(Genere: racconto  B)                                                                             di Marino Muratore

 

 

 

C’era una volta un armadio, un armadio  triste.

L’armadio piangeva sempre perché era vecchio e vuoto. Le sue porte erano cadenti, le maniglie erano scomparse, i cassetti non si aprivano ed erano bucati in fondo.  L’armadio piangeva sempre e solo il lampadario, anch’egli vecchio ed impolverato, cercava di consolarlo:

- Ma sei ancora bello e non importa quanti anni hai. E poi sei stato costruito con il legno pregiato dell’abete che nasce nella montagna delle cascate di pietra.

- Che importa da dove arrivo. - replicava l’armadio – La realtà è che molto tempo fa, giacche da uomo e gonne di seta, pellicce, camicie di lino, si nascondevano dietro le mie grandi porte. E non sai con che gioia vedevo, al mattino, i miei padroni semiaddormentati cercare affrettati i vestiti per andare al lavoro. Io dicevo alla giacca marrone, che era sempre dimenticata, di muoversi un poco, perché il padrone la notasse. Ed ero contento quando lui l’indossava: quel successo era anche merito mio. Ma ancor più bello era, la domenica, osservare i padroni dormire. Più tardi avrebbero scelto con cura i vestiti, senza sbattere i cassetti. Ora invece…- s’interruppe l’armadio che viveva nel mondo senza tempo ed immobile dei ricordi.

Dopo qualche giorno di silenzio l’armadio riprese a bisbigliare:

 - I miei ripiani erano colmi di camicie stirate, di calze arrotolate, di mutande profumate, di maglioni di valore. E poi c’erano gli scomparti delle due ante finali. Quella era la parte che mi regalava la più grande gioia. Infatti, dopo anni di solitudine e di vuoto, quei cassetti avevano dato ospitalità a tutine da bambina, disegnate con lune ed orsetti, mutandine ricamate con cuoricini e piccole giraffe, minuscole calzette lavorate a mano. Erano scomparti allegri che davano senso di nuova vita. Anche perché le cose duravano poco,  si cambiavano con altre più meravigliose: la bambina cresceva rapidamente – concluse faticosamente l’armadio triste.

- Mi ricordo –sospirò il lampadario.- Forse hai ragione, ora la casa è vuota. E noi due siamo inutili e dimenticati da quando sono partiti i padroni.

All’armadio restava solo un  filo rosso nel quarto cassetto della quinta anta sulla sinistra: un filo perso da un vecchio maglione che era rimasto, anni fa, impigliato in una cintura. .

Sembrava una storia finita, la storia di un armadio triste e di un lampadario che voleva consolarlo. Un lampadario che non s’illuminava mai: anche lui era spento da anni. 

* * *

 Molti chilometri più in là dormiva un falegname. Era un uomo vecchio e stanco.

Da molti anni non lavorava perché nessuno gli ordinava niente. E nonostante ciò le mani gli facevano male. Pochi giorni prima però una coppia ricca aveva ordinato un armadio, un armadio di un abete speciale, che da decenni non viveva più. Non c’erano più alberi nella montagna delle cascate di pietra. Non c’erano più alberi da quando i  nuovi abitanti, dai vestiti scuri, s’erano nominati, grazie all’ingenuità di molti, padroni della valle. La coppia, che aveva ordinato un armadio in abete della montagna delle cascate in pietra, non sapeva la fine di quel legno. Ed il falegname non la raccontò.

Dormiva il vecchio falegname, dormiva e sognava stanze buie, castelli diroccati, muri infranti, caverne tristi che s’inabissavano nel centro della terra, gradini ripidi e scivolosi, ricchi di muffe.  Ma all’improvviso una luce interruppe il sogno, una luce ed una voce chiara e sicura.

“C’è un filo rosso, un filo rosso che si è perso nel tempo. L’armadio lo puoi ancora costruire, lo puoi riparare. Solo un filo rosso ti può aiutare.”

Il falegname si svegliò sudato.

La magia era iniziata. Nella camera era entrato, intanto, un corvo che aveva in bocca uno scampolo rosso di lana. Attaccato al filo rosso c’era un minuscolo pezzetto di legno d’abete. Il falegname subito riconobbe il legno della montagna della cascata in pietra, e cercò di capire, di interpretare.

L’uomo finalmente si vestì e seguì nella notte l’uccello. Iniziò una lunga ed insidiosa fatica. Il falegname raggiunse infine una casa diroccata, in cima ad una collina, al di là del bosco e del lago.  Discese ripide scale buie e scivolose. Riuscì, dopo aver lottato con i rovi, a raggiungere la cucina, poi una stanza. Il falegname si trovò di fronte all’armadio triste, dove il corvo aveva rubato il filo.

            L’uomo si concesse pochi istanti di gioia, poi  cominciò a lavorare con il martello, la lima, la cartavetro, i chiodi, la colla, lo stucco. Una settimana dopo l’armadio tornò splendente. Nei giorni successivi fu nuovamente riempito di calze da ragazzina e da maglie sportive del fratello, in una nuova casa cittadina. 

 L’anziano falegname fu presto nuovamente dimenticato. Ma per lui non era importante: il corvo gli faceva scoprire, in case abbandonate, vecchi scaffali, antiche librerie, culle intrecciate da riparare. Il falegname, ogni notte, leggeva contento al chiaro di un vecchio lampadario, il suo nuovo amico.

                                                                                      ©  M. Muratore  2006