(Genere:  Animali. C)                                                                      di Marino Muratore

 

 

 

La piccola farfalla dalle ali rosse, decise di partire e disse alle sue amiche più grandi: - Devo oltrepassare la collina ed andare in un prato dall’altra parte. Volete venire con me?

- Ma come sei ingenua! Lo sai che non possiamo allontanarci così tanto, viviamo così poco.- rispose una farfalla dalle ali gialle.

- E perché poi andare in un prato lontano, quando è così bello questo?- aggiunse una candida farfallina tutta bianca. Le amiche erano tornate a rincorrersi nel campo di margherite, riposandosi ogni tanto tra il polline. La piccola farfalla rossa, che era da poco nata, invece partì per la lontana cima della collina, là dove si vedevano spuntare gli alti alberi. S’inoltrò così per bui boschi dove raramente incontrava farfalle scure e che non la degnavano di uno sguardo. La piccola, provò a domandare la via alle cugine notturne, ma quelle non rispondevano. E così la neonata dalle ali rosse, punteggiate di blu quasi nero, si perse molte volte. E dopo lunghi circoli viziosi, finiva per tornare ogni volta al medesimo tronco morto.

Un bruco verde,  verde pisello, appena venuto alla luce decise di dover abbandonare subito la famiglia. E ciò, nonostante il suo corpo non fosse ancora peloso!

Ridiscese lentamente il melo, smarrendosi tra foglie nuove e vecchie, tra i nodi dei rami. Ma, per fortuna, un alito di vento lo fece cadere a terra, e così iniziò la precoce avventura. Il semplice campo gli parve una foresta con piante inestricabili, sulle quali spesso il bruco s’inerpicava, per subito scoprire che ahimè bisognava subito ridiscendere. Il  bruco verde scoprì subito quanti nemici avevano gli indifesi bruchi! Uccelli, ghiri, predatori notturni: tutti parevano impegnati in una caccia ossessiva al bruco. Ma il giovine fu fortunato: ogni volta che stava per essere mangiato, cadeva inconsapevole in un provvidenziale buco nel terreno. E così si salvò.

Nell’aia del paese si era dischiuso da pochi giorni un uovo, sfuggito grazie all’inconsueta furbizia di una gallina, al meticoloso controllo giornaliero del contadino.

Il piccolo pulcino zampettava allegramente intorno alla madre che lo guardava orgoglioso. Arrivò l’anziano agricoltore, con miglio e pane secco per il pollaio. Sorrise appena vide il piccolo pulcino, ma ormai tutte le galline s’erano avventate sul cibo, spingendosi, beccandosi tra loro, urlando il loro coccodè, sollevando minacciosamente le ali per proteggersi e fingere di aggredire. Fu in quel preciso momento che il pulcino scomparve.

La nidiata del pettirosso era stata numerosa e tutti i piccoli avevano già imparato a volare. Incerti i maschi e le femmine, sempre insieme, volteggiavano cercando bruchi ed insetti.  Il padre e la madre non li lasciavano mai soli se non quando, a turno, andavano a cercare il cibo per i figli. Quei genitori, che provavano grande amore per ogni nidiata, non s’accorsero quando il figlio più piccolo scomparve, malgrado fosse troppo giovane per sopravvivere al falco, ai gatti, alle volpi, che avrebbero fatto di lui un solo boccone. Per ore intere la madre pettirosso volò alla ricerca dell’ultimo nato ma inutilmente. E così i due genitori cercarono di consolarsi rimanendo vicini agli altri piccoli.

Uno scialle, bianco e azzurro e dalle lunghe frange, era disteso nel verde intenso di un prato. Al centro dello scialle c’era una bambina piccola, piccola piccola, di un mese di vita. La bimba dormiva serena, godeva dell’aria fresca del pomeriggio poco assolato. Le brigole, le croste lattee scomparivano grazie all’aria di campagna, mentre fame e sonno crescevano di giorno in giorno. Pochi centimetri più in là, sulla destra e sulla sinistra, i genitori la guardavano estasiati, commovendosi quando la piccola spalancava le labbra, sorrideva nel sonno, o si rannicchiava dopo essere stata molestata da nuovi rumori. In quei momenti i pugni si stringevano vicino alle orecchie e la bambina regalava un leggero eehh - prolungato, di protesta. Le ginocchia intanto si piegavano leggermente in avanti. Il fastidio durava poco e la bimba tornava distesa, tranquilla nel suo semplice fantasticare.

I genitori si sorrisero, guardandosi negli occhi. Le loro spalle s’avvicinarono, si strinsero teneramente prima di regalarsi leggeri baci sulle labbra, prima di contemplare, abbracciati dolcemente, il paesaggio per cinque minuti, per soli cinque minuti.

Ed in quei cinque minuti avvenne il miracolo. Una piccola farfalla, dalle ali rosse punteggiate di blu quasi nero, volteggiava intorno alla bambina. Si posò allegra e gioiosa sul naso di Martina. Intanto un bruco verde, verde bruco, era salito sullo scialle e si perdeva nei buchi della lana. Alla fine raggiunse l’obiettivo: accarezzò le fini gambotte della bimba. Un pulcino improvvisamente sbucò da un cespuglio e baciò teneramente la mano di Martina, con il suo becco non ancora appuntito. Fu allora che il pettirosso cinguettò allegramente mentre si posava leggero sulla pancia della piccola.

                      

Minuscoli moscerini, microscopiche api, che non desideravano pungere ma solo sfiorare con le ali, e giovani coccinelle trasformarono lo scialle in una nuova Arca di Noè. Il gioioso convivio nasceva dal desiderio di quei piccoli animali appena nati, di festeggiare la cucciola d’uomo, uno schitimiro che era molto più grande di loro. Un istinto, una sensazione, una speranza aveva spinto gli insetti, gli uccelli ed antropoidi, a rischiare la vita per cantare insieme il miracolo dell’esistenza. Era toccato a loro muoversi, perché sapevano che la piccola Martina non poteva ancora farlo.

In quella fiera dei neonati, ogni essere vivente si riconobbe nella diversità e soprattutto nella gioia di avere visto la luce del sole ed i  tramonti.

I cinque minuti erano ormai trascorsi. I genitori sorrisero appena videro la piccola farfalla dalle ali rosse, il pettirosso ed il pulcino. Si preoccuparono ingiustamente, quando scoprirono il bruco, le piccole api e gli insetti vicini alla loro prediletta. La festa era finita. La festa era finita ed ognuno doveva rifare la strada di ritorno per tornare alla propria famiglia. Tutti gli animali insieme, prima di partire, crearono un circolo magico: era il saluto per Martina. La bimba a tutti gli animali regalò un sorriso, il dono della vita ormai accomunava le giovani creature.

Chissà poi se il bruco e la farfalla, il pettirosso e la coccinella ritrovarono la loro famiglia? Io credo e spero di sì.  So solo che la mamma di Martina raccolse il piccolo pulcino e lo riportò in paese. Nell’aia il pulcino fu affettuosamente rimproverato, con il becco, dalla gallina madre.

                                                                                                                     

                                                                                                  © 2005  M. Muratore