a cura di S. Serreli

 

Jacopo Carrucci nacque a Pontorme, località di Empoli, città non lontana da Firenze. Era dunque un artista toscano, e proprio dal luogo in cui nacque, ebbe origine il suo soprannome: Pontormo. Tutti lo conoscevano con questo nome, ed è così che lo chiamavano. Pontormo nella sua vita, oltre che bellissimi dipinti, ci ha lasciato un diario. Questa è una cosa importantissima, poiché grazie alle confidenze che egli vi scrisse sopra, possiamo capire un po’ di più la vita che si conduceva nella metà del Millecinquecento. A dirla tutta però, il nostro amico sul suo diario annotava le cose più incredibili: quello che mangiava, com’era il tempo, e perfino come gli era andata la digestione! E tu sul tuo diario cosa scrivi? Come vanno la scuola e le amicizie, o come è andata la digestione? Non meravigliarti quindi, se questo pittore ti appare strampalato, poiché un po’ strano lo era davvero. Pensa che era così lunatico, scontroso e solitario che in casa sua per arrivare al piano superiore teneva una scala retrattile ch’egli poteva togliere a suo piacimento, per evitare che qualcuno potesse salire a disturbarlo. C’è però anche da dire che un carattere tanto volubile, era il riflesso di un periodo storico difficile, agitato da problemi politici e religiosi. Ecco perché nel suo lavoro di artista, Pontormo riflette questo senso di insicurezza e di paura. E in che modo lo fa?

 

 

E' uno dei primi “manieristi”. Manierismo è un termine inventato dai moderni critici d’arte, che col tempo assume varie sfumature di significato. Ma, in generale, serve ad indicare quegli artisti, seguaci dei grandi maestri del Rinascimento (Raffaello e Michelangelo, per esempio), che dipingevano o scolpivano alla “maniera” del tale pittore o del talaltro scultore, imitandone lo stile, ma interpretandolo con differenti significati e contenuti.

 

       

   

In questa tavola che rappresenta il trasporto del corpo di Cristo al sepolcro, e che è conservata in una chiesa fiorentina che si chiama Santa Felìcita, il pittore raffigura il dolore e la tragedia, deformando le figure umane, torcendole, allungandole, rendendo il loro equilibrio sui piedi molto instabile, quasi sul punto di crollare da un momento all’altro proprio come un castello di carte. Osserva i rosa e i celesti così delicati e tenui che tingono le maglie attillate dei protagonisti. Sono colori molto belli ma non sono reali, non sono verosimili, bensì innaturali. Questo perché Pontormo voleva raccontare le sue paure, scappando dalla vita vera, dalla realtà così violenta e falsa. Ecco perché le sue opere non sembrano raccontare un fatto, ma piuttosto una visione, un sogno.