(Genere: Avventura di mare. C)                                                                     di Marino Cassini

     (In ricordo dell’amico Marc Soriano)

 

 

 

“U PISCISPADA”

 

Questa è la storia,

storia d’amore

d’un pescespada.

 

“Eccolo!  Eccolo!

Tira la fiocina!

Tira la fiocina, dai!”

E la femmina colpirono

dritta, dritta, in mezzo al cuore.

Lei piangeva di dolore.

Ahi, ahi,ahi, ahi, ahi!

Poi la barca la trainava,

mentre il sangue via scorreva.

il suo maschio la seguiva,

la piangeva, ahi, ahi, ahi!

E quel maschio, ormai impazzito,

le gridava il suo dolore:

“No, non piangere, amor mio,

bella mia non pianger più!”

E la femmina diceva

solo con un fil di voce:

“Sta lontano, amore mio,

ché sennò muori anche tu.”

“Ah, no, no, mio dolce amore,

se tu muori, muoio anch’io,

muoio anch’io assieme a te.”

Con un balzo la raggiunse,

per restare sempre stretti,

stretti, stretti, cuore a cuore.

 

“Eccolo, eccolo!

C’è pure il maschio!

Tira la fiocina!

Dai!

Ah!

E così finì l’amore

di due pesci sfortunati.

(canzone siciliana di Domenico Modugno)

Versione libera

Quando si invecchia il carattere o si addolcisce oppure si inasprisce a tal punto che l’individuo diventa  facile preda dell’odio e della malignità. 

Il  Vecchio, ormai oltre i sessanta, anche se le forze erano rimaste integre, si era inciprignito, inasprito a tal punto che i pochi compagni rimasti l’avevano lentamente abbandonato ed era già molto se qualcuno, quando gli passava accanto  con i remi in spalla, gli rivolgeva borbottando un breve saluto a cui peraltro lui rispondeva con un  grugnito, quando non rispondeva affatto.

Quanta diversità dai tempi della giovinezza!

Talvolta, al tramonto, di fronte al mare incollerito che gli aveva impedito di andarsene a pescare in qualche rada isolata, mentre se ne stava seduto su un panchetto diventato parte stessa del terreno in cui col passar del tempo aveva affondato i piedi, quasi messo le radici,  pensava ai tempi della sua spensierata gioventù. Allora tutti lo giudicavano  un tipo allegro, scanzonato, pronto allo scherzo e alla battuta, sempre presente nelle feste popolari del suo paese o dei paesi vicini, sempre il primo ad aprire le danze sull'’aia e, d’inverno, in ampi stanzoni ricavati in granai o scantinati, riscaldati da stufe panciute. Tutte le ragazze erano innamorate di lui, se lo disputavano, finché non era apparsa la Franca, una brunetta tutto pepe, estroversa e come lui sempre allegra. Una vampata d'amore. Le nozze sembravano imminenti... ma poi qualcosa si era incrinato e nessuno era mai riuscito a scoprirne la ragione.

Un mattino era scomparso dal paese. Si sparse la voce che si fosse imbarcato su un mercantile e per diversi anni nessuno l’aveva più rivisto.

Poi era ritornato. Ma la spensieratezza d’un tempo era sparita. Se n’era andata, inghiottita dal mare su cui aveva vissuto. La vita di mare l’aveva cambiato. Se aveva sperato di ritrovare nel suo paese qualche radice di un tempo, era rimasto deluso e col suo carattere contrario a tutto e a tutti aveva vissuto appartato. Gli unici momenti in cui, suo malgrado, aveva dovuto vivere a stretto contatto con gli altri erano i venti mesi passati sui monti con un gruppo di partigiani, in un ambiente che non era certo il suo e che non gli era congeniale. Per forza si era dovuto appoggiare agli altri, a chi quell’ambiente conosceva. In quei mesi il Vecchio (che allora non era tale) aveva vissuto momenti esaltanti, alternati a momenti di sconforto e di paura; aveva patito la fame e il freddo; aveva odiato, aveva sparato e forse aveva ucciso senza sapere chi. Quando si preme il grilletto di un fucile  non si sa se la pallottola raggiunge il bersaglio.

Poi la guerra era finita in un caos indescrivibile e lentamente la più parte era ritornata a casa. Lui no. Non aveva nessuno ad attenderlo e, imbarcatosi di nuovo su un mercantile, aveva ripreso la via del mare.

Altri anni erano trascorsi finché l’età e anche un pizzico di nostalgia, sebbene non l’avesse mai voluto ammettere, lo avevano costretto a ritornare e a prendere definitivo possesso della casa lasciatagli in eredità dal  padre, pescatore, costruita in cima ad un promontorio, di fronte al mare. Coi risparmi si era comprato una barca, si era dedicato alla pesca e aveva cominciato ad invecchiare, acquistando l’umore e i modi della gente che vive coi prodotti della pesca.

Durante le belle giornate il Vecchio passava buona parte del suo tempo in mare, seduto a prua della barca, con la schiena appoggiata ad una fiancata e un cappellaccio calato sugli occhi, a rodersi il fegato in attesa che le reti si appesantissero di numerose prede; cosa assai rara in quel mare diventato sempre meno pescoso. E in quelle lunghe attese il tempo di prendersela un po’ con tutti non gli mancava certo. Era solo contento della sua solitudine e di quel lieve dondolio della barca sulle onde, mentre i remi abbandonati a se stessi e legati allo scalmo con una cordicella, battevano contro la chiglia con sordi tonfi, accompagnando i suoi pensieri.

Quel pomeriggio a far le spese della sua rabbia erano in tre: don Giacinto, il suo fornitore di attrezzi da pesca, fornitore obbligato perché era l’unico nei paraggi; mastro Alfio, anche lui l’unico commerciante che comperava il pesce pescato per portarlo al mercato ittico di Palermo, e Carmine, il calafato.

-Ladro, furfante! – borbottava pensando al primo. – Quel porco m’ha cavato il sangue per farmi pagare la rete. E che? Li rubo, forse i soldi io? Son mica un ladro come lui. E mastro Alfio: altra buona lana quello! Pagarmi il pesce cinquecento lire al chilo, dico cinquecento! La pelle si venderebbe pur di far quattrini. Non  parliamo poi del Carmine, quella sanguisuga! Ha preteso un occhio della testa per calafatarmi la barca. Disgraziato negriero; ma già, lui deve rifarsi sugli altri per fornire la dote alle figlie!

E così, anche quel pomeriggio il Vecchio sgranò  la solita litania e la concluse sputando in acqua con disgusto e grattandosi con rabbia il petto irsuto di peli biancastri.

L’affiorare di un dorso nerastro a poca distanza dalla barca lo fece sobbalzare. Con mossa fulminea afferrò saldamente la fiocina che da qualche tempo portava con sé, socchiuse gli occhi per proteggerli dal barbaglìo del sole sulle onde.

-Maledetto, t’ammazzo come un  cane se solo ti avvicini! – ringhiò tra i denti.  Il pesce, un grosso delfino, saettò fuor d’acqua e si rituffò in un  ribollir di schiuma.

- Peccato! – brontolò il Vecchio cui la rabbia era sbollita di colpo alla vista del delfino. – Per un istante ho pensato non fosse Spadanera! E già, lui non si avvicina; oh, ma verrà il giorno in cui ci troveremo a muso a muso, e allora… 

 Posò la fiocina e si sedette di nuovo per riprendere il soliloquio interrotto, aggiungendo ai tre uomini più esecrati anche Spadanera contro cui la mente si accanì con ferocia. Per lui se c’era qualcuno da odiare odiava dal fondo dell’anima questi era Spadanera.

Da una settimana soltanto Spadanera si era aggiunto al già lungo elenco di coloro contro i quali il Vecchio nutriva rancore e astio. Spadanera, però, faceva storia a sé perché Spadanera era qualcosa fuori dal normale: era un grosso pescespada di oltre tre quintali in  cui si era imbattuto  un mattino dopo aver calato le reti.

L’incontro tra  i due era avvenuto in un momento in cui il Vecchio era stato oltremodo fortunato. Senza volerlo era incappato in un  branco di sgombri e in breve la rete si era appesantita al punto da costringerlo a faticare al massimo per accostarla alla barca, Poi, quando stava per issare a bordo la parte della rete dove si agitavano freneticamente grossi sgombri, era accaduto l’imprevisto. Un pescespada, sbucato dal fondo, s’era buttato con furia pazzesca verso quell’ammasso di pesci guizzanti che invano si dibattevano per sfuggire alle insidie delle maglie. La lunga spada aveva sciabolato, calato fendenti e la rete – una rete comprata da don Giacinto appena tre mesi prima -  era venuta fuori tagliata, strappata, sbrindellata. Un macello! Ci sarebbe stato da mettersi a piangere!

Il Vecchio, all’accorrere di quel mostro, dato di piglio ad un remo, aveva  vibrato colpi tremendi sulla superficie dell'acqua nel vano tentativo di colpire l'assalitore, ma quello, sfuggendo ora a destra ora a sinistra - pareva si divertisse, il maledetto! – si era sottratto ai colpi e alla fine, compiuto lo  scempio, si era immerso, sparendo alla vista. 

Il Vecchio, seminando bestemmie, aveva issato quanto ancora rimaneva della rete ed era rimasto a lungo inebetito a guardare gli strappi, gli ampi squarci, mentre un’ira furibonda l’aveva artigliato alla bocca dello stomaco.  Poi, lentamente, facendo forza sui remi, cui sembrava trasmettere una parte della rabbia, si era allontanato dal campo di battaglia, improvvisamente diventato calmo. Le onde avevano ripreso il loro eterno movimento e, come la barca, correvano verso riva dove poter trovare riposo al termine di un lungo viaggio.

Remando rivedeva come in sogno quella lunga, affilata appendice, d’un nero inchiostro, che aveva più volte sfiorato  la barca.

Da dov’era sbucato quel maledetto? Da anni  non se ne vedevano così vicini alla riva e proprio a lui era toccato in sorte di incappare in uno di essi: e per di più enorme e assatanato. Con il suo attacco improvviso, almeno così pensava il vecchio pescatore, pareva gli avesse detto: “Questo territorio è mio. Il mare è il mio regno e qui comando io solo.” Una specie di dichiarazione di guerra, accettata dal Vecchio  senza riserve e con l’intento di condurla sino in fondo, senza esclusione di colpi.   Quella rete rotta, forse inutilizzabile, abbandonata sul fondo della barca, gridava vendetta.

Spadanera dal canto suo aveva subito dimenticato l’accaduto. Lui non aveva inteso dichiarare alcuna guerra; aveva solo visto una quantità di pesci guizzanti; aveva fame e aveva colto l’opportunità di trovare un pasto pronto. Nulla più. Con la pancia piena di sgombri si era immerso velocemente raggiungendo le rocce su cui crescevano coralli rosati e alghe tra cui nuotavano folte colonie di occhiate e di dentici. Nuotando pigramente, Spadanera aveva bighellonato in cerca di qualche compagno, ma, a parte gruppi di piccoli pesci, qualche cernia dall’enorme bocca e alcune murene occhieggiati tra i sassi, non aveva incontrato nessuno, per cui, muovendo pigramente la coda, si era lasciato trasportare dalle correnti verso il largo.

I pescatori intenti a  rabberciare le barche tirate in secco nel porticciolo, avevano visto la barca del Vecchio strisciare con la prua sulla ghiaia della riva e l’avevano visto tirare fuori la rete strappata, ma si erano ben guardati dal chiedergli che cosa fosse accaduto. Nessuno aveva voglia di sentirsi dire di pensare ai fatti suoi o qualcosa di peggio. Ne avevano, però, parlato tra di loro non  appena il Vecchio si era allontanato. Qualcuno affermò di aver visto un pescespada nei paraggi e la verità  non aveva tardato a venire a galla.

La conferma l’avevano avuta la sera stessa all‘osteria. Al Vecchio piaceva bere e quanto più era adirato contro qualcuno o qualcosa, tanto più alzava il gomito. Quella sera se ne stava solo ad un tavolo, i gomiti appoggiati, la testa tra le mani, gli occhi fissi sul bicchiere. A tratti lo vuotava d’un sol fiato e poi lo riempiva di nuovo

-Gli strappo il cuore e le budella, se mai l’acchiappo! – aveva ad un tratto brontolato tra i denti. E poi, facendo tintinnare il collo della bottiglia contro l’orlo del bicchiere, aveva aggiunto, alzando la voce: - Gliela spacco in due quella maledetta spada nera, sì, in due gliela spacco. Lo prometto!

E per sancire la promessa aveva ingollato altri due bicchieri di rosso, uno appresso all’altro e se n’era andato senza guardare in faccia nessuno.

Da allora  era sempre uscito in mare munito di una pesante fiocina legata ad una solida sagola. Per ore scrutava le onde, osservava i fondali attraverso un bidone di lamiera chiuso ad una estremità da una lastra di vetro.

Ma Spadanera non era più comparso

A terra, davanti all’uscio di casa, l’ultima del paese, aveva steso la rete e con pazienza s’era messo a ricucirla, a rattopparla alla meglio, tirando con rabbia l’appuntita navetta di  legno quando pensava al pescespada.

E ci pensava sempre.

Spadanera, però, era lontano dallo specchio d’acqua in cui era solito vivere. Seguendo la scia di una nave, era sceso più a sud, verso acque più calde, spinto dal desiderio di incontrare una compagna. Nuotare, divertirsi da solo, cacciare in solitudine non gli andava più e tra quei fondali scelti a sua dimora sarebbe tornato solo dopo aver trovato una compagna con cui dividerli

Passarono settimane  prima che il Vecchio lo rivedesse.

Una mattina, mentre una leggera maretta faceva dondolare la barca, attraverso l’oblò che il bidone di latta gli apriva sotto la superficie, gli parve di scorgere due ombre nuotare tra le rocce del fondo. Guardò meglio: era lui, Spadanera, in compagnia di un altro pesce, di certo una femmina, che gli nuotava al fianco.

Le due creature procedevano veloci compiendo ampi giri. Ora si strusciavano l’una contro l’altra, giravano su se stesse come trottole, puntavano verso la superficie, fendendo l’acqua con l’acuminata spada e poi, all’ultimo istante, prima di emergere, con un guizzo possente della coda si impennavano per rituffarsi e andare a sciabolare i banchi di piccoli pesci che fuggivano impauriti da tutte le parti.

Il Vecchio si alzò, allargò le gambe per meglio assorbire il dondolio della barca e con la fiocina in mano attese, attese a lungo che il suo nemico venisse a nuotare in superficie, vicino alla barca. Ma Spadanera non sembrava essere di questo avviso. Per la verità, più volte, incuriosito, si era diretto verso l’ombra nera della barca che lo sovrastava, ma all’ultimo istante, trattenuto da qualche oscuro timore, si era allontanato veloce.

La mattinata finì in una vana attesa, una tregua di cui il pescatore avrebbe volentieri fatto a meno.

- Perché, - si chiese – perché Spadanera non si è avvicinato? Avrà intuito qualcosa?

Se così era la guerra avrebbe potuto durare a lungo e l’attesa avrebbe giocato a favore del  pesce perché lui non poteva pensare solo al pescespada: doveva anche pescare per vivere. Se voleva costringere Spadanera alla lotta, doveva trovare un modo per aizzarlo, per stuzzicarlo, per provocarlo.

-Turi, - chiese quella sera stessa ad un pescatore, - ce l’hai sempre la palamitara?

-Sì, ti serve?

-È in buono stato?

-Direi. Anzi ho una mezza idea di stenderla proprio uno di questi giorni. Mi hanno detto che qui intorno si aggirano tonni e pescispada.

-Senti, ti do una mano gratis per stenderla e per di più ti offro l’uso della mia barca. Però dovrai stendere  la palamitara dove dico io.

Il pescatore tentennò il capo. Ormai in paese tutti erano a conoscenza della smania rabbiosa che da tempo rendeva il Vecchio sempre più intrattabile e tutti apertamente criticavano il suo atteggiamento. Odiare un pescespada! Ma quando mai si era udita e vista una cosa simile!.

-Dimmi, hai rivisto Spadanera? – gli chiese il pescatore incuriosito, ma già certo della risposta insita nella richiesta della palamitara. La rete adatta per pescare il pescespada.

Il Vecchio fece un cenno di sì con la testa. La rabbia gli impediva di parlare.

Non ti capisco: tu tratti quel pesce come se fosse un essere umano. Ma non ti rendo conto…

-Non sono venuto per sentire una predica!- lo interruppe il Vecchio con  voce cupa e astiosa. – Dimmi piuttosto se e quando andiamo e più presto sarà, meglio sarà. . E tieni presente questo: di pescispada ne ho visti, due.

L’ultima frase l’aveva aggiunta perché conosceva Turi e  la notizia lo avrebbe convinto. La cattura di due pescispada significava un ottimo guadagno… sempre che li avessero catturati.  Al mercato di Palermo erano molto ricercati.

Due giorni dopo Turi e i suoi figli a bordo  della feluca sormontata da un alto albero nella cui coffa stava il figlio più piccolo del Turi, e il Vecchio sulla sua barca guardavano i sugheri della palamitara  tracciare sulle onde appena appena mosse una lunga linea curva.  L’ampia rete era stata calata dove il Vecchio aveva voluto e nessuno aveva trovato a ridire. In fondo, a parte il suo caratteraccio, quello conosceva il mare e di pesci se ne intendeva. Turi poi ne era certo: se anche non avessero preso Spadanera, qualcosa di grosso avrebbero certamente catturato e se poi il pescespada e la sua compagna fossero loro pure rimasti impigliati nella robusta rete, ebbene non li avrebbero di certo ributtati in  mare.

All’improvviso dall’alto della coffa della feluca di Turi, il figlio gridò:

-Pa’, eccolo! Eccolo! Guarda laggiù! Ci siamo!

I sugheri si muovevano scompostamente, affondando e riemergendo quasi qualcosa o qualcuno si divertisse a tirare la rete verso il basso.

Il Vecchio con gli occhi sgranati, i denti stretti e non solo per la fatica, aiutato da Menico, il più anziano dei figli di Turi, tirava la rete a bordo e vedeva la palamitara  accumularsi sul fondo della barca.

Un altro grido proveniente dalla feluca gli fece volgere il capo. Vide un dorso argenteo affiorare a poca distanza, sulla sinistra del peschereccio di Turi, fuori dalla portata della sua fiocina.

-Eccolo! Eccolo! C’è – gridò Turi. – Ma non è Spadanera. È una femmina!

Il dorso argenteo si faceva sempre più vicino e l’acqua tutt’attorno ribolliva.

Spadanera, intanto, nuotava veloce  poco lontano. Aveva veduto la compagna dirigersi verso il muro opaco della rete,  steso per ampio tratto e l’istinto gli aveva fatto presentire il pericolo. Si era lanciato in avanti per trattenerla, per deviarne la corsa. Invano, Le grosse maglie della palamitara l’avevano irretita prima di poterla raggiungere.

Tenendosi ad una certa distanza, il pescespada aveva veduto la sua compagna, impossibilitata a trarsi d’impaccio, impigliarsi sempre più strettamente, quanto più si agitava. E poi l’aveva veduta salire lentamente, trascinata a forza verso la superficie.

Quando la vide galleggiare sulle onde si decise ad intervenire. Il pericolo, lo aveva intuito, veniva da quelle due masse scure dondolanti sopra di lui. Partì fendendo l’acqua. Emerso vicinissimo alla compagna, cominciò a calar fendenti alla disperata, a tagliare, a strappare a squarciare la rete come poté, incurante di sé, teso solo a salvare la compagna della sua vita.

Vedendo la rete strappata galleggiare attorno alle due barche e nell’impossibilità di intervenire, il Vecchio con la fiocina tra le mani guardava impotente.

Turi con le mani tra i capelli bestemmiava contro i pesci, contro la sua avidità per aver accettato di partecipare a quella pesca, contro il Vecchio che l’aveva spinto in quell’avventura, contro Dio stesso il quale non era venuto in suo aiuto.

-È il demonio! È il demonio! – urlò d’un tratto il Vecchio con la bava alla bocca, quando vide i due pesci, ormai liberi, immergersi e sparire sotto le onde. – Maledetto, bestia infame! Ti ammazzerò! Il cuore ti spaccherò: sì, il cuore!

Il vaso era ormai colmo. Beffato due volte di seguito, sarebbe diventato la favola del paese, lo zimbello di tutti. Se ne rese conto quella sera stessa andando all’osteria, mentre attraversava la piazza. La gente lo guardava di sottecchi e sorrideva di nascosto. I bambini, più impietosi, gli gridarono dietro: - Spadanera vince per due a zero!

Se non gli scoppiò il fegato dalla rabbia fu perché lo sostenne la speranza di una rivincita.

Passarono alcuni giorni e nulla accade. Forse il Vecchio avesse desistito dal dare la caccia al pescespada. Questo fu il pensiero comune. Di Spadanera il pescatore non aveva più parlato. Se ne stava appartato e non frequentava nemmeno l’osteria. Aveva ripreso a pescare normalmente, calando la rete strappata dal pescespada e rattoppata alla meglio. Talvolta si limitava a calare solo alcune nasse vicino agli scogli, in  punto strategico scelto da un gruppo di aragoste quale ambiente in cui vivere e riprodursi.  La gente del paese lo vedeva partire all’alba con le nasse a bordo e nessuna fiocina e lo vedeva ritornare, al calar del sole, remando lentamente. Cosa facesse durante tutta la giornata nessuno lo sapeva.

Ma lui sì: lui  lo sapeva. Aveva meditato a lungo durante le ore insonni cercando tra le pieghe della sua vita qualche appiglio, qualche artificio che gli fornisse una possibilità di vittoria. E alla fine l’aveva trovato.

“Se non puoi saltare un muro, aggiralo.”

Non appena la frase gli era tornata in mente, si era pure ricordato il volto di chi l’aveva pronunciata. Era stato un certo Ulisse. L’aveva conosciuto un giorno lontano, quando aveva vissuto tra i monti con i partigiani. Ulisse era uno di quegli uomini rari che conoscono bene se stessi e gli altri e sanno adattarsi ad ogni circostanza. Astuto di natura, subdolo, contorto nelle idee, pronto al raggiro e all’inganno, capace di cavarsi da ogni impiccio usando il ragionamento, per nascondere il suo vero nome, aveva scelto quello del re di Itaca, un nome in sintonia col suo carattere.

Il comandante del gruppo cui apparteneva si consigliava con lui prima di ogni operazione e si poteva essere certi: Ulisse avrebbe scelto la via più tortuosa ma anche la più sicura per raggiungere lo scopo. Era sempre capace di trovare un cavallo di Troia adatto alla situazione.  Sì, Ulisse avrebbe agito come lui, e con l’occhio incollato all’oblò di vetro aperto sui fondali, per lunghe ore aveva seguito gli andirivieni dei due pesci inseparabili. Ne aveva studiato il  comportamento, le abitudini. Poi, finalmente, quando si sentì pronto, passò all’azione.

Il sole non era ancora apparso all’orizzonte e sul mar gravava una leggera foschia, mentre una nebbia impalpabile lasciava appena appena intravedere la linea scura della costa. Il paese si stava svegliando quando il Vecchio si allontanò dal porticciolo remando con lena,

Sul fondo della barca aveva sistemato, saldamente legati l’uno all’altro, due bidoni pieni di sangue e di frattaglie, prelevati dal macellaio. A prua spuntavano le punte aguzze delle fiocine, due  draffiniere a doppia punta, con gli ardiglioni minacciosamente ricurvi.

Il Vecchio remò per un poco e poi, raggiunta la vena di corrente, lasciò la barca andare per conto suo. Tempo ne aveva per cui, seduto sul fondo dell’imbarcazione, ripassò mentalmente il piano di battaglia, già pregustando quanto sarebbe accaduto. E la visione parve  versare un dolce balsamo sulla rabbia covata per  giorni e giorni. Si addormentò anche per un poco perché quando decise di passare all’azione il sole era ormai alto nel cielo.

Con gesti calmi, misurati, prese il bidone dal fondo di vetro e lo immerse  nell’acqua verde-azzurra. Passò un po’ di tempo prima di individuare le sagome dei due pescispada nuotare pigramente in prossimità del fondo. Sempre con calma il pescatore contemplò a lungo Spadanera fendere le acque inseguendo qualche preda da trafiggere.

Fiero e selvaggio nello sguardo, il pesce sembrava pavoneggiarsi di fronte alla compagna.  Il Vecchio sorrise assaporando il momento in cui la fiocina lo avrebbe trafitto, troncando quella sicurezza che gli aveva permesso di  batterlo per ben due volte.

Quando i pesci   si diressero verso un basso fondale, si decise di passare all’azione. Slegò i due bidoni pieni di frattaglie e di sangue rappreso e cominciò a spanderne il contenuto tutt’attorno alla barca. Anche il secondo bidone seguì la stessa sorte. Poi, ritto sulla barca, immobile come una statua, la fiocina in mano e l’altra al suo fianco, attese.

Attraverso l’acqua intorbidata vedeva frotte di pesci piccoli e grossi. Attirati e resi pazzi dal gusto del sangue, si gettavano con furia sulle frattaglie che lentamente scendevano verso il basso.

Improvvisamente  fuggirono tutti al sopraggiungere di una massa scura che passò sotto la barca, sfiorandone lo scafo.

Il Vecchio diede un urlo e con furia sfrenata affondò la fiocina. Avvertì l’urto contro qualcosa di solido, la sentì penetrare e lasciò la presa.

L’asta, ondeggiando, sparì tra i flutti e la sagola, legata da una estremità alla prua e dall’altra alla fiocina, si srotolò velocemente scomparendo alla vista. La barca tremò tutta quando si tese. Il pescespada faceva sforzi inauditi per liberarsi. Ora scendeva in profondità, ora filava diritto trascinando l’imbarcazione. Una leggera scia di sangue lo seguiva.

Quando, alla fine, esausto, privo di forze, emerse, il Vecchio vide per prima cosa la spada fuoriuscire dall’acqua: una spada bianca, come aveva previsto.   Poi il pesce emerse con tutto il suo dorso argenteo, lucente sotto il sole. La fiocina, ritta, era conficcata in un fianco, in direzione del cuore. L’animale dava leggeri strattoni; ormai le forze lo stavano abbandonando, si scioglievano nel mare assieme al suo sangue.

Il Vecchio cominciò a tirare con lentezza la sagola e quando il grosso pescespada fu a pochi metri dalla barca, lo legò saldamente e, tenendo l’altra fiocina a portata di mano, attese.

Era accaduto tutto quello che aveva immaginato.

“Se non puoi saltare il muro, aggiralo.” E lui l’aveva aggirato. “Se riesco a catturare la femmina” – si era detto – “quel maledetto si avvicinerà alla barca per tentare di salvarla. L’ha già fatto una volta  e lo farà ancora. Io sarò lì ad aspettarlo”.

Ora, immobile, aspettava.

Spadanera, intanto, s’aggirava sperduto. Impotente aveva assistito alla cattura della sua compagna e a nulla erano valsi i suoi tentativi di strapparle dalle carni quella lunga asta. Poi l’aveva veduta lentamente salire a galla, abbandonata a se stessa, inerte, priva di vita. Una furia cieca l’aveva assalito e, fendendo l’acqua, aveva puntato diritto sulla barca, deciso a trafiggerla, a trapassare con la sua spada qual muro di legno, come la punta della fiocina aveva trafitto il fianco della sua compagna. Ma l’ombra dell’uomo ritto sulla barca, anche lui con una spada in mano, un’asta simile a quella conficcata nel corpo della sua compagna, l’aveva trattenuto. Con ampi giri, ora affiorando, ora immergendosi, guardava la barca, l’uomo, la fiocina, la sua compagna inerte.  Nel piccolo cervello si andava facendo strada una immagine, quella della solitudine. L’istinto gli suggeriva che non avrebbe mai più rivisto quell’essere simile a lui,  non avrebbe più cacciato, nuotato fianco a fianco. E una strana sensazione, indefinibile, lo afferrò di dentro, proprio vicino al cuore.

Era andato molto a sud, in mari caldi per trovarla e con lei al fianco era ritornato in quelle acque tiepide, pescose, tranquille. E senza saperlo l’aveva condotta verso la morte. Ma perché, perché quell’uomo con la fiocina era così crudele? Che mai gli aveva fatto di male? Lui di sopra sul mare e loro due di sotto: perché aveva voluto invadere il loro mondo?

Spadanera non capiva, non riusciva a capire. Sapeva solo una cosa: senza la sua compagna non avrebbe più potuto vivere… e la seguì.

Il Vecchio non appena vide Spadanera nuotare lontano dalla barca, pur senza allontanarsi troppo, posò la fiocina e diede di piglio ai remi, puntando la prua dell’imbarcazione verso terra.

Sotto un sole spietato l’imbarcazione procedeva lenta trascinandosi dietro il pesce morto e Spadanera che, a fior d’acqua, lo seguiva nel solco aperto dalla prua. La fronte del pescatore grondava sudore e le mani incallite, pigiando sui remi, gli dolevano.

- Voglio vedere dove arriva quel… - mormorò. Avrebbe voluto dire ‘maledetto’. Stranamente, non lo disse.

Ora aveva domato il nemico nel modo da lui voluto e lo vedeva seguire passivamente, quasi docilmente, la barca. La rabbia che per giorni, per mesi, aveva accumulato e l’aveva tormentato, era sbollita di colpo. Non si rendeva conto di quei nuovi pensieri ma gli s’andavano formando, anche se in confuso, nella mente e solo ora cominciava a capire quanto fosse stato dissennato il suo modo di pensare e di agire.

La terra si avvicinava.

- Mi seguirà fino a riva? – brontolò a  voce bassa, guardando Spadanera. – Non credo sia  pazzo sino a tal punto? No, non lo credo, non voglio crederlo!

Ma dentro ci credeva. Capiva che cosa spingeva quell’essere a seguirlo perché aveva imparato a conoscere fin troppo bene Spadanera. Tra nemici ci si conosce a fondo e, in cuor suo, lo credeva capace di seguire la sua compagna fino a terra. Al posto suo avrebbe fatto lo stesso.

- Eh sì! Sì. Lo aveva colpito proprio bene! A fondo e senza pietà. Era riuscito a togliergli ciò che più amava e ora lo avrebbe costretto a vivere in solitudine. Un solitario come lui. Ma avrebbe accettato Spadanera di vivere così?  Avrebbe affrontato le profondità marine senza avere a fianco qualcuno? Lui, il Vecchio, l’aveva fatto da tempo: c’era abituato. Spadanera no.

Il porto era ormai vicino e sul piccolo molo i pescatori accorsi guardavano in silenzio il Vecchio rimorchiare il pescespada ucciso e l’altro pescespada seguire la barca a poca distanza.

La barca, superato il piccolo faro in cima al molo, andò a incastrarsi nella ghiaia della riva con sordo rumore. La femmina uccisa rimase a galleggiare urtando contro la poppa finché alcuni pescatori non la trascinarono sulla ghiaia a fianco della barca. Il Vecchio li aveva lasciati fare.

Spadanera, incurante della presenza di tutti quegli uomini intenti a guardarlo, nuotò in superficie, si voltò più volte a guardare il mare aperto, a guardare verso la libertà, una libertà solitaria.    Poi, quasi avesse preso una decisione, con un colpo possente della coda, s’avventò verso la riva, fendendo l’acqua e con un balzo si lasciò cadere sulla spiaggia, fianco a fianco della sua compagna. La lunga spada nera affondò nella ghiaia.

Il Vecchio guardò il pescespada. Eccolo lì il suo nemico, ancora vivo, a portata di mano, inerme, vinto. In un ultimo guizzo rabbioso afferrò la fiocina e l’alzò.  Guardò Spadanera dibattersi a fianco della compagna, Lo guardò negli occhi, ancora fieri, non domi. Forse lo sfidavano a vibrare il colpo.

Il Vecchio abbassò lentamente il braccio, gettò lontano da sé la fiocina, si voltò lentamente e si allontanò a capo chino.

Non se l’era sentita ad affondare la fiocina nel cuore di Spadanera, come aveva sempre giurato. No, non se l’era sentita. Non aveva potuto.

Lasciò che altri lo facessero.

©  2006  Marino Cassini