(Genere: Racconto. C)                                                                                          di Ada Bottini

 

 

 

 

Era quello un tempo di grandi migrazioni. Giovani, a volte famiglie intere, raramente vecchi si spostavano da sud a nord da est a ovest in cerca di pace e lavoro.

Abbandonavano villaggi sempre più poveri, accerchiati dalla siccità, o grandi città rese invivibili dalla guerra civile e dalla criminalità.

La loro meta era l'Europa: vecchia, ricca ed egoista come certe signore perbene. Lì, alcuni realizzavano le loro speranze, altri invece trovavano posto solo sugli scalini delle chiese, nelle sale d'aspetto delle stazioni o lungo le strade a vivere una miseria ancora più crudele di quella che avevano lasciato, perché aggravata dalla nostalgia.

Anche l'Italia aveva il suo bel numero di immigrati regolari e clandestini. Tra questi ultimi c'era Omar, un vecchio gigante dalla pelle scura e i capelli bianchi e crespi come lana di pecorella. 

Omar era uno dei rarissimi immigrati anziani. Aveva lasciato il suo paese come in trance. Ferito e incosciente era stato raccolto da un'ambulanza vicino alla sua capanna in fiamme. La tribù rivale, dopo anni di tregua, aveva assalito di notte il villaggio e massacrato tutti gli abitanti, compresa la famiglia di Omar: una moglie e sette figli. Curato in un ospedale della capitale del suo paese, aveva ripreso a poco a poco le forze del corpo, ma lo spirito era irrimediabilmente malato. Sentiva che, se fosse rimasto, la sua mente e le sue mani non avrebbero avuto altra occupazione che uccidere.

Appena fu in grado di muoversi si imbarcò su un peschereccio, anche se prima di allora non aveva mai visto il mare.

Comandante e marinai erano italiani, il resto dell'equipaggio pescatori, addetti alla cucina e alle pulizie erano africani.

Il peschereccio restava sei mesi nei mari d'Africa per pescare, lavorare e surgelare il pesce, poi l'equipaggio africano veniva licenziato e gli italiani rientravano in patria per vendere il prodotto.

Omar, a bordo, era benvoluto da tutti e, quando finì il periodo della pesca, il comandante, che conosceva la sua storia, gli propose di venire in Italia : gli avrebbe trovato qualche sistemazione regolare.

Omar accettò anche se gli pareva che più niente nella vita fosse importante per lui.

Si sbagliava.

Quando, a poche ore dall'arrivo nel porto di Genova, il comandante morì d'infarto, Omar fu scosso di nuovo dal dolore e dalla paura. Si sentì perduto, infastidito da quel suo corpo ingombrante e sano, che lo costringeva ad affrontare la vita e a trovare soluzioni.

I marinai non sapevano come risolvere la questione di un clandestino a bordo e, in prossimità dell'arrivo, gli consigliarono di buttarsi in mare e di raggiungere la riva a nuoto.

 - Poi qualche santo provvederà - conclusero.

Omar non era un nuotatore esperto. Erano passati anni da quando aveva preso confidenza con l'acqua nel fiume Niger. Allora bambino non temeva niente e con i coetanei si buttava nelle anse del fiume, dove l'acqua era più calma. Lì aveva imparato a galleggiare e a tornare a riva al richiamo fermo degli adulti. Talvolta aveva dovuto impegnarsi contro correnti insidiose, ma non aveva mai avuto paura dell'acqua. Anche ora non temeva il mare e si buttò senza esitazione.

 Era l’inizio del mese di ottobre, l'acqua ancora tiepida per il sole estivo, non fu un grande ostacolo per Omar, che raggiunse la costa in un posto tranquillo, ma non così isolato da permettergli di restare invisibile ad un pescatore appollaiato su uno scoglio.

 - Ehi tu, da dove sbuchi? Hai bisogno d'aiuto?- gli gridò il pescatore.

Omar nei mesi passati sul peschereccio aveva imparato un po' d'italiano: capiva bene, ma parlava stentatamente.

  - Io caldo, io bagno, io perso vestiti e documenti. Ladro rubati.- rispose mentre si scrollava l'acqua di dosso.

Il pescatore finse di credere alla sua storia e, siccome era un tipo curioso e buono, gli propose:- Andiamo va', tanto non prendo niente. Vieni a casa mia: i vestiti e un piatto di pasta te li posso offrire. Per i documenti e il lavoro dovrai arrangiarti. -

Mario, il pescatore, era in realtà un ferroviere ed abitava, con la famiglia, in una casetta circondata da un minuscolo giardino alla periferia di una cittadina della riviera ligure.

Aveva ereditato la casa da suo padre, morto da alcuni anni. In soffitta Mario conservava ancora un baule con gli indumenti del suo papà, che era stato un uomo imponente, alto, grosso e severo. Nella vita era stato direttore delle scuole elementari: poco stipendio, ma necessità di essere sempre ben vestito. Così i suoi abiti erano un po' fuori moda e molto formali: giacca, panciotto, camicie bianche, scarpe stringate, buone per tutte le stagioni.

Omar era alto, ma smagrito. Il padre di Mario doveva essere stato un vero gigante: alto almeno un metro e novantasei, scarpe quarantasei, taglia cinquantasei. Infatti quando Omar fu rivestito di tutto punto, pareva uno spaventapasseri elegante e un po' liso. Puzzava di naftalina da togliere il respiro. La giacca che gli spioveva sulle mani, i pantaloni arricciati in vita dalla cintura, le scarpe due numeri più grandi del suo, insomma il contrasto tra la pretesa eleganza dell'abito e la misura sbagliata lo rendeva estremamente buffo: quando si muoveva pareva un clown. Forse per questo il bambino di Mario, che fino allora lo aveva guardato con diffidenza, accovacciato in un angolo della cucina, si alzò, gli porse un piffero e gli disse. - Suona. -.

A questo punto scoppiò il finimondo. La nonna scattò, afferrò il piffero a metà strada tra Marco ed Omar ed esclamò:- No, no. E' una cosa che si mette in bocca, non si sa mai. Lui potrebbe essere malato!

Il nonno imbarazzato sgridò il nipote:- Non disturbare il signore, che è stanco.-

Il cane di casa, distolto dal suo sonno, incominciò ad abbaiare. La madre di Marco, incapace di gestire la situazione, sembrava una statua di cera animata da un meccanismo ritmico, che le faceva volgere il capo e le mani un po' a destra un po' a sinistra, senza sapere cosa fare.

Il padre di Marco si afflosciò sulla sedia col capo chino e la testa tra le mani, mentre Marco, contraddetto, scoppiava in un pianto isterico, irrigidendo tutto il corpo e sfregando i piedi uno contro l'altro fino a farsi male.

Omar si guardò intorno sbarrando gli occhi per lo stupore e poi, vedendo che nessuno interveniva prese Marco per le caviglie, una mano dietro la schiena, lo issò in alto e disse: - Oh tu bacchetta , oplà ! - e lo lanciò in alto senza fatica.

Marco impaurito dal lancio nel vuoto rimase senza respiro e smise di gridare.

Omar lo prese al volo e, con un sorriso divertito gli chiese.- Ancora?

Marco con le mani aggrappate alle spalle del gigante nero, gli occhi sbarrati per lo stupore e la voce strozzata esclamò: - Sì, ancora ancora.- - Allora staccati, si vola da soli! - gli rispose Omar.

Il bambino viene lanciato in aria due, tre volte. Allarga le braccia e trattiene il respiro, alla fine abbraccia il vecchio profugo con un'espansività insolita .

I familiari sono esterrefatti. Hanno assisto alla scena senza intervenire: spesso i capricci di Marco, le sue reazioni esagerate ed inspiegabili, li paralizzavano lasciandoli per un po' incapaci di reagire. Poi le reazioni emotive affioravano diverse in ognuno di loro: il papà innervosito puntava sull'autorità, la mamma sul lamento, il nonno sulla distrazione, la nonna sullo scandalo e Marco peggiorava di mese in mese.

L'iniziativa di Omar, invece, aveva rapidamente sbloccato la situazione e Mario, il papà, gli propose:- Senti, io ti ho detto che ti avrei rivestito e nutrito. Fatto questo ora penso che potresti fermarti qui con noi qualche giorno. Poi si vedrà. Sai, io e mia moglie lavoriamo e Marco sta con i nonni, che sono sempre in ansia per lui. Potresti occupartene tu per un po'. Mi sembra che andiate d'accordo.-

Marco intanto faceva il girotondo intorno al suo nuovo amico e, ogni tre giri, gli saliva sui piedi ridendo.

 - Su dai, dai! Stai a giocare con me. Nessuno ha mai voglia di giocare con me.

 Omar non aveva alternative e accettò con gratitudine. 

Il giorno dopo tirava un vento caldo e sabbioso, che gonfiava il mare e inargentava gli ulivi.

Omar, benché fosse stanco a causa della movimentata giornata vissuta, non era riuscito a dormire bene. Era agitato e preoccupato per l'impegno assunto. E' vero, aveva avuto sette figli, ma alla loro educazione aveva pensato la moglie, quando erano piccoli, poi man mano il clan.

Omar non era un cittadino. Benché in Nigeria, il suo paese, lo sviluppo delle città sia notevole, egli era sempre vissuto nella parte nord orientale del territorio, ai piedi dell'altopiano di Bauchi: Una terra pianeggiante e scarsamente alberata: la savana. Lì sorgono ancora villaggi i cui abitanti si dedicano all’agricoltura e alla caccia ed Omar era stato un contadino e un cacciatore. La vita, nel villaggio, era regolata da tradizioni antiche e consolidate.

Ora si trovava in un paese straniero con tradizioni diverse: là tutto era chiaro e stabilito, i ruoli ben definiti; qua gli pareva di intuire una certa confusione e lui non conosceva le regole. La situazione poteva sfuggirli di mano e farsi pericolosa.

Era stato tentato di alzarsi di soppiatto e di fuggire nella notte, poi il buon senso ebbe il sopravvento:- Domani uscirò con il bambino. Mi guarderò un po' intorno, cercando di capire dove sono capitato, poi "Grazie e arrivederci" mi troverò un'altra sistemazione.- Presa questa decisione si addormentò che già albeggiava.

Anche i genitori di Marco ebbero una notte inquieta.

- Come ti è venuto in mente di affidare Marco ad uno sconosciuto, extracomunitario per giunta - bisbigliava nel buio la moglie di Mario.

- Sì, Mara, hai ragione. Sono anch'io meravigliato della mia impulsività, ma non pentito. In fondo ho parlato di pochi giorni. Domani mi metterò subito in contatto con la Caritas o qualche altra organizzazione simile. Troverò una sistemazione per Omar e tutto tornerà come prima. Non credo che Omar possa far del male a Marco per un giorno che passeranno insieme.-

- Speriamo - sospirò Mara.

 - Ne sono sicuro. Sento che è un uomo buono, fidati di me.- concluse Mario.

Il mattino seguente avevano tutti la faccia grigia e le occhiaie gonfie. La sveglia aveva suonato alle sei per Mario e Mara . Nel giro di un quarto d'ora erano tutti in piedi.

- Con questo tempaccio non si può neanche uscire.- sentenziò la nonna, mentre serviva la colazione a tutti.

- Non così brutto - azzardò Omar - Io e Marco fare un giro intorno, consumare energia, poi stanco, poi mangia, poi dorme.

La nonna aveva deciso di non rivolgere la parola ad Omar direttamente, quindi si rivolse al genero:- Mario, levaglielo dalla testa.

- Forse pioverà è meglio non allontanarsi...- stava dicendo, quando Marco lanciò il solito urlo acuto, che precedeva la scenata. Il padre lo bloccò dicendo ad alta voce:- Comunque  un po' d'aria fa sempre bene. Se vuoi uscire devi mettere la giacca a vento e la sciarpa, mi   raccomando.

-   La sciarpa, no – protestò Marco – fa caldo. Faccio ridere.

-   Omar, Marco senza sciarpa non esce, pensaci tu!  – esclamò Mario, voltandosi per concludere la questione.

- Svelta Mara, che perdiamo il treno - disse Mario rivolto alla moglie. I due coniugi, infatti, viaggiavano insieme fino a Sestri Levante, dove Mario sarebbe sceso per attendere il diretto per Roma, sul quale doveva prendere servizio , mentre Mara avrebbe proseguito per Genova, dove lavorava.

          I NONNI

La porta si richiuse sbattendo. Appena Omar e Marco furono usciti, la nonna si accasciò sul tavolo della colazione piangendo.

Adele, Adele, non fare così. Che ti succede? – chiedeva il marito, anche se sapeva benissimo il motivo della disperazione della moglie. Anche lui era infastidito dalla nuova situazione , ma non voleva cedere al pessimismo e soprattutto non voleva mettersi in urto dichiarato con il genero. Vivere insieme richiede sempre delle rinunce, degli aggiustamenti. Ci teneva lui ad andare d’accordo, suo genero era un impulsivo, ma era anche un bravo ragazzo, lavoratore, rispettoso, generoso, un po’ incosciente forse, ma si sa i giovani sono così, guai se anche loro fossero ansiosi.

Ora questa di accogliere in casa un clandestino e di affidargli per giunta il bambino era veramente grossa, ma … sì tutto sommato non era veramente preoccupato neppure lui, che pure era un uomo anziano, il nonno di un unico nipotino, il suo tesoro, la sua vita. Questo pensava nonno Antonio, mentre dolcemente accarezzava la testa di sua moglie per placarne i singhiozzi.

- Adele, parliamone, vedrai, non è così nera come la vedi tu.-

A sentire la parola nera i singhiozzi della nonna si trasformarono in un vortice di parole rabbiose e urlate.

- Non è nera, non è nera, tu dici? E cosa poteva capitarci di peggio? Il mio nipotino in giro per il paese con uno sconosciuto, più vecchio di noi e negro per giunta! Gli può succedere di tutto, ma anche se non gli facesse niente di male è una vergogna, una vergogna! Non uscirò mai più di casa: - gridava nonna Adele rossa in faccia e con gli occhi inviperiti.

- Adele, non ti riconosco. Anch’io sono preoccupato per questa uscita di tuo genero, ma è lo sconosciuto che mi spaventa, non  il fatto che abbia la pelle scura. Questo per te peggiora le cose?-

- Sì. Sì le peggiora. –

- Perché?-

- Perché sono diversi. –

- Diversi vuol dire peggiori? –

- Oh, come la fai lunga. Sì, sì chi è diverso da me, non è come me, per me non va bene. E’ chiaro adesso?. – gridò Adele senza più ritegno.

_Antonio era allibito. Adele, sua moglie, la sua donna. Quarant’anni di vita insieme ed ora se ne usciva con queste affermazioni sconosciute, inammissibili. Di che cosa avevano parlato in quei quarant’anni? Di camicie stirate, di minestre salate, di stipendi e di spese. Di che cosa, di che cosa? Per un attimo Antonio sembrò non darsi pace per quel lato oscuro, che emergeva nel loro rapporto, poi il buon senso, quello che aveva governato tutta la sua vita ebbe il sopravvento e decise che non era il momento di discutere, di approfondire. Meglio rimandare, ora bisognava agire in qualche modo.

- Adele, - chiese con voce fredda – vuoi che vada a controllare cosa fanno, dove sono? –

- Sì, ti prego. Io non riuscirei a muovere un passo, sono distrutta. – gli sorrise di rimando lei, tendendo una mano in segno di riconciliazione.

Ecco era di nuovo la solita Adele, quella che lo faceva sentire indispensabile, unico. La baciò sulla guancia prima di indossare cappotto e sciarpa e voltarsi per uscire.

Aveva la mano sulla maniglia quando sentì la prima scossa, si girò per tornare in cucina da lei, la seconda scossa lo sorprese con le mani tese verso la moglie, che nel frattempo, in un lampo di lucidità aveva capito quello che stava accadendo e inspiegabilmente sorrise intuendo che Marco poteva salvarsi grazie allo sconosciuto vecchio e nero.

 

          LA CATASTROFE

Il vento e il mare parevano gareggiare in potenza. In giro c'era poca gente.

 Omar e Marco fecero presto a percorrere il centro abitato. Omar prendeva mentalmente nota dei luoghi che lo interessavano: la stazione, il mercato, i locali pubblici, una fabbrichetta, che chissà, poteva saltuariamente offrirgli lavoro.

 Il bambino incominciava ad essere stanco, infatti stava spesso in casa e non era abituato a camminare a lungo. Nello stesso tempo era contento di stare con Omar. Lo divertiva quell'uomo, che parlava in modo strano e ogni tanto lo prendeva in braccio e poi lo lanciava in alto al ritmo di una nenia incomprensibile. Quando Omar gli disse:- Noi lassù sedere sotto albero e riposare.- Il pino ad ombrello, che l'uomo aveva indicato gli pareva lontanissimo. Marco, però, non osò impuntarsi, come faceva di solito, si limitò a dire: Però mi prendi in braccio.- Con una risata Omar rispose:- No braccio no. Spalla. - Si accucciò, mise un braccio a terra, quasi a far da ponte, con la mano destra prese Marco per le mani e lo tirò su per il braccio, rapidamente fino alle spalle, si rialzò e riprese il cammino, fingendo di barcollare con gran divertimento di Marco.

Omar aveva giocato poco con i suoi figli, quando erano piccoli, perché la cura dei bambini, nel suo villaggio, era affidata esclusivamente alle donne: madri, zie, nonne.

Solo quando i figli maschi adolescenti avevano superato la cerimonia dell'iniziazione, seguendo il cerimoniale di antichi riti, venivano affidati all'educazione paterna, che provvedeva a renderli abili nel lavoro e nella caccia.

Ora si stupiva di trovarsi a suo agio con Marco.

Forse le situazioni difficili rendono gli uomini veloci nell'apprendere.

Intanto il vento si era calmato, faceva quasi caldo, ci fu qualche minuto di pace e di silenzio tanto che si sentiva solo il respiro un po' affannoso del vecchio. Poi un rumore sordo e tambureggiante, che fece dire a Marco .- Il treno.-

Si trovavano ormai lontani dal paese quasi in cima all'erta collina, che lo circondava alle spalle. Non poteva essere il treno. Omar sentì i suoi piedi incerti sul terreno e pensò: _ Sono vecchio, non posso più fare certi sforzi. E' arrivata la mia ora. Il bambino...- e si afflosciò a terra avendo cura di posare Marco accanto a sé. Il tremito del terreno aumentava, ora lo sentiva anche Marco, che fece appena in tempo a chiedere: - Cosa...- poi un boato e il caos.

I due furono sballottati, assordati, confusi e così impauriti da non aver il coraggio di alzare la testa e aprire gli occhi. La paura è eterna quando prende davvero. In quei momenti sdraiati a terra, bocconi, le mani sulla testa in un gesto istintivo di difesa, videro proiettate nelle loro mente scene a raffica. La loro vita veniva riproposta in particolari banali o importanti senza che potessero scegliere a cosa pensare. Poi tutto finì e l’uomo e il bambino sentirono solo dentro le orecchie il tumulto del loro cuore.

Quando trovarono il coraggio di muoversi e guardar giù li aspettava una visione apocalittica. Sotto di loro il paese era irriconoscibile coperto di polvere. Più lontano il mare si era quasi calmato come il vento, che prima infuriava implacabile.. E fu di nuovo silenzio.

 

          LA CLANDESTINITA'

 

Omar si prese la testa tra le mani: aveva capito che lui e Marco erano rimasti soli. La situazione gli parve inaccettabile, come inaccettabile era la fuga e l'abbandono di Marco in quella catastrofe. Così per un poco si aggrappò al dubbio, alla speranza di ritrovare vivi i parenti del bambino. Marco dal canto suo sembrava una statua: immobile, il respiro trattenuto, la bocca aperta, lo sguardo opaco, sembrava avesse paura di far domande e di tornare a vivere. Pur così piccolo aveva intuito che era successo qualcosa di terribile. Il vecchio Omar se lo caricò sulle spalle e disse: " Andiamo giù. "

 Man mano che scendevano il terremoto mostrava il suo volto orribile. Il sentiero che avevano percorso all'andata in certi punti era scomparso. Bisognava compiere deviazioni e lunghi giri: la terra era franata, gli alberi sradicati e dalla valle salivano il fumo e l'odore degli incendi. Marco incominciò a piangere e Omar non intervenne, perché anche lui trovò sollievo nel pianto. A un certo punto lo fece scendere dalle spalle e l'abbracciò forte. In quel gesto, erano condensati tutti i discorsi ,le promesse e le consolazioni, che non poteva esprimere a voce.

Il paese era irriconoscibile. Le poche strade ancora percorribili dalle auto erano intasate dai mezzi dei pompieri, dalle ambulanze e da una ruspa enorme, che si era trovata a passare di lì e non era stata neanche scalfita dal crollo delle case. Il conducente si era dato subito da fare a smuovere macerie e detriti e veniva insistentemente chiamato dai pochi sopravvissuti, che richiedevano aiuto per le proprie famiglie.

Omar e Marco si tenevano stretti per mano. In quella confusione nessuno faceva caso a loro. Potevano camminare, quindi non avevano bisogno di niente.

Oltrepassato il paese giunsero agli scogli, che racchiudevano la spiaggetta di fianco alla casa. Scogli e spiaggia erano intatti, come ieri, come centinaia di anni prima. Della casa non rimaneva che una piramide di macerie fumanti. Nel giardino una pianta di crisantemi mossa dalla brezza feriva lo sguardo con la sua vitalità. Marco si rifugiò tra le gambe di Omar e ricominciò a piangere disperato chiamando tra i singhiozzi mamma e papà.

- Senti Bacchetta tu forte, io grande. Noi insieme, noi togliere pietre.- e Omar incominciò a spostare detriti con le sue grandi mani, che sembravano una pala meccanica. Non un suono o un lamento proveniva da sotto e questo era un gran brutto segno. Omar lo capiva, ma aveva bisogno di scaricare con un'attività fisica la sua tensione. A poco a poco Marco lo imitò aggredendo con le sue manine i pezzi più piccoli. Il gigante e la formica lavorarono per un po' in silenzio. Quando Marco scoppiò di nuovo a piangere invocando la mamma a Omar venne in mente un pensiero confortante.

- Bacchetta, mamma e papà non qua sotto. Al lavoro. Poi viene.- Lui però non sapeva dove cercarli. Chissà dove lavoravano quei due. Vicini, lontani, insieme, separati? Si accorse con sgomento di non sapere niente di loro, neanche il cognome. Decise che non si sarebbero mossi di lì, neanche per fame. Se erano vivi, i genitori di Marco, sicuramente sarebbero ritornati a casa a vedere cosa era successo.

Marco e Omar erano sdraiati sulla spiaggia, esausti, sfiniti, quasi addormentati, quando una motobarca della Finanza, che pattugliava la costa, si avvicinò. Sbarcò un finanziere, mentre l'altro restava a bordo a governare la barca.

- Ehi, voi due, siete di qui?- chiese da lontano il finanziere. Omar si sentì mancare. Oh diventare invisibile per un po'. Perché non aveva quel potere?

- Ma tu sei un africano! Cosa ci fai con questo bambino?- chiese sospettoso. - Documenti prego.- intimò.

- Documenti? Là sotto.- e indicò le macerie della casa.

-Zio, zio, ho fame.- se ne uscì intanto Marco con una di quelle intuizioni inspiegabili che ogni tanto hanno i bambini.

- E' tuo zio? Hai uno zio africano? - chiedeva intanto incredulo il finanziere.

- Sì, sì lui è mio zio Omar e io ho fame.- Marco stava per avere una delle sue crisi. Si sfregava i piedi, tremava irrigidendosi e piangeva urlando a perdifiato.

Il finanziere rimase sconcertato.

- Cosa succede?- domandò rivolto a Omar.

- Lui malato. Mangiare. - e intanto lo prese per le caviglie, lo sorresse dietro la schiena, lo lanciò in aria per fargli riprendere respiro. Poi lo riprese sotto le ascelle e lo abbracciò forte. Il bambino poggiò la testa sulla sua spalla e continuò a piangere dolcemente: la scena rivelava gran confidenza e complicità tra i due. Il finanziere aveva già troppi problemi da risolvere e decise che quello si sarebbe potuto chiarire più tardi.

- Ora vi accompagniamo con la motobarca al paese al centro della Croce Rossa, dove potrete mangiare un pasto caldo. Poi stasera ci rivedremo e chiariremo la situazione.- disse.

I due salirono sulla barca un po' mogi. Omar era preoccupato per le domande che i finanzieri avrebbero potuto fargli e, per aggirare l'ostacolo, incominciò a cantare una ninnananna africana con l'intento di far addormentare Marco.

Chissà da quali recessi mentali veniva fuori quella ninnananna, che lui non aveva mai cantato...Un ricordo d'infanzia o una nenia intuita vicino alla capanna delle donne, quando la sua stanchezza si affievoliva nella dolcezza di un canto ?

Due o tre volte i militari si girarono verso di lui come per chiedergli qualcosa, ma lui li preveniva mettendosi un dito davanti alla bocca in segno di silenzio, come a dire : c'è tempo, dopo ne parliamo.

Il tragitto era breve e ben presto arrivarono alla spiaggia grande, dove sbarcarono. Un finanziere scese con loro e li accompagnò al centro della Croce rossa, qui li affidò a un medico.

- Li abbiamo trovati a Scogli, hanno fame. Mi raccomando li tenga d'occhio, perché dobbiamo chiarire alcune cose. Ora noi dobbiamo andare, ci hanno chiamati a Fossa, qualcuno ha bisogno di essere trasportato in ospedale. Ci vediamo tra un'ora.

Il dottore si rivolse ai due : - Siete feriti ?-

- No, noi solo fame, noi stanchi, noi dormire.- rispose pronto Omar.

- Allora, andate a destra. C'è una tenda dove distribuiscono i pasti, poi ci vedremo.- concluse il dottore, mentre già si avviava dietro un'infermiera, che era venuta a cercarlo per una medicazione urgente.

Omar respirò sollevato, forse se la sarebbero cavata senza inconvenienti. Con Marco in braccio si avviò verso il centro distribuzione pasti. Mentre attraversava il piazzale, però gli venne in mente che stava prendendo la decisione sbagliata. Doveva assolutamente dividersi dal bambino, non poteva trascinarlo in una vita da clandestino piena di disagi e pericoli, inoltre , anche se non conosceva le leggi, intuiva che lui stesso avrebbe rischiato di più portandoselo appresso. Avrebbero potuto accusarlo di rapimento, maltrattamenti o chissà cos'altro ancora. Quello era il posto giusto per lasciarlo: vicino a casa, in un centro attrezzato, dove qualcuno poteva occuparsi di lui e dove inoltre i suoi genitori avrebbero potuto ritrovarlo facilmente. Volesse il cielo, aggiunse in cuor suo. Sì, quella era la decisione giusta, l'unica ragionevole. Ebbe un brivido di paura a ripensare a quello che stava per fare: fuggire e cercare di sopravvivere in un paese straniero e sconosciuto con un bambino piccolo, che aveva incontrato appena il giorno prima. Pazzo, pazzo, povero vecchio pazzo. Quanto a lui, se ne sarebbe in qualche modo tornato in Africa a morire d'odio e di solitudine.

Marco dormiva ancora tra le sue braccia pacifico e rilassato come in letto di piume. Lo guardò con affetto, sentì che quel bambino l'aveva un po' stregato, facendolo sentire ancora vivo e utile.

La fila si era accorciata , solo due persone davanti a lui.

Omar si riscosse dai suoi pensieri e svegliò Marco.

- Dai, Bacchetta, sveglia! Buona minestra calda.- e lo mise a terra. Oltre alla minestra venivano distribuiti carne in scatola, piselli o fagioli a scelta pure in scatola, cioccolata e latte condensato. In un altro tavolo distribuivano acqua minerale e arance.

Omar assunse un'espressione istupidita e si fermò a lungo davanti ad ogni tavolo. Gli addetti gli consegnavano il cibo dicendo: - Forza, avanti - e lui sorrideva ed assentiva con la testa , come fa chi non capisce bene, e restava lì impalato allungando ancora la mano. In conclusione riuscì ad avere quasi tutte le razioni doppie e fu molto soddisfatto della sua trovata.

Si allontanò con Marco in cerca di un posto riparato e tranquillo dove mangiare, riposare e poi...andarsene senza farsi notare. Di nuovo scelse un albero. Questo era un leccio grande e vecchio, con un tronco dove potevano appoggiarsi comodamente due schiene e rami forti, dove ci si poteva arrampicare e nascondere facilmente. Inoltre si trovava proprio a ridosso del muro di cinta, che divideva il campo dalla collina. Una volta arrampicati sull'albero si poteva facilmente oltrepassare il muro e allontanarsi indisturbati nella campagna circostante. A questo aveva pensato Omar nella sua scelta.

- Ora mangiamo, poi dormiamo. - disse Omar a Marco, mentre disponeva ordinatamente tutti gli alimenti ricevuti.

- Mamma...- incominciò a frignare Marco.

- Ci siamo - sospirò Omar, che non era abituato a consolare bambini. Gli venne un'idea. 

- Ora bendo tuoi occhi, poi tu cerchi, tu trovi. - propose a Marco. Il bambino incuriosito  lasciò fare. Omar nascose tutte le scatole di cibo ricevute nei suoi ampi vestiti. Nelle tasche, sopra la cintura, nelle maniche e qualcosa persino nelle calze, poi tolse la benda a  Marco e gli disse:- Io nascosto tutto mangiare, tu cerchi, tu trovi, tu mangi.-

A Marco piaceva di più questo gioco, che i soliti consigli e raccomandazioni che gli facevano a casa e partecipò con entusiasmo. Trovò per prima una scatola di piselli, tirarono la linguetta, l'aprirono e se la divisero tra loro come due vecchi amici di tante avventure.

Intanto Omar pensava: che faccio? Lo lascio appena si addormenta e mi allontano senza dirgli niente? Oppure gli racconto che mentre lui dorme io vado a cercare i suoi genitori e glieli porto qui?

Ingannare il piccolo gli ripugnava, spiegargli la verità era troppo complicato. O Dio, Dio, ma perché dev'essere tutto così duro e difficile per me! Aiutami, non ne posso più, pregava in cuor suo il vecchio nero, vestito da ispettore scolastico, in un paese straniero devastato dal terremoto.

Non era chiaro neppure a lui a quale Dio si rivolgessero i suoi pensieri. Omar aveva radici pagane, un nome musulmano dovuto a scambi commerciali, che i suoi genitori avevano avuto con il Sudan, prima della sua nascita e, infine, aveva conosciuto la religione cristiana in età matura. Infatti, da qualche decennio, una missione era sorta e si era sviluppata alla confluenza del Benué col Niger. La foresta densa e umida lungo le rive dei fiumi era il punto più lontano raggiunto periodicamente da Omar e dai suoi compaesani per scambi commerciali e baratti. Loro portavano oggetti in legno, maschere intagliate, stoffe variopinte tessute dalle donne del villaggio e ricevevano in cambio alimenti in scatola, poche medicine, di cui avevano appreso l'uso, strumenti agricoli, sementi.

Finito di mangiare Marco lo richiamò al presente e lo tolse dall'imbarazzo dicendogli: - Io sono stanco, mentre dormo tu vai a vedere se è arrivata la mamma, ma torna subito, perché se non ti trovo quando mi sveglio, io piango. - e cadde addormentato.

Omar lo salutò con una carezza delicata, gli lasciò accanto una tavoletta di cioccolata e si arrampicò sull'albero, passò di ramo in ramo per allontanarsi dal campo senza dar nell'occhio. Quando ebbe oltrepassato il muro saltò giù e si avviò rapido nella boscaglia senza pensare troppo a che cosa avrebbe fatto l'indomani.

 

          IL PAESE E LA GENTE

Quando succedono tragedie collettive come la guerra e le catastrofi naturali, la gente si trasforma. E' come se le persone si togliessero la maschera e ognuno desse il meglio o il peggio di se stesso.

Erano passate alcune ore dal terremoto, ancora l'odore di bruciato stagnava sui paesi distrutti, il frastuono delle pale meccaniche e dei compressori ogni tanto s'arrestava per individuare il suono della vita: lamenti o richieste d'aiuto sotto le macerie, case in cemento armato si ergevano superbe e intatte accanto alle macerie di altre case distrutte o sventrate, strade dissestate rendevano inservibili le auto.

 Le persone si muovevano in questo scenario spinte da impulsi diversi. C'era chi, dimentico di se stesso e della fatica, si prodigava per portare aiuto ai bisognosi e ai sofferenti. C'era chi, colpito dall'evento eccezionale, non riusciva neanche a togliersi di mezzo. Fermi, inebetiti, silenziosi alcuni stavano impalati senza risolversi a prendere una qualsiasi decisione. Altri imprecavano, bestemmiavano e ce l'avevano con tutti, anche con i soccorritori, che si muovevano seguendo precise prescrizioni, già collaudate in casi analoghi. Nei luoghi di maggior distruzione si accalcavano i curiosi, allungavano il collo per commentare e criticare. Infine c'erano i furbi, gli sciacalli in cerca di vantaggi personali. Si muovevano con l'aria di voler aiutare, poi si infilavano come ladri nelle case o nei negozi incustoditi e facevano man bassa di ogni oggetto di valore. Questi ultimi non erano molti per la verità, ma anche uno è di troppo.

La sera scese a coprire tutto: il bello e il brutto dell'umanità, a portare riposo ai buoni e ai cattivi, mentre Omar si separava da Marco.

           IL SOGNO

Il sonno di Marco fu tranquillo e profondo nelle prime ore. Il bambino aveva vissuto una giornata impegnativa sia dal punto di vista fisico che psicologico. Ora il suo corpo aveva bisogno di ricaricarsi. Un buon sonno era la medicina giusta. Omar l’aveva coperto con la sua giacca  scura e la sagoma minuscola del bambino sdraiato ai piedi del grande albero non si notava affatto. Tutto era color dell’ombra e della sera. Nessuno si avvicinò : c’erano lettini da campo a disposizione sotto le tende e nessuno sentì il bisogno di isolarsi e dormire all’aperto.

Trascorse le prime ore di sonno tranquillo Marco incominciò a sognare. Rivide la casa intatta e bianca nel sole. Di colpo una grossa nube scura proiettò la sua ombra sulla casa e sul giardino. Marco vedeva tutto dall’esterno, ma contemporaneamente era dentro. Era in casa e litigava con la nonna, che non lo lasciava uscire, perché aveva il raffreddore.. Il nonno cercava di consolarlo proponendogli dei giochi da fare insieme, ma il domino e il  puzzle lo annoiavano. Lui voleva star fuori, magari correre lungo la spiaggia e raccogliere piccoli cocci di vetro verde levigati dal mare e qualche rara conchiglia.

-Lasciami almeno stare in giardino a giocare con la paletta. – stava dicendo alla nonna, quando di colpo la nonna sparì, anche il nonno non c’era più. Lui si voltò: era rimasto solo e la casa si faceva sempre più scura, più scura, tentò di correre fuori, ma le sue gambe erano inservibili. Con gran fatica nel sogno Marco muoveva le gambe, ma restava sempre nello stesso posto.  Infine fu buio totale prima dello scoppio. Il tetto, le pareti, tutto volò verso l’alto compreso Marco, che si svegliò, senza fiato, mentre era in volo.   

L’odore di naftalina che emanava dalla giacca lo rassicurò. Pensò di essersi appena addormentato, ricordò che Omar era andato a cercare la sua mamma. –Mi ha lasciato la sua giacca, ora ritorna. – pensò Marco e di nuovo fu preda del sonno.

LA RICERCA

I genitori di Marco lavoravano entrambi lontani da casa. Il padre faceva il ferroviere , o meglio il macchinista , su linee nazionali di lunga percorrenza. Durante la settimana dormiva almeno due notti lontano da casa. Il giorno del terremoto aveva ripreso servizio dopo le ferie. Salito sul treno a Sestri Levante l'aveva guidato fino a Roma, dove, appena sceso, aveva appreso la notizia del disastro.

La mamma lavorava a Genova nella sede centrale delle Poste e, benché avesse chiesto più volte il trasferimento per avvicinarsi alla famiglia, non l'aveva mai ottenuto.

Lei sentì il terremoto, come tutti gli abitanti della Liguria e delle regioni circostanti, ne fu anche molto impaurita, ma lì per lì, non si preoccupò eccessivamente, perché le prime notizie furono molto confuse e contraddittorie. Una radio  sosteneva addirittura che il terremoto aveva avuto origine nella Riviera di Ponente. Solo verso mezzogiorno l'informazione fu più precisa e alle dodici e mezza divenne ufficiale: si era verificata una scossa tellurica del tutto inaspettata . L'epicentro era nel golfo Tigullio tra il promontorio di Portofino e quello di Punta Manara. La zona circostante per un raggio di venti chilometri era stata devastata da un violento terremoto, che aveva provocato danni a persone e cose. Oltre la zona dell'epicentro erano stati lesionati alcuni edifici, ma non si contavano vittime. Linee ferroviarie, stradali, telefoniche ed elettriche erano state danneggiate o distrutte. I soccorsi si dovevano organizzare via mare e con l'aiuto degli elicotteri, perché ogni altra via era preclusa.

Mara svenne all'udire la notizia e, quando si riprese, le sembrò di impazzire. Si trovava lì nel suo ufficio intatto, mentre i suoi genitori e il suo bambino potevano essere sepolti sotto le macerie. Se salvi, sicuramente traumatizzati e bisognosi del suo aiuto. E lei era lì, senza possibilità di tornare a casa, di telefonare. Era lì sola, suo marito lontano quasi seicento chilometri, forse anche lui pazzo d'ansia, senza possibilità di comunicare tra loro, di aiutarsi. Il cuore e la testa parevano scoppiare.

Si maledisse per la sua opposizione al cellulare. Mario ne era stato attratto, ma lei, conservatrice per temperamento ed educazione, si era opposta con forza.  Provava imbarazzo quando, in treno o per strada, si trovava di fronte qualcuno, con il telefonino all’orecchio, che parlava senza riservatezza dei fatti suoi, ridendo e spettegolando. Trovava ridicole quelle persone. Ridicole ed esibizioniste, mai si sarebbe voluta confondere con loro. Ma ora. Oh avere un cellulare, adesso! Poi ci ripensò e si accorse di quanta confusione avesse in testa. Mario avrebbe dovuto avere il cellulare, non lei, che aveva già provato a telefonare a casa, inutilmente. Aveva provato anche a mettersi in contatto con Roma. Le linee funzionavano, ma nessuno sapeva darle notizie precise di Mario. “Sì, è arrivato.  Forse è ripartito. Non so aspetti. Chiedo” Insomma una gran confusione.

Decise che doveva fare qualcosa, muoversi, pensò persino di tornare a piedi, come aveva sentito raccontare dalle persone che erano vissute in tempo di guerra. Già, la guerra, ora incominciava a capire quanto dolore potesse aver portato. Si rivolse alla Polizia, ai Carabinieri, alla Marina Militare, alla Croce Rossa, niente da fare; ogni volta la risposta era la stessa: hanno la precedenza i feriti e i mezzi di soccorso, i familiari stiano calmi.

Poi le venne in mente un amico d'infanzia, che ora aveva un battello turistico nel porto di Genova, ma anche questa possibilità le fu preclusa. Il battello e il suo comandante erano agli ordini della Marina Militare per i soccorsi, nessun privato poteva usufruire del servizio.

Allora si decise. Pregò piangendo un'amica di accompagnarla in auto il più vicino possibile, fin dove si poteva  arrivare, poi avrebbe proseguito a piedi.

L'amica tentò di distoglierla da quest'idea irrazionale.

- Ma dove vuoi arrivare, è quasi sera, ormai le giornate sono corte. Fermati a casa mia stanotte, domani si vedrà.-

 

          IL RITORNO

Le notizie a Roma giungevano precise e dettagliate . Mentre le ascoltava Mario veniva assalito da una rabbia impotente. Avrebbe voluto sbattere la testa contro il muro, diventare incosciente, non sapere più niente. La sua mente invece lavorava in modo febbrile : gli proiettava le scene del suo paese devastato, della sua casa distrutta, ma quando pensava a Marco, le prospettive erano così terrificanti, che si rifiutava di immaginare. A poco a poco si calmò. I suoi superiori gli concessero il permesso di rientrare. Salì sul primo treno diretto al nord, sapendo che La Spezia era il capolinea. Proibito proseguire. In cuor suo sperava che , una volta raggiunta La Spezia, avrebbe convinto qualche collega a lasciarlo proseguire , con la motrice e due vagoni vuoti, fin dove la ferrovia era integra. Poteva essere un'idea per i soccorsi, un riparo per i senzatetto. Questo progetto lo assorbì completamente, distraendolo un po' dall'angoscia per l'accaduto. All'arrivo alla Spezia fu così convincente, che ottenne il permesso di proseguire, mentre la Protezione Civile veniva informata che un treno vuoto era a disposizione dei senza tetto nei pressi della stazione di Bonassola.

Mario lasciò il treno in custodia ai colleghi, che l'avevano accompagnato e, fornito di viveri, acqua, coperte si inerpicò sui sentieri antichi in direzione ovest.

Era ormai notte, ma la luce della luna e quella più modesta di una pila lo accompagnarono nel cammino.

Era la sua terra, ma Mario non la conosceva. La costa, le cittadine, le spiagge erano il suo territorio.

La montagna di notte non era così disabitata come Mario credeva. Scricchiolii di rametti secchi sotto i suoi piedi, pietre che rotolavano lungo le scarpate, frusci d'ali di gufi e civette, squittii di topi o scoiattoli, tutto lo impauriva e nello stesso tempo gli teneva compagnia.

Ad un certo punto gli parve anche di udire dei passi. Col cuore in gola sventagliò la pila a destra e sinistra, ma non vide nessuno.

Omar era stato veloce ad abbassarsi dietro il folto cespuglio di corbezzoli. Il viandante sul sentiero lo oltrepassò senza accorgersi della sua presenza. Omar stette fermo ancora qualche minuto per prudenza, poi stanco , ma deciso, riprese il cammino verso est. Chissà chi era l'uomo sul sentiero, carico come un mulo e ansante come una locomotiva. Quando aveva alzato la pila, per un attimo lo aveva scorto in viso: gli era sembrata una maschera grottesca, gli occhi gonfi , la fronte coperta da un passamontagna, l'unica cosa sicura era che si trattava di un bianco. Per essere lì a quell'ora, così conciato, dove essere per forza un delinquente, un ladro, forse un evaso. Omar tirò un sospiro di sollievo: l'aveva scampata bella!  Si riaggiustò le scarpe che, all’inizio della camminata, aveva appeso attorno al collo. Omar  era abituato a camminare a piedi nudi: al suo villaggio era considerato eccentrico e scomodo imprigionare i piedi nelle scarpe. Dopo che era andato a vivere in città si era abituato ad indossarle e ormai le sopportava senza fatica, ma le scarpe dell’ispettore scolastico troppo grandi e con la suola di cuoio erano veramente inadatte al percorso, così, fatti pochi passi sul sentiero se le era tolte, aveva annodato le stringhe tra loro in modo da poterle mettere penzoloni sul collo e avere le mani libere. Il percorso notturno sui sentieri di montagna gli ricordò i giorni della caccia. Il paesaggio era completamente diverso, ma simili erano la concentrazione e i movimenti. La caccia al suo paese era un'attività di gruppo e richiedeva una preparazione meticolosa e un'attuazione scrupolosa. Ora era solo e si sentiva più preda che cacciatore, ma la relazione tra preda e cacciatore è più complementare che opposta. Omar ebbe un momento di nostalgia per la sua terra e per la sua gioventù, ma ricordare era troppo doloroso, si concentrò sul cammino e sulle strategie di sopravvivenza che avrebbe attuato il giorno dopo.

Mario giunse a Moneglia all'alba. Era il secondo giorno dopo il terremoto e la cittadina, in quei minuti che precedono il sorgere del sole, sembrava in letargo. Irreale la mancanza di luce, di rumori; le macerie accasciate a terra qua e là sembravano appartenere più ad un quadro che alla realtà. Mario era appoggiato al grande pino, che aveva accolto Omar e Marco durante il terremoto. Senza saperlo anche lui cercava conforto ed energia dal grande albero. Stava lì e non si risolveva a scendere e ad affrontare la verità. D'un tratto, come in un presepe meccanico, il paesaggio si animò. Si misero in moto i generatori di corrente, il rumore dei compressori riempiva l'aria di vibrazioni, persone rese rigide dal cattivo riposo uscivano dalle tende del campo della Croce Rossa e dalle case fredde e tristi. Mario si riscosse e iniziò la discesa. Pensava. - Vado a casa. - Poi no, - Vado subito al campo a chiedere informazioni - e scendeva con gli occhi bassi, la testa in fiamme e il cuore in tumulto. Mentre attraversava le strade, qualcuno lo riconosceva e voleva condividere con lui il proprio lutto, lo spavento, la pena, ma Mario, solitamente così disponibile, questa volta non aveva tempo per nessuno, procedeva a passo veloce verso il campo della Protezione Civile per avere notizie precise, pieno di paura e di speranza. Gli risposero che sì, un bambino di tre o quattro anni in compagnia di uno zio africano era stato rifocillato e accolto. A qualcuno pareva di ricordare, che i due si erano diretti verso il fondo del campo, là verso il muro di cinta. Mario corse in quella direzione, si guardò intorno, ma di Omar e Marco neanche l'ombra. Poi alcuni rifiuti sotto un albero attirarono la sua attenzione: una scatola di piselli vuota, la carta di una tavoletta di cioccolato e... fluttuante nel vento, impigliata in un cespuglio la sciarpa di Marco.

Allora sì, non c'era dubbio, Marco si era salvato dal terremoto, dove essere lì in giro, ma dove?

           IL RITORNO DI MARA

Mara si era lasciata convincere dall'amica, che, oltre ai consigli le aveva fornito anche un tranquillante ed era caduta in un breve sonno profondo, privo di sogni. Prima dell'alba però, era già in piedi, tutta rotta, ma decisa a partire. L'amica l'accompagnò, come aveva promesso.

Raggiunsero in macchina Riva Trigoso, dove fu loro rigorosamente proibito di proseguire. Anzi era anche proibito posteggiare le auto dei privati, così l'amica tornò a Genova e Mara proseguì a piedi verso casa. Non era più abituata a camminare tanto, le scarpe non erano le più adatte per affrontare sentieri pietrosi e ogni tanto Mara prendeva una storta, ma era sorretta da una grande forza nervosa. Mentre camminava pregava. Pregava meccanicamente, l'antica Ave Maria imparata da bambina, pregava coscientemente una valanga di no, di perché, di aiuto. Pregava per chiedere e pregava per accettare. Finalmente giunse in vista della spiaggetta. Il cuore le si strinse, le parve di svenire: la sua casa dall'alto era una piramide di pietre, di mattoni e calcinacci, che coprivano come una tomba i suoi affetti, la sua vita. E, come per una tomba, lo sfacelo era rallegrato da una pianta di crisantemi che, sgargiante, vibrava nel vento.

 

          LA FUGA

Marco aveva ancora gli occhi chiusi. Infreddolito e indolenzito incominciava a stiracchiarsi sotto l'albero, quando si sentì toccare. Aprì gli occhi e vide un ragazzino sui dodici anni, magro, abbronzato, con gli occhi vivacissimi, che lo scuoteva per svegliarlo

- Ehi, tu. Svegliati! Perché sei qui da solo? -

- Io... Aspetto Omar. -

- Chi, quel nero che era con te ieri sera, quando sei arrivato ?-

- Sì, mio zio.-

- Ma va là zio. Non c'è più. Ho già fatto tutto il giro del campo e non l'ho visto. Quello se l'èdata a gambe. E dobbiamo farlo anche noi subito se non vuoi finire in collegio.-

Marco incominciò a piangere, ma fu subito zittito da Ivan lo zingarello, che l'aveva svegliato.

- Piantala stupido! Vuoi svegliare tutto il campo. Li avremo tutti addosso, se non la smetti.-

Marco non era abituato ad obbedire, ma capiva benissimo di trovarsi in una situazione anomala e smise di piangere. Intanto Ivan raccoglieva velocemente indumenti e alimenti sparsi intorno.

- Allora vuoi finire in collegio o venire con me ?- chiese impaziente.

Marco non sapeva cosa fosse il collegio. Era una parola che aveva già sentito dire dalla nonna in tono di minaccia ed ora nuovamente sembrava il peggiore dei mali. Non aveva scelta.

- Vengo con te - disse, mentre l'altro già si arrampicava sull'albero, che aveva favorito la fuga di Omar.

- Allunga il braccio. Ti aiuto. - disse Ivan.

Arrampicarsi e scalare il muro non fu facile per il piccolo Marco, mentre Ivan era agile come una scimmia.

- Ho perso la sciarpa - esclamò ad un certo punto Marco.

- Non importa, lascia perdere. Non vedi che arriva gente ?- Rapido lo spinse giù dal muro su un cespuglio di ginestra.

- Zitto, non fiatare. Di là c'è qualcuno che ti cerca.- gli intimò Ivan, mentre lo copriva con il suo corpo.

Marco aveva il cuore in gola per la paura. Aveva paura anche a respirare. Qualcuno lo stava cercando per metterlo in collegio!

Invece di là dal muro c'era il suo papà disperato di non trovarlo.

Dopo che ebbero sentito i passi dell'uomo allontanarsi i due si avviarono su per il sentiero verso l'avventura.

Fu dura arrivare a Deiva, ma Marco, in un giorno e una notte, era come se fosse cresciuto improvvisamente di due anni.

Per strada Marco incominciò ad interrogare Ivan, che però non era molto disponibile a farsi intervistare.

-Non mi ricordo come ti chiami, me l’hai già detto? – chiese il piccolo al suo nuovo compagno.

- Ivan

-Ivan e poi ?

- E poi basta – rispose brusco il ragazzino e aggiunse :- Anche se ti dicessi il mio cognome non saresti capace di ripeterlo.

- Dai dimmelo, io mi chiamo Marco Baccini e abito a Moneglia con i miei genitori e con i miei nonni.

 Appena pronunciata la frase Marco fu ripreso dal dolore e dalla paura. Non era vero, non era più vero niente nella sua vita. Aveva perso la casa, i nonni e ora anche Omar, il suo nuovo zio, che sapeva divertirlo. I genitori… qui la paura si ingrandì e Marco si fermò e scoppiò in pianto.

- Uh che lagna che sei! Cos’hai adesso? Ti fanno male i piedi?- chiese Ivan spazientito.

- No, voglio la mamma, voglio il mio papà.- singhiozzò Marco. 

Ivan allargò le tasche e disse: - Sono qua dentro? Ce li ho in tasca forse? No. Allora non chiederli a me. Io sono senza genitori e senza nonni e sto benissimo. So cavarmela da solo, senza nessuno che rompa. Se vuoi imparare anche tu vieni con me, se no ciao e amici come prima, io me ne vado. E così dicendo affrettò il passo. – No, aspettami. – gridò Marco e affannosamente lo raggiunse. – Posso dirti una cosa? – insistette il piccolo, che non poteva stare solo con i suoi pensieri – E dimmi quello che vuoi, basta che non resti indietro.- brontolò l’altro.

- Mia nonna sta sempre in cucina. Fa molto bene da mangiare anche se io a volte non voglio neanche assaggiare quello che lei mi prepara, però se adesso avessi una fetta della sua crostata…me la papperei tutta in un sol boccone. No anzi te ne darei un po’ da assaggiare. Ti piace la crostata? -  - Senti, tu parla finché vuoi, ma non interrogarmi. Io devo pensare a cose serie. A quello che faremo quando arriveremo al prossimo paese, quindi continua a parlare e stai al passo, ma non interrompere mai i miei pensieri, altrimenti mi arrabbio sul serio.-

- Marco per un po’ procedette in silenzio pensando ai suoi giocattoli, che la nonna voleva sempre in ordine sugli scaffali, mentre lui li lasciava volentieri per terra. Allora erano sgridate, minacce, finché il nonno veniva in suo aiuto e li mettevano a posto insieme. “Nonna, adesso metterei a posto tutto subito” gli venne da pensare e di nuovo il nodo alla gola e una gran voglia di piangere. Ricacciò indietro le lacrime e ricominciò a parlare a voce alta. – Lo sai che mio nonno faceva andare  tutti i treni della Liguria e adesso è in pensione e guadagna più di mia mamma che va a lavorare tutti i giorni fino a Genova, ma anche lui lavorava lontano, stava a Arquata e d’inverno c’era freddo e metteva un mattone caldo nel letto e poi non si girava più, perché se no prendeva freddo e per fare la pipì doveva uscire sul terrazzino della cucina e andare in un gabbiottino piccolo piccolo e – Marco avrebbe continuato ancora chissà quanto con le prodezze del nonno, ma Ivan esclamò: - Ecco laggiù c’è un paese, meno male, perché incominciavo a essere stanco. –   

Il terremoto aveva segnato anche Deiva, ma lì per fortuna non c'erano state vittime e la confusione era minore. Alla periferia si era accampato un piccolo circo. Qualche sfollato aveva trovato rifugio sotto il tendone tra artisti, clowns e leoni vecchiotti. La gente del circo non si pone tante domande. E' abituata a viaggiare, a incontrare gente diversa, ad accogliere. All'alba aveva accolto Omar, che si era proposto con un numero di danza e canto in uso nel suo villaggio prima della caccia. A sera aveva accolto Ivan e Marco sfiniti ed affamati. Ivan aveva detto di essere bravo al trapezio, ma che al momento era troppo stanco e avrebbe mostrato la sua bravura l'indomani. Furono alloggiati in una roulotte, lavati e rifocillati senza dover rispondere a domande fastidiose.

 

IL CIRCO

La troupe del circo capì subito che a Deiva non avrebbe più fatto affari. In quella situazione di emergenza e di lutto la gente non aveva voglia di andare al circo. Il terzo giorno dopo il terremoto gli sfollati si erano sistemati da parenti o amici e il direttore del circo fu libero di levare il tendone e ripartire. Si diressero a sud: avevano programmato qualche spettacolo in Toscana.

Omar e i due bambini non si erano ancora incontrati. Omar era alloggiato con gli inservienti, gli uomini robusti , che montano e smontano gabbie e tendoni e propongono numeri di grande forza: spezzano catene, spaccano tavole di legno o mattoni, sostengono sulla loro testa una piramide di uomini in bilico. I bambini, data la giovane età, erano ospitati nella roulotte del direttore, i cui figli, ormai grandi, erano in giro per il mondo a lavorare in altri circhi per fare esperienza.

Quando giunsero nei pressi di Grosseto decisero di fermarsi e di chiedere al Comune il permesso di anticipare gli spettacoli programmati tra quindici giorni.

Non ci furono problemi e la sera stessa il circo e i suoi artisti erano pronti per lo spettacolo.

Ad Omar era stato procurato un tamburo ed un costume adatto per il suo numero. Passò il pomeriggio ad esercitarsi, perché era passato molto tempo da quando aveva danzato e cantato l'ultima volta il rito propiziatorio per la caccia, ma le cose imparate da ragazzi restano nelle gambe e ben presto si sentì sicuro di sé.

Mentre Omar si esercitava all'aperto, Ivan dimostrava la sua abilità al trapezio , sotto il tendone. Anche lui aveva imparato da piccolo. Nato nella grande pianura ungherese era rimasto ben presto orfano ed era stato accolto da una famiglia, quasi una tribù, di girovaghi, che gli avevano insegnato esercizi di agilità, numeri da strada. Non lo trattavano male, ma lui era sempre alla ricerca di qualcosa. Sui sei anni fuggì e si rifugiò in un circo con il quale giunse fino in Jugoslavia. Aveva solo nove anni e già sapeva eseguire numeri da funambolo e da trapezista. Per un banale litigio abbandonò anche il circo e finì tra gli zingari. Con loro fece un po' di tutto, ma non amava parlarne. Girovagò fino alla Francia , imparò ad esprimersi in molte lingue, in modo scorretto, ma comprensibile e, quando a dodici anni giunse in Italia, decise di mettersi in proprio. Ormai si sentiva adulto: sapeva mentire, rubare, saltare, arrampicarsi, procurarsi in qualche modo l'occorrente per vivere. Fu allora che incontrò Marco.

Marco quel pomeriggio girò intorno, dentro e fuori il tendone a guardare gli artisti che si preparavano. Vide anche Omar, ma così seminudo, con la testa piumata, non lo riconobbe. Omar invece fu colto dal panico. Come poteva Marco essere lì? Era un incubo. Forse un miraggio. Il senso di colpa, per aver abbandonato il piccolo, che gli era stato affidato, non lo aveva abbandonato un attimo da quando era fuggito dal campo. Ora la sua mente stanca forse proiettava l'immagine del bambino lì nei dintorni. Marco del resto, se fosse stato vero, l'avrebbe riconosciuto, chiamato, invece niente, si era allontanato con la massima indifferenza. Certo era un incubo, decise. Omar però non ebbe pace finché non andò a parlare con il direttore del circo. Era così agitato che il suo italiano fu peggiore del solito.

- Io visto bambino piccolo. Dove preso bambino. Chi essere bambino? - chiedeva concitato.

Il direttore sbuffò. Certo che a prendere su tutti si aveva a che fare con gente ben strana, pensò.

- Non so di cosa parli. Io ho da fare adesso. -

- Bambino Marco, qui ? - chiedeva implorante Omar.

- Qui ci sono quattro ragazzini, che si chiamano Marco, non so cosa ti prende oggi. Pensa ai fatti tuoi, a non far brutta figura stasera. I toscani non scherzano se c'è da fischiare e noi dobbiamo guadagnarci la pagnotta. Tutto il resto non ci interessa. - concluse il direttore allontanandosi. Si voltò e quasi inciampò in Marco, che arrivava di corsa.

- Ecco, anche lui si chiama Marco - disse rivolto a Omar.

Il povero vecchio scoppiò a piangere. A quel punto Marco lo riconobbe e gli saltò al collo, mentre il direttore restava di sasso

- Ma voi due vi conoscete! - esclamò.

Omar fu obbligato a raccontargli sinteticamente tutta la storia. Intanto Marco gli saltellava intorno come un cucciolo, gli dava pizzicotti, gli saliva sui piedi, faceva di tutto per attirare la sua attenzione. Quell'esibizione aveva attirato l'interesse del direttore, che, mentre ascoltava la storia di Omar, pensava a come realizzare un numero, semplice semplice, con quei due. Sì, avrebbe fatto lavorare anche Marco. Il vecchio clown e il bambino. Un numero commovente. Del resto nel circo non c'è scandalo a far lavorare i bambini.

- Ora bisogna dire Polizia porta Marco sua famiglia.- concluse Omar.

- Non ci penso neanche - esclamò il direttore.- Io con la Polizia non ci voglio aver niente a che fare. Sono sempre grane. Quando vi ho accolto non vi ho chiesto niente. Ora se volete andare alla Polizia, siete liberi di farlo, ma via di qua! Non voglio essere coinvolto in questa storia. Io per voi non esisto, capito? - concluse alzando sempre più il tono della voce.

A questo punto Marco ebbe una delle sue crisi di pianto isterico, che Omar riuscì a calmare con il solito metodo del volo in aria.

Il direttore ripensò a quello che aveva detto e si corresse: - Pensa a quello che rischi anche tu se vai alla Polizia, Omar. Quelli ti rispediscono in Africa col primo volo. Invece se rimarrete con me, avrete una certa protezione in cambio di vitto e alloggio più qualche mancia. Hai visto? Non è male la vita del circo. Anzi per me è la più bella vita del mondo. Pensaci su una notte, almeno poi deciderai. Intanto per lo spettacolo di questa sera oltre alla tua danza rituale, io vedrei bene un numero con il bambino. Proprio come avete fatto qui davanti a me: tu vestito come quando sei arrivato fai la parte di un mendicante, che riposa per strada. Lui ti viene intorno e ti disturba fino a svegliarti. Tu ti metti a gridare nella tua lingua, lui si spaventa e piange, tu lo sollevi per le caviglie, lo lanci, lo riprendi e la scena si conclude con un abbraccio. Commovente, ti assicuro che avrete successo.- girò sui tacchi e si allontanò, per non concedere repliche.

Omar decise di obbedire, un giorno prima o dopo non faceva una grande differenza. L'indomani però avrebbe rischiato la prigione, l'espulsione, tutto purché Marco si ricongiungesse con i suoi cari.

 

L'INCONTRO

Mara era ancora lì intorno alla casa, esausta, intontita. Aveva chiamato a lungo i nomi dei suoi genitori, di Marco, in risposta solo la voce del vento e del mare. Ecco sugli scogli apparire una figura cara: Mario. Gli corse incontro singhiozzando, si abbracciarono a lungo. Mario le accarezzava la testa, le spalle, senza parlare, poi quando si fu calmata e fu in grado di ascoltare le disse:

- Marco è vivo, si è salvato. Sono sicuro. Me lo hanno detto al campo, ho raccolto la sua sciarpa su un cespuglio. Eccola. E' sua, vero? - chiese alla moglie con un tremito nella voce.

- Sì, è sua, la riconosco, poi vedi qua: avevo ricamato le sue iniziali M B. Marco Baccini, è proprio la sua. Dov'era?- chiese lei con la voce piena di speranza.

- Al campo della Croce Rossa. Ieri sera è arrivato là accompagnato da Omar, hanno avuto cibo e acqua. Poi non so come mai sono spariti. Nessuno li ha più visti.-

A Mara sembrò di precipitare in pozzo buio, umido soffocante.

- Oh, mio Dio, lo sapevo, lo sentivo che non dovevamo affidarlo a quell'uomo. Uno sconosciuto, nero, chissà cosa gli ha fatto. - e ricominciò a piangere.

- Mara, se fosse rimasto a casa, sarebbe morto. Ricordatelo. - sbottò Mario - Con lui si è salvato e sono sicuro, che non gli è accaduto niente di male. E' un momento di gran confusione. Nessuno sa niente. Magari sono nascosti qui vicino. Non dimenticare che Omar è un clandestino appena arrivato. Dovrà pur proteggersi in qualche modo. Dio sa quale.- sospirò.

Decisero di tornare in paese al Centro della Protezione Civile e chiedere l'aiuto di volontari per scavare tra le macerie della loro casa. Non sapevano bene come affrontare la ricerca di Marco. A Mario dispiaceva denunciare il fatto a Carabinieri e Polizia per non mettere nei guai Omar, che, ne era sicuro, si stava prendendo cura di Marco da qualche parte. Convinse così Mara ad aspettare ancora un giorno intero. Nel frattempo avrebbero diffuso la voce tra amici e colleghi di lavoro . Chissà, qualcuno avrebbe potuto aiutarli.

 

         LO SPETTACOLO

Il circo era pieno di gente vociante. Faceva abbastanza freddo e il fiato di uomini e animali si condensava in nuvolette biancastre, prima di disperdersi.

L'orchestra attaccò una marcia allegra. Lo spettacolo ebbe inizio: cavalli e cavalieri, animali addestrati, trapezisti ed equilibristi, giocolieri e pagliacci tutti ebbero i loro applausi. Anche Omar fu ammirato nella sua danza rituale. Marco era il fan più entusiasta. Infine toccò a loro due. Marco non sapeva bene quello che doveva fare, ma quando vide Omar, vestito da ispettore scolastico, accosciato per terra con la testa sulle braccia conserte, che fingeva di dormire, incominciò a far di tutto per svegliarlo. Di colpo il vecchio gigante si alzò, sbraitando in una lingua sconosciuta e lui restò paralizzato, quasi senza respiro. Poi incominciò a irrigidirsi e a gridare con quanto fiato aveva in gola. Il vecchio lo prese per le caviglie come se avesse voluto buttarlo via, lontano da sé, e la gente trattenne il fiato. Che razza di numero era quello ? Marco volò in alto, una volta, due volte, tre volte e sempre veniva riagguantato con sicurezza da Omar. Il pianto era cessato e, come al solito, la scena finì in un abbraccio. Insolito, ma toccante. Il pubblico applaudì. Era fatta.

Tra il pubblico c'era un ferroviere toscano, amico di Mario. Non aveva ricevuto nessuna comunicazione sulla scomparsa del bambino, ma la somiglianza tra il piccolo attore e il figlio del suo amico era veramente straordinaria. Durante il carosello finale sentì anche il nome: Marco.

Strano, pensò, a volte nella vita si incontrano dei veri e propri sosia. Aveva visto il bambino una settimana prima del terremoto. Durante le ferie di Mario era andato a trovarlo ed avevano pescato insieme. Più ci pensava, più gli sembrava che Marco Baccini e il Marco del circo fossero la stessa persona. Lo spettacolo era ormai finito e il ferroviere con la sua famiglia si stava avviando verso casa, quando decise di avvertire in qualche modo il suo collega Mario. Sapeva del terremoto, sapeva dell'impossibilità di chiamarlo al telefono a casa, non sapeva come mettersi in contatto con la protezione civile, quindi decise di mettersi in comunicazione con qualche altro collega che abitava nella zona di Mario. Scelse Ernesto Spina di Bonassola. Era tardi, ma lo chiamò lo stesso. Per fortuna il telefono funzionava. Appena sentì la notizia Ernesto sbottò in un : - Evviva l'abbiamo trovato - che confermò la verità della sua intuizione. I due si spiegarono in breve tempo e, a mezzanotte, Mario e Mara già sapevano dove ritrovare il loro bambino. Decisero di partire all'alba, con la barca di Mario, che non era stata danneggiata dal terremoto. Bastava arrivare a Bonassola e poi proseguire con il treno fino a Grosseto. Alla stazione, li aspettava l'amico ferroviere che li avrebbe accompagnati in auto fino al circo. Finalmente si addormentarono vicini e sereni.

 

          IL RITROVAMENTO

           Omar aveva dormito poco quella notte. A dire il vero da quando era arrivato in Italia aveva dormito poco e male. La prima notte, nella casa sulla spiaggia, era stato incerto se accettare o meno l'offerta di Mario. La seconda notte l'aveva passata fuggendo per i sentieri di montagna, la terza notte aveva riposato abbastanza sotto il tendone del circo, anche se ogni tanto si svegliava di soprassalto con il rimorso di aver abbandonato Marco ed ora, dopo lo spettacolo a Grosseto era tormentato dal dubbio. Cosa avrebbe fatto l'indomani? Come consegnare Marco alla Polizia, senza rischiare troppo?. Al mattino era indolenzito , ma deciso ad agire. L'unica strada era prendere il bambino per mano e condurlo al più vicino commissariato. Lì avrebbe detto: - Questo bambino si chiama Marco. Abita a Moneglia. I suoi genitori lo stanno cercando. - e poi, succedesse un po' quello che doveva succedere. Intanto a lui non importava più molto della vita. Il bambino invece aveva davanti a sé tutto il futuro e doveva viverlo bene.

Un po' intontito, un po' addolorato, ma deciso a non farsi più influenzare da niente e da nessuno, Omar andò a svegliare Marco.

- Vieni , Bacchetta, ti porto da papà. -

- Davvero ? Dov'è il mio papà ? Ma io voglio anche la mamma. -

- Sì, sì mamma, papà, tutti. -

- Anche i nonni ?- chiese Marco con voce esitante.

- Io non sapere niente. Tu vieni zitto .-

Marco intuì che stavano per fare una cosa importante e seguì Omar senza fiatare.

Si allontanarono dal circo senza essere notati e si incamminarono per la strada comunale verso il centro.

Avevano percorso sì e no mezzo chilometro, quando un'auto, che procedeva veloce verso di loro , si bloccò di colpo, dopo averli superati.

- Accidenti - disse Marco, mentre Omar si voltava preoccupato.

Dall'auto schizzarono fuori tre persone che, come invasate, correvano e gridavano: - Marco, Omar, Marco, Omar.-

Il bambino capì prima del vecchio e corse incontro alla mamma e al papà a braccia larghe come ali. Gli abbracci furono lunghi, intensi, commoventi. Omar, fermo sul bordo della strada guardava la scena con nostalgia. Lui non aveva più nessuno da abbracciare, da cercare. Presto fu raggiunto dal gruppo. Era pronto alle accuse più pesanti, invece la prima parola fu un grazie. - Grazie, Omar, me l'hai salvato - fu la prima frase di Mario. Poi però incominciarono le domande, la ricerca di spiegazioni. Come erano finiti lì ? Dove stavano andando ora ?

Omar spiegò tutto nel suo italiano stentato, ma comprensibile. Marco integrò la storia raccontando il suo incontro con Ivan, la fuga, il circo.

Ora che il passato era stato chiarito bisognava decidere il futuro. Omar stava lì fermo, come in attesa di sentenza. Nella migliore delle ipotesi sperava di potersene tornare a lavorare nel circo, ma era pronto anche al rimpatrio.

- Adesso, torniamo a casa. - disse Mara e subito provò una fitta al cuore, perché la casa non c'era più.

- E tu che farai, Omar ?- chiese Mario al vecchio nero.

- Io libero?- domandò incredulo Omar.

Intanto Marco aveva preso l'amico per mano.

- Non del tutto.- disse sorridendo Mario - Per qualche anno avremo bisogno di te . Lo sai noi lavoriamo e, purtroppo, i nonni non ci sono più . Vuoi far da nonno a Marco ?-

Due grosse lacrime lucenti come diamanti brillavano sulle guance di Omar. Lui che aveva perso ogni speranza di discendenza, lui che aveva perso tutto, ora ritrovava una ragione di vita. Aprì la bocca per rispondere, ma il nodo alla gola gli impedì di farlo, allora con la testa, con gli occhi, con le mani aperte ad abbracciare Marco disse di sì.

-E le vacanze le faremo in Africa. - concluse Mario.

                                                                                                               

                                                                                                           © 2005  A. Bottini