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C’era una volta un armadio, un
armadio triste.
L’armadio piangeva sempre perché era
vecchio e vuoto. Le sue porte erano cadenti, le maniglie erano
scomparse, i cassetti non si aprivano ed erano bucati in fondo.
L’armadio piangeva sempre e solo il lampadario, anch’egli vecchio ed
impolverato, cercava di consolarlo:
- Ma sei ancora bello e non importa
quanti anni hai. E poi sei stato costruito con il legno pregiato
dell’abete che nasce nella montagna delle cascate di pietra.
- Che importa da dove arrivo. -
replicava l’armadio – La realtà è che molto tempo fa, giacche da uomo
e gonne di seta, pellicce, camicie di lino, si nascondevano dietro le
mie grandi porte. E non sai con che gioia vedevo, al mattino, i miei
padroni semiaddormentati cercare affrettati i vestiti per andare al
lavoro. Io dicevo alla giacca marrone, che era sempre dimenticata, di
muoversi un poco, perché il padrone la notasse. Ed ero contento quando
lui l’indossava: quel successo era anche merito mio. Ma ancor più
bello era, la domenica, osservare i padroni dormire. Più tardi
avrebbero scelto con cura i vestiti, senza sbattere i cassetti. Ora
invece…- s’interruppe l’armadio che viveva nel mondo senza tempo ed
immobile dei ricordi.
Dopo qualche giorno di silenzio
l’armadio riprese a bisbigliare:
- I miei ripiani erano colmi di
camicie stirate, di calze arrotolate, di mutande profumate, di
maglioni di valore. E poi c’erano gli scomparti delle due ante finali.
Quella era la parte che mi regalava la più grande gioia. Infatti, dopo
anni di solitudine e di vuoto, quei cassetti avevano dato ospitalità a
tutine da bambina, disegnate con lune ed orsetti, mutandine ricamate
con cuoricini e piccole giraffe, minuscole calzette lavorate a mano.
Erano scomparti allegri che davano senso di nuova vita. Anche perché
le cose duravano poco, si cambiavano con altre più meravigliose: la
bambina cresceva rapidamente – concluse faticosamente l’armadio
triste.
- Mi ricordo –sospirò il
lampadario.- Forse hai ragione, ora la casa è vuota. E noi due siamo
inutili e dimenticati da quando sono partiti i padroni.
All’armadio restava solo un filo
rosso nel quarto cassetto della quinta anta sulla sinistra: un filo
perso da un vecchio maglione che era rimasto, anni fa, impigliato in
una cintura. .
Sembrava una storia finita, la
storia di un armadio triste e di un lampadario che voleva consolarlo.
Un lampadario che non s’illuminava mai: anche lui era spento da anni.
* * *
Molti chilometri più in là dormiva
un falegname. Era un uomo vecchio e stanco.
Da molti anni non lavorava perché
nessuno gli ordinava niente. E nonostante ciò le mani gli facevano
male. Pochi giorni prima però una coppia ricca aveva ordinato un
armadio, un armadio di un abete speciale, che da decenni non viveva
più. Non c’erano più alberi nella montagna delle cascate di pietra.
Non c’erano più alberi da quando i nuovi abitanti, dai vestiti scuri,
s’erano nominati, grazie all’ingenuità di molti, padroni della valle.
La coppia, che aveva ordinato un armadio in abete della montagna delle
cascate in pietra, non sapeva la fine di quel legno. Ed il falegname
non la raccontò.
Dormiva il vecchio falegname,
dormiva e sognava stanze buie, castelli diroccati, muri infranti,
caverne tristi che s’inabissavano nel centro della terra, gradini
ripidi e scivolosi, ricchi di muffe. Ma all’improvviso una luce
interruppe il sogno, una luce ed una voce chiara e sicura.
“C’è un filo rosso, un filo rosso
che si è perso nel tempo. L’armadio lo puoi ancora
costruire, lo puoi riparare. Solo un filo rosso ti può aiutare.”
Il falegname si svegliò sudato.
La magia era iniziata. Nella camera
era entrato, intanto, un corvo che aveva in bocca uno scampolo rosso
di lana. Attaccato al filo rosso c’era un minuscolo pezzetto di legno
d’abete. Il falegname subito riconobbe il legno della montagna della
cascata in pietra, e cercò di capire, di interpretare.
L’uomo finalmente si vestì e seguì
nella notte l’uccello. Iniziò una lunga ed insidiosa fatica. Il
falegname raggiunse infine una casa diroccata, in cima ad una collina,
al di là del bosco e del lago. Discese ripide scale buie e scivolose.
Riuscì, dopo aver lottato con i rovi, a raggiungere la cucina, poi una
stanza. Il falegname si trovò di fronte all’armadio triste, dove il
corvo aveva rubato il filo.
L’uomo si concesse pochi
istanti di gioia, poi cominciò a lavorare con il martello, la lima,
la cartavetro, i chiodi, la colla, lo stucco. Una settimana dopo
l’armadio tornò splendente. Nei giorni successivi fu nuovamente
riempito di calze da ragazzina e da maglie sportive del fratello, in
una nuova casa cittadina.
L’anziano falegname fu presto
nuovamente dimenticato. Ma per lui non era importante: il corvo gli
faceva scoprire, in case abbandonate, vecchi scaffali, antiche
librerie, culle intrecciate da riparare. Il falegname, ogni notte,
leggeva contento al chiaro di un vecchio lampadario, il suo nuovo
amico.
© M. Muratore
2006
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