volle sapere Olivia, colta da una improvvisa speranza. Mamma Ulivo annuì.

E la speranza divenne realtà.

Trasformata in poche gocce e chiusa in una bottiglia, un giorno Olivia venne sistemata sul ripiano di un negozio, proprio a fianco di una bottiglia di vino. Pensò a Cino e, guardando attraverso il vetro, le parve di vederlo. Lo chiamò con ansia. Sì, era proprio lui! Anche Cino l’aveva subito riconosciuta e la salutava con gioia.

Così il colloquio interrotto mesi prima, riprese.

Un mattino una giovane donna si fermò vicino allo scaffale e cominciò a guardarsi attorno.

– Oh, che sciocca! – disse, vedendo le due bottiglie. – Per poco non dimentico l’essenziale per cuocere il pesce come piace a mio marito!

Prese le due bottiglie e le ripose nel carrello.

– E adesso che succederà? – chiese Olivia a Cino
Successe la cosa più bella che potessero immaginare e sperare. Giunta a casa, la donna mise in un tegame un trito di cipolle, prezzemolo, aglio, lo cosparse abbondantemente di olio in cui si trovava Olivia, vi aggiunse un pugnello di pinoli pestati assieme a due acciughe spinate e vi posò sopra le fette di pesce. Fece rosolare il tutto e poi, prima di mettere il tegame nel forno, bagnò il pesce con tre bicchieri di vino bianco dove si trovava Cino.
Finalmente, avvolti dal calore del forno, i due innamorati poterono abbracciarsi e fondersi assieme per offrire tutto il loro gusto e il loro profumo al pesce che cuoceva allegramente.

© 2005 M. Cassini

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Poesia

Il genere poetico prende nome dalla città irlandese di Limerick dove una guarnigione di soldati, in attesa di essere inviata a combattere in Francia sotto le insegne di Luigi XIV, passava il tempo ad inventare brevi poesie di cinque versi dallo schema fisso (AABBA), in cui l’ultimo verso riprendeva il contenuto leggermente variato del primo. Il limerick è un breve pensiero demenziale, un non-senso, un fatterello privo di logica, scritto per puro divertimento.. Trovò nel poeta inglese Edward Lear il suo esponente principale e la sua Bibbia nel Libro dei non sense da lui scritto.

Giuseppina, sartina molto esperta,
quando cuciva stava sempre all’erta
Temeva di far fondere il motore
infilando qualche ago nel trattore
La Giuseppina, la sartina esperta.

Una bella puledra di Corfù
amava i porno parti e il ragù.
Beveva coca-cola a secchi a fiumi
e con un soffio ti spegneva i lumi,
la puledrina dell’isola Corfù.

Un chirurgo eminente di Toirano
tagliò la zampa ad un peloso ragno
e la sostituì con un compasso
che lo facea inciampar ad ogni passo
quel matematico chirurgo di Toirano.

A Chiavari viveva un bel negretto
capace di lanciar dei do di petto.
Venivano dai laghi le zanzare,
per starsene estasiate ad ascoltare,
i do di petto di quel bel negretto.

Un filosofo seduto in cima al mondo

riteneva che il creato fosse tondo.

E, muto, lo fissava con lo sguardo,

pensando ad una palla di biliardo.

quel filosofo assiso in cima al mondo.

A quel sommo inventore di Leonardo

piaceva molto il burro e poco il lardo.

Amava spalmar la Lisa con coltello

per rendere il suo viso assai più bello,

quell’estroso pittor ch’era Leonardo.

Un valente dentista di Pechino

si mise a trapanare col violino

i denti cariati dei delfini.

Pensava d’imitare Paganini,

quel megalomane dentista di Pechino.

Genere: filastrocca

La vispa Teresa
avea tra l’erbetta
a volo sorpresa
gentil farfalletta.
E tutta giuliva,
stringendola viva,
gridava a distesa:
“L’ho presa! L’ho presa!”
A lei supplicando,
l’afflitta gridò:
“Vivendo, volando
che male ti fo’?
Tu sì mi fai male,
stringendomi l’ale.
Deh, lasciami: anch’io
son figlia di Dio.”
Confusa, pentita,
Teresa arrossì:
dischiuse le dita
e quella fuggì.

LA RICETTA DELLA VISPA TERESA

di Marino Cassini

Fin qui la storiella
che tutti ben sanno,
in cui si favella
del grande malanno
che alla farfalla
produsse un bel danno.
Ma fu proprio un danno?
Qualcun dice sì;
io dico di no.
Per me fu un inganno
quel che la farfalla
inventò lì per lì,
perché la furbetta,
fuggendo, pensava
e già meditava
sottile vendetta.
Or devi sapere
perché la storiella,
per quanto assai bella,
non termina qui.
Chi scrisse ha taciuto
(non so la ragione)
su quel ch’è accaduto,
sul tiro birbone
che la farfalletta,
sentitasi offesa,
giocò per vendetta
alla vispa Teresa.
L’insetto vivace,
qua e là sfarfallando,
con fare pugnace
su un melo volò.
E lì, sogghignando,
con tono mordace,
a Teresa parlò:
“O povera illusa,
io fessa t’ho fatto.
Trovato ho la scusa,
usato ho il ricatto.
Tu, sciocca Teresa,
credendo al mio male,
mollasti la presa,
lasciandomi l’ale.
Per questo, babbea,
con grande mia pacchia,
sul fil di Borea
ti fo’ una pernacchia”.
E la farfalletta
per nulla gentile,
con la sua trombetta
sottile, sottile,
le fece in gran fretta
un bel verso scurrile.
Udendo Teresa
quel suono incivile,
divenne cattiva,
l’assalse la bile.
E allor, con veemenza,
d’un ramo s’armò
e, usando violenza
sul melo piombò.

La vispa Teresa
pel grave dispetto
sconvolta ed offesa
cercava l’insetto
menando giù botte
con forza e vigor.
Cadevan le mele,
volavan le foglie
e in quella babele
accorse la moglie
con Olimpio il fattor.
Vedendo lo scempio
del povero melo,
sul volto d’Olimpio
discese un gran velo
di rabbia e dolor.
La moglie adirata,
la vispa Teresa
con una pedata
lontana cacciò.

E la farfalletta
in pieno centrata
da una manata
ben lungi atterrò.
Poi tutta pentita,
sbollita la rabbia,
la moglie d’Olimpio
raccolse le mele
in mezzo alla sabbia.
Guardando accorata
le mele acciaccate
die’ una spallata.
“Oh, alla buon’ora,”
pensò la signora, –
se pur ammaccate,
mi servono ancora
per far marmellate.”
E con un cestino
ricolmo di mele,
si mise in cammino
e a casa tornò.

Già si è parlato in precedenza dei limerick, cioè delle brevi poesie composte di nonsense, nati in Inghilterra e rese celebri da Edward Lear. Al normale limerick si è voluto ‘intrecciare’ un particolare gioco inventato da un poeta del VI secolo a.C., Laso di Ermione, il quale si divertiva a scrivere poemi evitando nel testo di usare determinate lettere dell’alfabeto. In due suoi componimenti ’Inno a Demetra e I Centauri non usò mai la lettera S

Nei limerick che seguono non vengono utilizzate le vocali A nel primo, E nel secondo e così via.

IL CUOCO PROVETTO NON USA LA A
Giorgio, cuoco di Corfù
consultò il suo menù
per scoprire il miglior modo
d’imbottire un uovo sodo,
quel bel cuoco di Corfù.

UN LUCCIO VIOLENTO…DISTRUGGE LA A
Un luccio un po’ violento di Belluno
colpì un moscerino con un pugno.
In pieno lo centrò, proprio in un occhio,
mettendo il moscerino giù in ginocchio,
quel prepotente luccio di Belluno

RIGOLETTO UBRIACO …S’É BEVUTO LA E
– Cortigiani, vil razza dannata –
sbraitava con faccia adirata,
agitando il gran gobbo il suo pugno.
– Sono pronto a tirarlo sul grugno
a chi snobba il buon vino d’annata. –

L’ODALISCA… HA INGOIATO LA E
Un’odalisca nata a Malibu
mangiava solo riso con bambù.
Usava bastoncini colorati,
dipinti da pittori raffinati,
la formosa odalisca a Malibu.

FOLLETTO E FATA… SENZA I
Un folletto del bosco fatato
cavalcava un bruco ammalato.
Una fata tentò d’arrestarlo
ma fu morsa sul naso da un tarlo,
quella fata del bosco fatato.

IL PORCO…NEMICO DELLA I
Un grasso e roseo porco padovano
voleva fare un bagno nello stagno.
Tra un tuffo, un crawl e una nuotata a rana
bevve del rum e morse una banana,
quel grassottello porco padovano.

LA REGINA… CHE SNOBBA LA O
Atalanta, regina d’Atene
ammirava due buffe balene,
che danzavan felici nel mare
e la gente le stava a guardare,
le balene e Atalanta d’Atene.

IL BARBIERE NON AMA LA O
Un abile barbiere milanese
fece la barba a un cane pechinese.
Guaì di rabbia e d’ira l’animale,
mentre ficcava i peli in un ditale
per pagare il barbiere milanese.


LA VISPA TERESA… CERCAVA LA U

La vispa Teresa, sdraiata nel prato,
leccava felice l’enorme gelato.
Fissava estasiata Gigetto il bagnino
che dava la caccia all’orso Martino,
in cerca di miele tra l’erba del prato.

IL FACHIRO… CHE SCARTA LA U
Il decano dei fachiri di Bengodi
mangiava solo spilli e molti chiodi.
– Occorre metter ferro dentro il corpo
se no in breve tempo sarai morto! –
diceva il gran fachiro di Bengodi.