(Genere: Fiaba. B)                                                                     di Marino Cassini

 

 

 

                                                      

 

In cima al più alto picco delle Grandi Montagne, là dove si ergeva solitario un oscuro castello, il Nano Giallo guardava con i  suoi  occhietti maligni la fertile pianura del regno di Marlandia che  si estendeva,  in basso,  attorniata da  argentei  fiumi diretti verso il mare. Col volto reso più brutto di quanto già non fosse a causa dell'ira che lo aveva assalito per non essere stato invitato al matrimonio di re Amal e della regina Itibà, il Nano Giallo pensava al modo più raffinato per vendicarsi. Un odio feroce lo faceva fremere e digrignare i denti.

Nel minuscolo regno, intanto, in mezzo al tripudio del popolo festante, gli araldi avevano dato fiato alle trombe per annunciare l'inizio dei festeggiamenti nuziali che sarebbero durati parecchie settimane. Dai quattro angoli del mondo erano giunti senza posa i regali  di nozze, tanti regali che neanche i numerosi servi riuscivano più a  sistemare  nelle capaci stanze del palazzo,       

Confusa in mezzo alla montagna di regali, era pure giunta una scatola d'ebano, dono del Nano, ma nessuno si era premurato di  aprirla e fu, quindi, con grande costernazione del Primo Ministro, cui spettava di sistemare i doni, che la scatola, cinque mesi dopo le nozze, venne portata alla regina.

Itibà, saputo che si trattava di un dono del malvagio Nano Giallo, l'aprì con un certo timore, presagendo qualcosa di infausto._Dentro, avvolta nella porpora, c'era una pergamena rossa, arrotolata, che la regina aprì con mano tremante. Ai suoi occhi meravigliati apparve il disegno di una bimba circondata da una moltitudine di uccelli e da una infinità di strumenti musicali. La bimba aveva la bocca, gli occhi e le orecchie cucite e tendeva davanti a sé le mani nell'atteggiamento di chi, trovandosi al buio, annaspa e teme di urtare un ostacolo.

La regina era rimasta perplessa e il re Amal, informato dell'accaduto, radunò a convegno tutti i maghi di Marlandia  affinché svelassero il mistero della pergamena rossa.

Chiusi nella stanza delle cerimonie, discussero per giorni e fu l'Eremita delle Nevi, un saggio che abitava in una grotta delle Grandi Montagne, ad interpretare l'oscuro significato.

- Maestà, - disse con la sua voce cavernosa rivolto al re e alla regina, - maestà, un gravoso destino incombe sulla vostra unione. Il malvagio nano ha scagliato una tremenda maledizione: se vi nascerà un figlio o una figlia, su di lui o su di lei penderà costante la minaccia di diventare cieco, sordo e muto il giorno in cui ascolterà il canto di un uccello o udrà il suono di uno strumento musicale.

A quelle parole la regina Itibà era svenuta. Nessuno ancora lo sapeva, nemmeno re Amal, ma una creatura sarebbe nata entro pochi mesi. Quando il re lo seppe, interrogò a lungo l'Eremita, ma la conclusione fu una sola.

- No, maestà, non è possibile far nulla:  le arti magiche del nano sono troppo forti per essere vinte.  Ricordi: egli è parente del Re delle Tenebre!

Re Amal non si perse d'animo.

- Bene, - disse - se non potremo annullare i suoi malefici, potremo sempre evitare che si avverino.

Per tutto il regno di Marlandia furono subito spediti degli araldi i quali lessero al popolo il seguente proclama.

- Popolo di Marlandia, è con grande dispiacere e con profonda costernazione che noi, Amal  re di Marlandia, siamo costretti ad emettere le seguenti disposizioni. Udite, udite: E' fatto divieto a chiunque di tenere in gabbia e di allevare uccelli di qualsiasi specie. Si ordina ai cacciatori di abbattere tutti i pennuti che si trovano entro i confini del regno. Si fa divieto a chicchessia di usare strumenti musicali e si ordina che vengano bruciati tutti quelli esistenti nel regno di Marlandia. Chiunque contravverrà alle suddette disposizioni verrà per sempre cacciato dai confini regno.

La costernazione del popolo fu grande quando, per ordine del re, immense reti, alte fino al cielo, vennero tese lungo tutti i confini per impedire agli uccelli di posarsi sugli alberi e nei prati di Marlandia. Le giornate da allora sembrarono ad ognuno più lunghe e molto tristi. Nei campi, nei boschi,  lungo le rive dei fiumi, i contadini nei rari momenti di riposo tendevano invano l'orecchio per ascoltare il gorgheggio di una capinera, il fischio modulato di un merlo, lo zirlo di un tordo o il dolce canto degli usignoli. Si sarebbero anche accontentati del noioso,  fastidioso, ripetuto grido del cuculo. Ma tutto taceva.

A sera, poi, attorno al fuoco, nelle locande, nelle ampie sale del palazzo, non risuonavano più le canzoni melodiose, accompagnate dal suono delle mandole, dei flauti e dei violini.

- A che serve cantare - diceva la gente - se la musica non ci accompagna.

Pareva che nel piccolo regno il tempo si fosse fermato. Tra  le notti, in cui tutto taceva, e i giorni, che trascorrevano silenziosi, non c’era alcuna differenza.

Gli unici a divertirsi erano gli arcieri dislocati lungo i confini, là dove le reti, solidamente piantate a terra, si innalzavano sino a toccar le nubi. Con le frecce incoccate negli archi e nelle balestre aspettavano l’arrivo di qualche aquila o qualche sparviero per saettarli senza pietà. Ma, alla lunga, anche questo divertimento cessò perché gli uccelli, timorosi dei dardi scagliati con precisione, si tennero lontani.

La principessina Kalina nacque in una radiosa giornata di sole, in mezzo ad una popolazione triste, sconsolata, dalla quale era stato bandito il riso e l'allegria. Nemmeno le feste date in suo onore valsero a rallegrare il popolo. Come poteva divertire una festa non allietata da canti, suoni e balli?

Zumin era forse quello che aveva sofferto più di tutti da quando gli araldi avevano letto il bando. Per tutto quel giorno, nascosto in mezzo ad un covone di fieno, aveva pianto amare lacrime al pensiero di doversi separare per sempre dalla sua diletta mandola.

Zumin, figlio del maestro di musica di corte, pur avendo solo cinque anni, suonava la mandola con grazia. La regina Itibà ne aveva fatto il suo paggio preferito e lo teneva sempre al suo fianco per scacciare la malinconia. 

Anche la regina aveva pianto al pensiero di doversi privare di quei dolci canti e re Amal, che l'amava teneramente, aveva fatto una unica concessione: la mandola di Zumin poteva venir bruciata il giorno in cui la regina avrebbe dato alla luce il figlio. E così avvenne.

Mentre Kalina nasceva, nel cortile del palazzo la mandola di Zumin era lentamente divorata dal fuoco.

Cominciarono a passare i giorni, i mesi, gli anni. La principessina cresceva bella, radiosa come una aurora, tutta contornata dall'amore del suo popolo il quale, al solo vederla, dimenticava di vivere in un mondo non allietato dal canto degli uccelli, privo di musica e di canzoni. Ma, ormai, col passar del  tempo, ognuno aveva dimenticato la gioia che poteva dare il canto di quei batuffoli di piume colorate o il dolce struggimento che nasceva dagli accordi di raffinati strumenti di cui si andava lentamente affievolendo il ricordo.

Un freddo inverno Zumin, mentre attraversava un bosco in cerca di legna, sentì provenire dal cavo di una quercia uno strano  suono. Si avvicinò titubante e, infilata una mano dentro il tronco, ne trasse un batuffolo bruno-rossiccio. Era un animaletto tutto spaurito, tremante dal freddo, il quale pigolava dolcemente.

A Zumin parve vagamente di ricordare di aver visto qualcosa di simile nella sua primissima infanzia. Suo padre gli aveva detto che si chiamava usignolo. Ma era passato tanto tempo e il ricordo era molto sbiadito. Il ragazzo rigirò a lungo quell'esserino tra  mani, chiedendosi da dove fosse arrivato. Alla fine, impietosito, se lo mise in tasca al caldo e si avviò verso la reggia nella speranza di incontrare Kalina. La trovò nella stanza dei ricevimenti, intenta a trastullarsi con bambole e orsacchiotti. Faceva un dolce tepore là dentro e Zumin si tolse il giacchettino, lo pose vicino  al fuoco e si sedette a fianco di Kalina per osservarla giocare.

Non passò molto. Riscaldato dalle fiamme brillanti nel camino e avvolto dal calore che gli ridava vita, l'usignolo, traendo il capo fuor dalla tasca, cominciò a diffondere per l'ampio salone una cascata di trilli e di gorgheggi che, rimbalzando per tutte le pareti, si moltiplicarono all'infinito.

Kalina alle prime note si era rizzata in piedi, stupita e aveva ascoltato estasiata quel canto melodioso; poi, all'improvviso, mentre i gorgheggi si facevano più armoniosi, lanciando un alto grido, era caduta a terra svenuta. Alle grida di Zumin erano accorsi i servi, poi il re e infine  regina.  . Kalina era rimasta come morta per tre giorni e al suo risveglio, con immenso dolore, tutti i presenti avevano potuto constatare che la predizione dell'eremita si era avverata.

La principessa cieca, sorda e muta, brancolava per la stanza tendendo le braccia e piangendo senza singhiozzi. Zumin, distrutto dal dolore per essere stato la causa involontaria della disgrazia  e deciso a trovare la morte, era fuggito attraverso i boschi, lontano dalla reggia e da Kalina che aveva tanto amata,. Ma nemmeno la morte l'aveva voluto.

Per anni aveva vagato per contrade ostili attendendo a mille lavori, i più umili e i più pericolosi, per espiare il suo errore. Non era però solo in questo suo vagabondare: l'usignolo, quasi conscio di essere stato la causa principale della disgrazia, non l'aveva più abbandonato e,  pur avendo cessato di cantare, seguiva il giovane dovunque andasse.

In tutti quegli anni il giovane aveva spesso avuto notizie della principessa. Non passava giorno che qualche cantastorie non rievocasse la vicenda di Kalina, descrivendone la bellezza, la grazia ed esaltandone la bontà.

Un giorno, stanco del lungo peregrinare, Zumin decise di riprendere la via di Marlandia per gettarsi ai piedi della principessa e per chiederle perdono. Anche la nostalgia lo spingeva sulla strada del ritorno, la nostalgia e il segreto desiderio di fare qualunque cosa per aiutare l'amica della sua infanzia.

In compagnia dell'usignolo camminò per settimane attraverso boschi paurosi e deserti infuocati, finché non si trovò ai piedi   della Grandi Montagne. Lassù, oltre le nubi, c'era l'Eremita delle Nevi. Il vecchio saggio aveva svelato il mistero della pergamena rossa e la custodiva in una grotta di ghiaccio, aperta a tutti i venti che, a quelle altezze, soffiavano furiosi.

Zumin, tenendo l'usignolo al caldo in una tasca, affrontò le balze impervie e i ghiacciai eterni spinto da uno strano presentimento. Chissà, forse l'Eremita aveva scoperto qualche antidoto alla maledizione gettata dal Nano Giallo sulla principessa.

Ma l'Eremita non aveva scoperto nulla. Accolse benevolmente Zumin nel suo gelido antro e gli chiese:

- Che cerchi qui, o mio giovane amico?

- Solo un poco di speranza, saggio.

- Questa è una cosa che non potrò mai darti, Zumin. Non si può dare ciò che uno già possiede e che non potrà mai morire.

- Ma io l'ho perduta. Ho girato per tutte le contrade del mondo alla ricerca di qualcosa per poter guarire Kalina, mi sono persino inginocchiato davanti al Nano Giallo nella speranza di ottenere un briciolo di pietà, ma mi rise in faccia e poi, facendomi cacciare dai servi, mi disse "Va', va', piccola pulce, potrai girare il mondo intero, non troverai nulla. Ciò che cerchi è solo nella pergamena". Ecco perché, o saggio, sono venuto da te. Sei sicuro di aver interpretato bene i disegni?

- A lungo li studiai e comunque li considerassi, mi davano sempre la stessa risposta. Ma io sono vecchio e forse non so più ragionare. Ti darò la pergamena: cerca tu. Forse col tuo cuore giovane potrai trovar qualcosa.

Si avvicinò ad una fessura ricavata in una roccia, ne trasse la cassetta d'ebano, l'aprì e porse la pergamena rossa a Zumin. Il giovane la srotolò e i disegni gli apparvero nitidi, ma incomprensibili.

Eppure il nano aveva detto che la verità era nascosta nella pergamena e a lui, sulle rive del Gange, un santone aveva detto:

- Figliolo, la verità potrà forse offendere, ma mai fare del male.

Allora perché Kalina era cieca, sorda e muta?

Passò tutto il giorno a studiarla, poi un altro, poi un altro ancora. I disegni rimanevano muti. La bambina disegnata sulla pergamena, con gli occhi, la bocca e le orecchie cucite gli ricordava dolorosamente la principessa. E poi tutti quegli uccelli e tutti quegli strumenti musicali disegnati lo ossessionavano.   Ricordò la sua mandola: l'aveva bruciata il giorno in cui Kalina era nata e poi, col passar del tempo, se l'era dimenticata del tutto. Chissà se sarebbe mai riuscito a suonarne un'altra! A malapena ricordò come era fatta.  La cercò tra i disegni della pergamena in mezzo agli strumenti musicali. Strano, non c'era! Cercò meglio e si accorse che non solo mancava la mandola, ma mancavano pure tutti gli altri strumenti a corda. Strano!

L'usignolo dalla tasca pigolò flebilmente.

- Povero amico mio, - mormorò Zumin - vedi anche tu sei disegnato su questa maledetta pergamena.

- Dove? - sembrò chiedere il pigolìo.

Zumin cercò l'immagine dell'usignolo tra le centinaia di uccelli disegnati, ma non lo trovò. Ancora più strano!   Perché mancavano gli strumenti a corda e l'usignolo?

E a poco a poco una assurda, incredibile idea cominciò a prendere forma  - Ma sì, sì, è così! - gridò d'un tratto e la grotta tutta rimbombò, mentre i bianchi picchi delle montagne circostanti  rimandarono l'eco all'infinito:   "Sì, sìì. sììì è cosììììì!"

Zumin corse a perdifiato giù per le balze innevate, seguito dall'usignolo il quale, volandogli attorno, pareva contagiato dalla sua gioia. Arrivò alla vecchia casa di suo padre, ormai cadente dopo tanti anni di abbandono, e si precipitò in soffitta. Se n'era ricordato all’improvviso: in un angolo, sotto un mucchio di cianfrusaglie, c'era il liuto che suo padre usava, forse l'unico strumento in tutto il regno di Marlandia sfuggito alla distruzione di tanti anni prima.  Il giovane prese lo strumento, controllò le corde, le tese, le accordò e corse a palazzo.

- Ma come puoi pensare di guarire Kalina con la musica, Zumin, se non ti può vedere né sentire - gli disse la regina con le lacrime agli occhi, dopo che il giovane le ebbe spiegato la sua idea.

- Abbi fiducia, o mia regina. Conducimi da tua figlia e l'amore che io le porto mi suggerirà il modo.

La bella Kalina, col viso color melograno, i capelli biondi sciolti sulle spalle come una cascata di sole, se ne stava immobile, seduta accanto alla finestra, tutta circonfusa in una aureola di luce. Al vederla Zumin si sentì stringere il cuore. Si sedette accanto a lei e, con l'usignolo posato in cima al liuto, cominciò a suonare. Una dolce, incerta melodia si diffuse  all'intorno. Dopo i primi, timorosi tocchi, le mani e le dita di Zumin acquistarono sicurezza e, risvegliandosi da un lungo sonno, corsero agili e veloci sulle corde, toccandole, sfiorandole, pizzicandole, facendole vibrare e traendone suoni così dolci che la gente si fermò sotto le finestre del palazzo, rapita in estasi. Da anni nessuno aveva più sentito uno strumento suonare.

Ma la principessa rimaneva insensibile.

- Oh, mio Dio, come posso fare? - esclamò il giovane angosciato.

A quelle parole l'usignolo, rimasto in silenzio ad ascoltare la musica del suo amico, parve ridestarsi all'improvviso. Volò sulla spalla della principessa e, accostato il piccolo becco alle labbra della fanciulla, cominciò a cantare con la sua voce melodiosa. Le note gli uscivano di gola ora alte, ora basse e il trillo, dopo essere sceso, saliva di intensità, raggruppando le note in una ampia catena di suoni. Con i leggeri tocchi del becco l'usignolo pareva volesse far partecipe Kalina del suo canto, costringendola a seguire con le labbra i trilli e i gorgheggi.

Zumin allora capì. Afferrate le mani della principessa, le posò sulle corde del liuto che prese a far vibrare seguendo la melodia dell'usignolo.

La principessa rimase dapprima insensibile, quasi non avvertisse nulla. Poi, all'improvviso, cominciò a tremare tutta. La musica penetrava in lei per vie sconosciute, attraverso le dita, attraverso le labbra, e le giunse al cuore.

Gettando un alto grido, cadde svenuta. Quando si riprese, girò attorno lo sguardo trasognato e poi, rivolgendosi al giovane e all'usignolo che la guardavano trepidanti, disse:

- Grazie, Zumin, grazie, dolce batuffolo di piume per avermi guarita. La tua musica, Zumin, e il tuo canto, - aggiunse passando un dito sul capo dell'usignolo - hanno sciolto ogni malìa e mai più vorrò privarmene.

Con l'usignolo sulla spalla e tenendo il giovane per una mano, si affacciò al balcone per salutare tutto il popolo di Marlandia che, radunato davanti al palazzo, urlava la sua gioia al cielo lontano.                                                                                              

                                                                                                                  © M. Cassini, 2005.