(Genere: Umorismo. C)                                                                           di Marino Cassini

 

 

 

                                                                                      

Da quando lo avevano collocato a riposo, il signor Rossi si era dovuto cercare un hobby per occupare almeno buona parte della giornata e limitare la noia di non aver più alcun lavoro cui pensare. E l’hobby l’aveva trovato per caso, accompagnando un mattino un suo amico nella locale Pretura per una vertenza intentata contro il suo vicino di casa.

Durante le poche ore passate in aula, aveva scoperto un mondo nuovo in cui l’umanità veniva a lavare i panni sporchi e a discutere le controversie più strane. Da quella scoperta non era passato giorno che il signor Rossi non si recasse in quell’aula dove lo spingeva la curiosità e, perché no?, un morboso interesse per i fatti altrui, molti dei quali inattesi e, spesso, divertenti. Liti, controversie per futili motivi, questioni di eredità, testamenti celati o ritrovati, affitti non pagati, piccole frodi, inadempienze… tutti fatti che rientrano nella quotidianità e dei quali siamo testimoni inconsapevoli. Un minuscolo concentrato delle miserie umane esposto all’attenzione di un giudice e del pubblico presente.

Quel giorno il foglietto affisso alla porta dell’aula, in cui solitamente presiedeva il giudice Dante Richemi, non gli aveva suggerito nulla. All’ordine del giorno c’erano due cause. La prima quella di Prosdocimus Comparetti (impiegato comunale) contro Priscilla Ferri (casalinga); l’altra era la causa di Artemisia, Aspasia, Sofronia de Burgis, contessa di Montesano, contro Mauro Bacigalupo (insegnante): Decisamente i nomi strani e altisonanti inducevano a pensare a fatti singolari e, forse, anche divertenti.

Il signor Rossi andò a sedersi sulla seggiola preferita, quella vicina al calorifero e alla finestra che dava sul cortile sottostante. L’aula era insolitamente piena perché il giudice Richemi, non seguendo l’ordine del foglio affisso alla porta, costringeva i parenti, gli amici dei convocati di entrambe le cause e gli spettatori a trovarsi presenti sin dalla prima udienza. Abituato ad osservare gli spettatori, il signor Rossi notò subito il gruppo della contessa, formato da persone dal portamento austero, sussiegose e, come solitamente si dice,  con la puzza sotto il naso. Un gruppo chiassoso, formato da giovani, circondava quello che doveva essere l’insegnante. C’erano poi due altri gruppi: uno formato quasi esclusivamente da donne, circondava una signora con in braccio un barboncino il quale, per nulla impaurito, si guardava attorno con occhi vivaci; l’altro comprendeva poche persone, per lo più uomini in tuta verde. Stavano discutendo attorno ad un individuo, pure lui in tuta, alto, dal viso bovino e occhi che non denotavano grande intelligenza.

 La voce stentorea dell’usciere distolse il signor Rossi dall’esame consueto.

- Signori, silenzio. Entra il giudice Dante Richemi.

Seguito dal segretario con le pratiche di entrambe le cause sotto il  braccio, il giudice prese posto sull’alto scranno dietro al quale, sulla parete, campeggiava una donna bendata con la bilancia in una mano e un libro nell’altra. Davanti a lui, a destra e a sinistra erano poste due pedane con sbarra. Il giudice guardò un foglio che aveva davanti e disse:

- Prego i signori Ferri e Comparetti di prendere posto. - Indicò le due pedane e, quando li vide entrambi in piedi dietro la sbarra, continuò: - Lei, signor Prosdocimus è il querelante, dico bene? – fece rivolto all’uomo in tuta verde, evidentemente a disagio.

- Sì, signor giudice

- Declini le sue generalità.

  - Declino? – disse l’uomo, guardandosi attorno con occhi stupiti. – Cosa debbo declinare?

-  Il suo nome, mi dica il suo nome.

-  Ah sì! Il nome. Mi chiamo Comparetti Prosdocimus.

- Prosdocimus, un nome decisamente poco usato – disse il giudice Richemi la cui virtù era quella di cercare di mettere a loro agio le persone che per la prima volta venivano alla sbarra. – Chi lo ha scelto?

 - Non lo so, signor giudice, io non ero presente e nessuno mi ha chiesto nulla. In seguito mia nonna mi disse che l’aveva scelto il prete mentre mi battezzava.

Il giudice guardò l’uomo col vago sospetto che volesse fare dello spirito, ma, dopo averlo ben squadrato, lo accantonò, schedandolo con l’etichetta “un po’ corto di mente”.

- Lei, signor Prosdocimus, è sposato?

- Oh sì, questo sì!

- Con prole?

- No, con Geltrude.

Nell’aula scoppiò una risata, subito zittita dai colpi di mazzuolo battuti sul tavolo dal giudice. L’uomo in tuta si voltò sorpreso verso il gruppo dei suoi accompagnatori.

- Le ho chiesto, signor Prosdocimus, se lei ha figli: la parola ‘prole’ significa figli maschi o femmine, ha capito?

-   Sì,, signor giudice, ho capito. Ho un prolo e una prola.

Stavolta il giudice non batté il mazzuolo, si limitò a mettere una mano davanti alla bocca per nascondere il sorriso.

- Va bene, signor Prosdocimus, lasciamo perdere la famiglia. Mi esponga il fatto che l’ha portata qui. Mi dica perché ha querelato la signora Ferri.

- Deve sapere, signor giudice, che io sono addetto alla pulizia del Parco Comunale…

-  Ah, lei è un operatore ecologico?

L’uomo si voltò verso il gruppo degli amici in tuta verde per richiedere un aiuto che non venne.

- Non lo so, signor giudice, io sono uno spazzino, non sapevo di essere passato di categoria. Comunque, spazzino o operatore ecologico, il mio compito è quello di tener puliti i viali del parco.

Al giudice tornò il sospetto che quell’individuo stesse facendo il finto tonto, ma lo accantonò di nuovo e lo lasciò continuare.

- Deve sapere che la signora Priscilla, che io conosco bene, ogni mattina viene a far passeggiare nel parco il suo Fringuellino. Fringuelino è quel coso, quel cane che tiene fra le braccia. La settimana scorsa, per la precisione lunedì dodici, Fringuellino, come al solito, ha cominciato a disseminare qua e là le sue cacchette, proprio nel viale che io avevo già pulito. Penso sia a conoscenza, signor giudice,  dell’esistenza di una ordinanza comunale che ordina ai padroni dei cani di munirsi di paletta e sacchetto di plastica per raccogliere le cacche e gettarle nei bidoni. Ma la signora Priscilla non si vuole sporcare le mani, tanto c’è lo spazzino o, come ha detto lei, l’operatore ecologico. Deve sapere, signor giudice, che  Fringuellino non solo ha il vizio di sporcare per terra, ma anche quello di fare la pipì ai piedi di un albero, sempre lo stesso. Per caso, quel mattino, avevo ammonticchiato foglie e rami caduti durante la notte proprio ai piedi di quell’albero così il cane, trovato il suo posto già occupato, si avvicinò a me e mi pisciò sui pantaloni. Sì, signor giudice, proprio sui pantaloni e così l’ho allontanato col piede. Che dovevo fare? Fringuellino, che non è abituato ad essere disturbato mentre fa i suoi bisogni, si è arrabbiato. Mi si è avventato contro, mi ha morso ad un polpaccio e mi ha strappato i pantaloni della tuta verde. Ecco, signor giudice, questo è il fatto e io voglio essere risarcito dei danni.

Il giudice si rivolse alla donna col cane in braccio.

-  Signora Ferri, lei ama molto gli  animali?

- Sì, molto, li amo tutti. E poi da quando il  Santo Padre ha detto che anche gli animali hanno un’anima. Il mio rispetto per loro è aumentato.

-   Lodevole, signora Ferri, molto lodevole. Ha altri animali in casa?

- Sì. Un gatto. Quello va molto d’accordo col mio Fringuellino; non è come il signor Prosdocimus!

- Eviti gli apprezzamenti, signora, e prosegua. Siccome chi ha commesso il danno è il cane, ma non potendo porre domande al suo Fringuellino - disse sorridendo, - mi racconti lei la sua versione dei fatti.

- Sì, è vero: lunedì dodici sono andata col cane a passeggiare nel parco…

- Lo fa spesso?

- Tutte le mattine, anche quando piove.

- Lei tiene il cane al guinzaglio?

- Fringuellino al guinzaglio! E quando mai!

- Il mattino di lunedì dodici il cane aveva la museruola?

- Signor giudice, l’ha detto il Santo Padre: gli animali hanno un’anima e come si può imbrigliare un’anima  con un guinzaglio e metterle la museruola? Sarebbe un sacrilegio.

-  Ho capito: era senza guinzaglio e senza museruola. Proceda.

- Dunque, Fringuellino ha fatto quello che fa sempre, ma quando ha cercato il suo albero l’ha trovato circondato da rami e da foglie messi lì appositamente dal signor Prosdocimus. Così, non potendo fare la pipì ha cercato un altro posto adatto. Che farebbe lei, signor giudice, se un bel giorno trovasse distrutto o impraticabile il vespasiano dove va solitamente a fare...

-  Non divaghi, signora Ferri e proceda.

- Ebbene, il mio Fringuellino, trovando impraticabile il suo albero e vedendo le gambe fasciate di tela verde del signor Prosdocimus, le ha scelte al posto del solito tronco. D’accordo, non doveva farlo, non si trattava di un tronco, ma ragioni lei con un cane! E poi non è vero che quell’individuo si è limitato a scostarlo delicatamente con un piede, come vuol far credere. Gli ha rifilato un tale calcione da farlo ruzzolare per alcuni metri. Il mio Fringuellino è bravo, però se lo toccano si difende e ha addentato il polpaccio del suo nemico. Questo è tutto. Il mio cane si è  difeso. Se non fosse stato colpito non avrebbe reagito. La sua è stata legittima difesa.

- La questione mi è chiara. Passiamo alle richieste. Lei che cosa chiede, signor Comparetti?

- Chiedo i danni e cioè il pagamento dei pantaloni strappati, delle medicine e poi il medico mi ha detto di chiedere pure l’anticipo delle spese  per l’operazione di plastica alla gamba per eliminare la cicatrice. In totale voglio settecento euro. E poi chiedo anche i danni morali. Per la somma mi affido a lei, signor giudice, perché io non so quanto chiedere.

- Quali danni  morali? Nella sua denuncia non si fa cenno a danni morali.

- Non c’è scritto niente perché mi sono venuti in mente solo poco fa, quando la signora Priscilla ha parlato del Santo Padre e dell’anima degli animali. Io non ci credo all’anima degli animali. Figuriamoci se gli animali hanno un’anima! Gli animali sono animali e come tali devono essere trattati. E io non accetto che qualcuno li vesta come gli uomini.

- Non capisco, - fece il giudice Richemi, guardando il signor Prosdocimus Comparetti con curiosità. – Che cosa c’entrano i cani vestiti da uomo?

- Signor giudice guardi il cane della signora Ferri, lo guardi! Ha un berretto in testa; indossa due paia di brache, uno sulle gambe davanti tenuto su da bretelle legate al collo,  l’altro paio di brache ce l’ha sulle gambe di dietro, anch’esso tenuto su da bretelle legate sopra la coda. Ha un cappottino allacciato sotto la pancia e per finire le scarpe ai piedi. Quel coso è una caricatura di noi uomini; ci prende in giro, signor giudice, e io, essendo un uomo, mi sento insultato nella mia dignità e non voglio essere preso per le brache da un cane peloso. Quindi, chiedo anche i danni morali. Glielo ripeto, signor giudice, non mi piace essere confuso con un cane.

- Ma senti che razza di ragionamenti tira fuori quello lì! – sbottò la signora Ferri. – E, secondo te, in un inverno così rigido, dovrei mandare il mio Fringuellino completamente  nudo?

- Ma che nudo e nudo! Quello ci ha un pelo che sembra una pecora. Vestendolo a quel modo lei insulta l’intera umanità.

- Tu insulti l’umanità con la tua ignoranza e i tuoi modi violenti e brutali.

- Signori, vi richiamo all’ordine! – intervenne il giudice. – Piuttosto, signora, veniamo ad una conclusione: lei che cosa vuole?

- Io non voglio pagar niente, né i pantaloni, né le spese mediche, né tanto meno i danni morali. Io a quello non do un soldo.

- Bene: le vostre pretese sono chiare. Mi ritiro per deliberare.

Seguito dal segretario, il giudice si allontanò e scomparve dietro una porticina. La sua partenza scatenò una ridda di discussioni e la formazione, come sempre, di due partiti contrapposti. Ma c’era pure chi, come il signor Rossi se la rideva allegramente per la piega presa dalla causa e per la sua singolarità. Era curioso di sentire il parere del giudice Richemi.

La pausa fu breve e il giudice rientrò seguito dal segretario.

- Il fatto accaduto lunedì dodici – esordì – rientra negli articoli 2052 e 2056 del Codice Civile, riguardanti i danni cagionati da animali e la valutazione dei danni stessi. Rientra pure nelle Norme di comportamento e di igiene emanate dal Comune in merito alla custodia degli animali portati all’esterno delle abitazioni. L’ordinanza comunale stabilisce che i cani, portati in luogo pubblico, devono essere tenuti a guinzaglio e devono essere muniti di museruola. Dette norme prescrivono pure che il possessore degli animali deve provvedere alla rimozione delle loro feci, usando una apposita paletta e riponendole in un sacchetto di plastica che deve essere gettato nei contenitori all’uopo destinati dal Comune. L’articolo 2052 del Codice Civile prescrive che il proprietario di un animale è responsabile dei danni da esso cagionati, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo provare il caso fortuito, mentre il successivo articolo 2056 dice che al danneggiato compete un risarcimento. Detto risarcimento, vedi l’articolo 1226, è liquidato dal giudice in misura equitativa quando non se ne possa provare l’esatto ammontare. Vi è chiara la legge? – chiese il giudice guardando i due convenuti.

Nessuno dei due rispose. Si limitarono ad un cenno di capo. Solo Fringuellino, stupito del silenzio che regnava nell’aula dopo il rientro del giudice, si mise ad abbaiare furiosamente.

- Signora Ferri, lo faccia tacere! A protestare c’è sempre tempo – aggiunse sorridendo. – Pertanto, essendo documentato negli atti che Fringuellino quel giorno era privo di guinzaglio e di museruola, che innaffiò di pipì i pantaloni del signor Comparetti e che lo morse ad un polpaccio… lo ammetto, signora Ferri, - disse il giudice, vedendo che la ‘mamma’ di Fringuellino stava per protestare, - il barboncino fu provocato dal signor Prosdocimus il quale lo allontanò col piede, provocandone la reazione.

- Gli diede un calcione così tremendo da farlo ruzzolare per alcuni metri! – non poté trattenersi dal dire la donna, tenendo Fringuellino che abbaiava a più non posso.

- Diciamo pure un calcio per il quale l’animale non riportò alcuna ferita, mentre la sua reazione procurò danni al signor Comparetti. Pertanto, io la condanno a risarcire all’operatore ecologico l’equivalente del prezzo dei calzoni strappati oppure a comperargliene un paio nuovo e la condanno pure a pagare la multa prevista dal Regolamento comunale per chi non applica le norme relative alla custodia degli animali. Dispongo inoltre che nulla è dovuto al signor Comparetti per le spese mediche di cui non c’è traccia nella denuncia in quanto sostenute dall’assistenza mutualistica di cui ogni impiegato o operatore comunale gode. Per quanto, infine, concerne i presenti danni morali richiesti dalla controparte, li ritengo totalmente inesistenti e fuor d’ogni logica in quanto nulla vieta al padrone di un animale di ‘vestirlo’ come meglio crede. Semmai a protestare dovrebbe essere l’animale, se ne avesse le possibilità. Quanto poi al possesso dell’anima è cosa che esula dai compiti di questa corte. Così ho deciso. Il caso è chiuso.

Diede un colpo di mazzuolo sul tavolo, si alzò e si ritirò nello studio per preparare la seconda causa che si sarebbe discussa di lì a poco.

I signori Ferri e Comparetti si ritirarono in silenzio, seguiti dai rispettivi parenti e amici. L’unico a protestare fu Fringuellino, ma essendo tutti i presenti incapaci di capire il linguaggio canino, nessuno seppe mai che cosa disse.

Quando il giudice riprese l’udienza, l’aula era semivuota; gli ultimi rimasti si erano divisi in due gruppi distinti e separati: quello composto da signori austeri, compassati e da signore ingioiellate e l’altro formato da persone più dimesse e da una ventina di ragazzi vocianti i quali facevano cerchio attorno ad un uomo di circa trentacinque anni in giacca e cravatta scura.

Il giudice li guardò entrambi al di sopra degli occhiali e poi, fatto un cenno al segretario, attese che questi leggesse i nomi delle due parti in causa e il motivo della contesa.

- Nell’odierna udienza – disse il segretario all’uditorio fattosi di colpo silenzioso – sono stati convocati i signori Artemisia, Aspasia, Sofronia de Burgis, contessa di Montesano, querelante, e l’insegnante Mauro Bacigalupo, querelato. Motivo del contenzioso: offese e ingiurie verbali.

I due convocati si avvicinarono alla rispettiva sbarra. La donna, ingioiellata, vestiva un abito austero, una pelliccia di visone e teneva in testa un cappello a larghe tese, contornato da un nastro. L’uomo vestiva un abito scuro, indossato per l’occasione e nel quale doveva sentirsi a disagio. La cravatta poi doveva essere per lui un supplizio, tanto che spesso faceva l’atto di sciogliere il nodo, desistendo all’ultimo momento.

Il giudice scartabellò tra le carte e poi diede inizio al dibattito.

- A lei la parola, signora de Burgis …– disse.

- … signora contessa de Burgis, prego, - lo interruppe la donna, correggendolo e guardandolo a testa alta.

- Signora de Burgis, - le rispose il giudice Richemi, evidentemente seccato per la precisazione richiesta, - sulla parete, alle mie spalle, c’è la raffigurazione di una donna con una bilancia in mano i cui piatti si trovano allo stesso livello. E’ la loro posizione a dirmi di usare equità anche nel linguaggio. Nel rivolgermi a tutte le persone che nel tempo si sono avvicendate a quelle due sbarre, le ho sempre apostrofate usando solo i vocaboli di – ‘signore e signora’ e questo perché su quei piatti della bilancia i titoli non hanno né valore né peso. Ma proprio perché non hanno peso, se a lei è gradito essere chiamata ‘signora contessa’, ebbene, per pura cortesia nei suoi confronti, la chiamerò così. Quindi, signora de Burgis, contessa di Montesano, esponga i fatti che l’hanno spinta a querelare l’insegnante Bacigalupo.

- Nel mio caso, signor giudice, - lo interruppe il professor Bacigalupo, - usi pure il semplice ‘signore’.

- Ecco, signor giudice, - cominciò a spiegare la donna – lei deve sapere che da anni dirigo l’Associazione Culturale “De Burgis”, creata da mio bisnonno. L’Associazione si occupa della cultura così carente in questa città, - precisò lanciando uno sguardo ironico al professor Bacigalupo – e bandisce ogni due anni un concorso per premiare la miglior tesi di laurea discussa nell’università cittadina. Alla premiazione segue sempre un simposio al quale possono presenziare solo persone munite di invito personale. Si dà il caso che all’ultimo simposio fosse presente anche il signor Bacigalupo, senza essere stato invitato né da me, né dal mio segretario. Ebbene, durante la conversazione con alcuni convitati il signor Bacigalupo si è arbitrariamente intromesso, rivolgendomi una tale sequela di ingiurie da costringermi a querelarlo per diffamazione. Io non posso ammettere e non tollero che davanti ai miei amici, al sindaco, al pretore, al cardinale e ad altre autorità cittadine venga lesa la mia dignità e si venga meno al decoro che da sempre ha contrassegnato il Palazzo de Burgis, sede dell’Associazione.

- Che cosa le disse di tanto grave il signor Bacigalupo?

- Devo proprio dirlo?

- Contessa de Burgis, è lei la querelante. Io ho già letto gli atti depositati e sono al corrente dei fatti. Il pubblico no. Ora, trattandosi di udienza pubblica, lei deve precisare chiaramente la sua accusa.

La contessa de Burgis era a disagio. Non aveva previsto di dover ripetere le parole pronunciate dell’insegnante nei suoi confronti. Sarebbe stato come renderle di dominio pubblico e ogni persona presente avrebbe potuto  riferirle ad altri, aumentando così la conoscenza di un fatto increscioso e lesivo della sua dignità. Tutti avrebbero riso alle sue spalle. Ma di fronte alla richiesta del giudice, non poteva esimersi.

- Ha detto, - spiegò, abbassando volutamente la voce in un impercettibile sussurro, - ha detto: “vecchiabertucciadalculorossospelacchiatopiùignorantediun asino”.

- La invito, signora contessa, ad essere più chiara e ad alzare il tono della voce. Nessuno ha capito le sue parole.

- Ha detto – gridò quasi la donna, evidentemente adirata per essere costretta a ripetere, - mi ha chiamato “ vecchia bertuccia dal culo rosso e spelacchiato più ignorante di un asino”. Ecco quello che ha osato dire!

Nell’aula si levò qualche risolino dalla parte dei giovani presenti, subito sedato da una severa occhiata del giudice.

- Si è chiesta la ragione di quell’insulto?

- Me la sono chiesta e non l’ho trovata.

- Durante il suo colloquio con le persone presenti al fatto, accennò o fece il nome del Bacigalupo?

- No, non lo conoscevo neppure. E, le ripeto, non l’avevo invitato. Certe persone non entrano nel mio circolo e non fanno parte del mio entourage!

- Cos’è successo in seguito!

- Non lo so perché mi sono sentita male e sono svenuta.

Il giudice Richemi fece una breve pausa per guardare gli atti e poi si voltò verso il querelato.

- A lei la parola, signor Bacigalupo: esponga la sua versione dei fatti

- Debbo ammetterlo, signor giudice, il riassunto dell’accaduto fatto dalla contessa de Burgis è esatto e non posso minimamente contestarlo. Anche le parole attribuitemi sono quelle da me pronunciate, in un momento di rabbia, durante quel simposio. Effettivamente all’assegnazione del premio e al successivo simposio non ero stato invitato e la mia presenza fu del tutto casuale. Il preside della scuola presso cui insegno, non potendo intervenire per precedenti impegni,  mi pregò di sostituirlo dandomi il suo invito. Per quanto concerne la mia reazione, la contessa de Burgis afferma di non sapersela spiegare. Cosa di cui dubito, a meno che non abbia totalmente dimenticato il colloquio con i suoi amici e le parole da lei pronunciate. Vede, signor giudice, io sono per natura schivo e cerco di non partecipare alle discussioni. Ho le mie idee e non le cambio perché altri pensano in modo diverso. Anche quel giorno me ne stavo appartato dietro una tenda, vicino alla finestra. Poco distante da me si era formato un gruppo di persone in compagnia della contessa. Discutevano di scuola, di insegnamento, di professori. La questione mi interessava e non potei fare a meno di seguire i loro discorsi. Parlavano di docenti universitari, sostenendo che, una   volta ottenuta la cattedra, non leggono più un libro e vivono di rendita su quelli letti. Scesero poi ad analizzare i professori delle scuole medie superiori e inferiori definendoli degli ignoranti patentati la cui cultura non va al di là di una infarinatura generale. Non sto a ripetere i pareri e i commenti sugli insegnanti delle scuole elementari. Erano i soliti luoghi comuni e, come di consueto, avrei applicato la frase dantesca, modificata “non ti curar di lor ma ascolta e passa”, se la contessa de Burgis non avesse rincarato la dose dicendo: “tutti gli insegnanti sarebbero dei fannulloni perché per nove mesi all’anno lavorano  poche ore al giorno e per gli altri tre riposano. E sono pure pagati per questo. Probabilmente oggi sapessero insegnare se avrebbero studiato da giovani con più passione”. Signor giudice,  se lei chiede ai miei allievi, molti dei quali sono qui presenti, come la penso sulla grammatica, sui verbi e, in particolare, sull’uso dei congiuntivi e dei condizionali, capirebbe la mia reazione. Quei sarebbero, sapessero e avrebbero pronunciati dalla contessa mi fecero accapponare la pelle e salire l’adrenalina sino alle stelle. Non me la sono sentita di tacere e ho reagito con quell’insulto. E’ più forte di me: nel linguaggio i congiuntivi e i condizionali sono una cosa sacra. Questo è tutto, signor giudice.

Il giudice guardò la contessa e il professor Bacigalupo, cui rivolse anche un leggero sorriso di simpatia, subito smorzato.

- Bene, signori. Avendo già preso visione degli atti e ascoltato le parti, non credo vi sia altro da aggiungere. Il caso è chiaro. Signora contessa, ora che abbiamo ascoltato il signor Bacigalupo ammettere pubblicamente la sua colpa, le domando: che cosa chiede a risarcimento del danno morale da lei subito?

- Chiedo, - disse altezzosamente la contessa – chiedo ed esigo l’applicazione della legge in vigore presso i miei avi, il cui albero genealogico risale sino alla Crociate, e cioè che il reo confessoso inginocchiasse di fronte all’offeso e chiedesse scusa pubblicamente. Solo così l’onta alla dignità del mio casato sarà lavata e io mi riterrò soddisfatta.

- Signora de Burgis, contessa di Montesano, nel medioevo un’altra contessa, Matilde di Canossa, costrinse all’umiliazione l’imperatore Enrico IV. Oggi non siamo più nel medioevo e l'accaduto non è tale da ripetere quell’episodio, per cui, non ritenendo opportuno costringere una persona ad inginocchiarsi di fronte ad un’altra, pur senza ritirarmi per consultare codici e pandette e per deliberare, posso subito esprimere la mia sentenza. – Si alzò in piedi e disse:- Visti gli atti e ascoltate le parti, condanno l’insegnante  Mauro Bacigalupo a chiedere pubblicamente scusa alla contessa de Burgis. Così ho deciso.

- E’ giusto, signor giudice, - disse l’insegnante. – E’ giusto, anzi, in aggiunta alla sua sentenza, ritengo opportuno, se lei permette, di accettare in toto la proposta della contessa, non foss’altro che per richiamare alla memoria dei miei alunni presenti in aula, un uso e un costume legale oggi, giustamente, dimenticati. Farò, quindi, le mie scuse in ginocchio. Ma prima mi preme di fare una considerazione. Durante il dibattito non mi è stato chiesto se non avessi anch’io qualcosa da pretendere. A dir la verità ce l’avevo, considerando la carica di presidentessa di una associazione culturale ricoperta dalla contessa. In qualità di insegnante e, quindi, di “garante della grammatica italiana” avrei potuto a mia volta chiedere alla contessa il risarcimento di “danni letterari” procurati alla grammatica italiana, quantificabili in uno studio lungo e approfondito dei verbi italiani, in particolar modo dei congiuntivi e dei condizionali. Ma data l’età veneranda della contessa, sarebbe pretendere troppo…

Vedendo la reazione della donna alla parola ‘veneranda’ e un cenno del giudice che gli suggeriva di non aggravare la situazione, il professore, messosi in ginocchio davanti alla pedana su cui si trovava la contessa, si affrettò ad aggiungere:

- Signora contessa de Burgis, di fronte a tutti i presenti, le chiedo umilmente scusa per le parole offensive che tempo fa, in un momento di ira, le rivolsi.

La donna lo squadrò dall’alto in basso e poi si voltò verso il suo gruppo, visibilmente compiaciuto per la conclusione della vicenda in cui il colpevole era stato costretto a mettersi in  ginocchio e ad umiliarsi.

Il  professor  Bacigalupo si alzò da terra, si spolverò con una mano i pantaloni e, vedendo il giudice Richemi alzarsi a sua volta dalla sedia per lasciare l’aula, lo fermò con un cenno.

- Signor giudice, ora che il procedimento è concluso ed io ho espiato la mia colpa, mi permette di rivolgerle una domanda?

- Mi dica, professore.

- Lei oggi mi ha giustamente condannato perché, in pubblico, mi sono rivolto alla contessa de Burgis apostrofandola con le parole “Vecchia bertuccia dal culo rosso e spelacchiato più ignorante di un asino”. Ora mi dica: se, invece di rivolgermi alla contessa De Burgis, mi fossi, putacaso, rivolto ad un animale, nella fattispecie ad una vera bertuccia dal culo rosso e spelacchiato più ignorante di un asino, l’avessi chiamata contessa e avessi chiesto alla bertuccia: “Si ritiene soddisfatta, signora contessa”, lei mi avrebbe egualmente condannato per aver chiamato  contessa   una bertuccia?

- Certo che no! Lei, professor Bacigalupo, - rispose il giudice che già aveva capito l’astuzia del professore e cominciava a ridere sotto i baffi, - lei può chiamare  contessa  qualsiasi animale – scimmia, somaro oppure oca che sia, senza incorrere nei rigori della legge. Chiamare  contessa una bertuccia non è reato.

- Grazie per il suo parere, signor giudice.

Ciò detto, il professor Mauro Bacigalupo si rivolse alla contessa Artemisia, Aspasia, Sofronia de Burgis, contessa di Montesano e, con voce alta e chiara, disse:

- Si ritiene soddisfatta signora CONTESSA?

Tutti gli alunni del professor Bacigalupo scoppiarono in una sonora risata. Non così gli amici della contessa, subito accorsi  per sollevarla da terra.

Per la seconda volta in quegli ultimi tempi la signora Artemisia, Aspasia, Sofronia de Burgis, contessa di Montesano, era svenuta.

 © 2005  M. Cassini