(Genere: Scuola. C)                                                                         di Ada Bottini

 

 

 

 

           Salve, sono Francesca, Francesca Sarti, terza media, Scuola Statale Giustiniani Milano.

Cosa ho da dire di così importante da essermi appropriata di un foglio bianco e di tentare di riempirlo tutto con le mie idee?

La base è che non so usare il plurale o meglio non so generalizzare.

Ogni volta che sento parlare di categorie umane al plurale mi viene l’orticaria. Mi prende un senso di fastidio, di ripudio, di ribellione un po’ sproporzionato al caso, lo ammetto, ma è più forte di me, non ascolto più e sfoglio il mio archivio mentale che mi propone decine e decine di individui che non riesco a mettere nell’insieme di cui si parla.

Ragazzi, ad esempio: uno incomincia a dire:“i ragazzi sono così, sono cosà…”, ma che forzature sono. Non siamo mica prodotti industriali stampati in serie.

Ci sono io, Francesca, religiosa, osservante, diligente, legata alla mia famiglia, in lotta con l’invidia e la pigrizia che sento crescere in me come erbacce, per le quali non ho ancora trovato il diserbante adatto. E poi c’è Massimo bestemmiatore, fumatore, impertinente, che rispetta e ama solo sua nonna e nessun’altro. E Tiziana ordinata, sempre tirata a lucido, interessata solo alle marche: dello zaino, dell’astuccio, della felpa, non sa parlare d’altro, conosce tutte le pubblicità televisive e giornalistiche, creme, trucchi e modelli di scarpe. Un’ossessione.

E sento dire i ragazzi, come una categoria monolitica. Cosa abbiamo in comune noi tre ad esempio? Solo l’età secondo me.

La stessa cosa succede con i professori. C’è chi li osanna, chi li rispetta, chi li denigra. Io sono per distinguere di volta in volta.

C’è quello preparato che conosce bene la sua materia, ma non sa insegnarla, non ti coinvolge. Il suo mito è il programma. Parte con la sua scaletta e la rispetta nei dettagli, qualsiasi cosa succeda in classe o fuori, lui va avanti e non si accorge se la truppa lo segue. Di solito arriva da solo al traguardo. E’ come  partecipare ad un’escursione in montagna con una guida, che ti illustra il percorso e decide le tappe. Fatto questo la guida parte e non si volta più indietro. Non si accorge se uno ha preso una storta e fatica ad andare avanti, se un altro distratto ha seguito una deviazione, se qualcuno ha sete e cerca una sorgente, se molti sono affaticati e avrebbero bisogno di riposare, no lui prosegue con il suo programma e arrivato in vetta si trova …come Alberto Sordi in “Tutti a Casa”, solo, soletto, senza seguaci  ma non importa: il tragitto l’ha fatto, il suo lavoro l’ha compiuto, o almeno così crede.

C’è il Professore che non conosce bene la sua materia e quando spiega sembra che ripeta una lezione studiata male, detesta le domande e i chiarimenti, meglio non interrompere perché diventa isterico, di solito noi ci facciamo i fatti nostri: giochi, altri compiti, chiacchiere e la sua materia non la sapremo mai.

Poi c’è quello stufo, che si sente sottopagato, sottovalutato è carico di rancore verso la società, lo stato, gli studenti, spesso urla, offende, insegna poco e perde troppo spesso la pazienza, arrivando anche a buttare gli zaini giù dal terzo piano. Da quello ci salva solo la pensione. Ma c’è anche la PROF. tutta maiuscola, perché se lo merita, che ama la scuola, che ama i ragazzi, comunque siano, che ama la sua materia, che ti porta in un viaggio di piacere, di scoperte, senti che ti fa crescere, faticare, ma non ti molla. Noi ne abbiamo una così, con lei il tempo passa troppo in fretta, peccato che si sia ammalata seriamente, ed ora ci manca, ma confidiamo che torni presto la nostra Mary Poppins, che venga a raccogliere i frutti che ha seminato.

Ora, se nell’ambiente che conosco, trovo le categorie così differenziate, deduco che lo stesso avvenga quando mi parlano di cristiani, mussulmani, ebrei, tedeschi, americani e così via, credo e spero che all’interno di questi gruppi vivano individui diversissimi tra loro, come io sono diversa da Massimo e da Tiziana.

Forse mi sbaglio e crescendo, parlerò anch’io al plurale. L’età non si sa mai che scherzi fa. Amen.

                                                                                      © 2005  A. Bottini