(Genere: Umorismo. C)                                                                                      di Marino Cassini

 

 

 

Da  quando se n'era  andato in pensione  il signor Poldo  era   solito trascorrere  qualche ora della  giornata nei giardini  municipali,   bel tempo permettendo.  Aveva trovato una comoda  panchina  a   ridosso  di  un  platano  il  cui  tronco era istoriato da una molteplicità di cuoricini trafitti da una freccia e circondati dai nomi degli innamorati che li avevano incisi a ricordo dei loro incontri.

Il signor Poldo amava i giovani, forse perché lui una vera gioventù non l’aveva vissuta. Mozzo a quindici anni e poi marinaio per tutta la vita. Ecco perché godeva nell’osservare gli innamorati, ma ancor più i giochi dei bambini.

Quel lunedì pomeriggio, seduto all’ombra del suo platano, guardava incuriosito una   diecina  di   ragazzetti  seduti  a   semicerchio  sotto una magnolia dall'ampio ombrello verde, intenti   ad  un gioco che non riusciva a capire. Non era la prima volta che   il  signor  Poldo li  vedeva in quella  posizione, ma sino  a quel  lunedì non se n'era mai chiesta la ragione.

Li aveva visti arrivare, confabulare tra di loro per decidere   qualcosa  e poi uno,  evidentemente prescelto di  comune  accordo,   s'era  andato  a  sedere ai  piedi  della  magnolia su  una radice  emergente   da  terra.  Gli   altri  si  erano   seduti  sull'erba   tutt'attorno,  formando  un  ampio semicerchio.  A  tratti,  senza  parlare,  il capo che  stava seduto sulla  radice puntava il  dito   verso un compagno: quello si alzava andava al centro, girava su se   stesso  per guardare negli occhi  tutti i presenti e  poi, ad alta  voce,  pronunciava un numero... e tutti, quasi contemporaneamente,  scoppiavano a ridere.

Il designato ritornava al suo posto e il capo, terminate le risate, indicava un altro per ripetere l'operazione. 

Il nuovo prescelto si alzava in piedi, girava  su  se  stesso  per guardare tutti negli occhi, diceva un numero... e  giù risate a non finire.

E  non erano risate  a fior di  labbra, tanto per  abbozzare;   erano risate grasse, a tutte ganasce, di quelle  da  scompisciarsi e addirittura da farsi venire le lacrime agli occhi per  il gran ridere o da farsela sotto. 

Il Signor Poldo era stupito.  Che c'era tanto da  ridere nel   sentire  pronunciare un numero? Dove stava il divertimento? Alla fine  la curiosità ebbe  il sopravvento e si avvicinò al gruppetto. Pensava che  lo  avrebbero   accettato anche perché si era accorto che i ragazzi, di  tanto si voltavano dalla sua parte quasi per cogliere la sua reazione.

- Ragazzi, - disse, appoggiandosi  al tronco della magnolia,  -  già  da un po' vi osservo e sono incuriosito dal vostro gioco.   Vorreste  spiegarmelo? Sapete,  ai miei  tempi non  era  un  gioco  conosciuto. 

- Lei  come si  chiama? - chiese  il più grandicello,  quello che  fungeva da capo.    

-  Mi chiamo Poldo.     

- Vede, signor  Poldo, anche  noi l'abbiamo  osservata  spesso  e   abbiamo  notato che lei  non ha mai  riso nell'ascoltare i  nostri numeri. Tanto che io, in un primo momento, avevo pensato  che  lei   fosse un tedesco. Poi ho immaginato che non conoscesse il gioco.  

- Un tedesco! - esclamò il signor Poldo sempre più stupefatto.- E perché hai pensato che fossi un tedesco? Che hanno di strano i tedeschi?

- Si dice che siano tardi di comprendonio e abbiano la testa dura. – rispose. E vedendo il suo interlocutore continuare a scuotere la testa e a non capire, il ragazzetto aggiunse: - Mi spiegherò meglio con un esempio, signor Poldo. Un giorno, durante un funerale, proprio mentre il corteo funebre stava entrando nel cimitero, un tedesco al seguito del feretro  scoppiò   all'improvviso  in  una irrefrenabile  risata, attirandosi  gli sguardi   severi di tutti  i presenti.  Un  signore al suo fianco,  gli  diede  una  gomitata,  dicendogli:  "Si  moderi!  Le   sembra  questo  il  momento di  ridere?   E  poi cosa trova di tanto divertente da ridere durante un funerale?"  “Vede -  rispose  il  tedesco,  tentando  invano  di   soffocare  le risate  - ieri  sera a  cena qualcuno  raccontò  una divertente barzelletta, ma io l'ho capita solo adesso. Ecco perché  rido."  "Ma  siamo  ad un  funerale!"  "Ah,  sì, -  fece  l'altro, guardandosi attorno. - Ebbene, vorrà dire che piangerò domani”. Ha  capito, adesso  perché la giudicavo un tedesco? Non l'ho mai vista   ridere ai nostri numeri. 

Prima che potesse rispondere, una ragazzetta del gruppo intervenne:

- Questa è nuova, capo, segno novantacinque?.

- Vada per novantacinque, Lucetta. Tutti d’accordo? – aggiunse guardando i compagni

Tutti annuirono.

Il signor Poldo continuava ad essere tra le nuvole.

- Se ho ben capito – disse dopo aver riunito le poche idee che gli erano venute, - io per voi sarei simile ad un tedesco a scoppio ritardato perché non rido quando qualcuno di voi pronuncia un numero, vero? E  perché dovrei ridere! Piuttosto, mi volete spiegare perché voi ridete a crepapelle quando uno si diletta con la tavola pitagorica?

- Vede, signor Poldo, - gli rispose il capo del gruppo  con  l'intonazione di  voce di chi  vuol far comprendere  qualcosa ad una persona dura comprendonio,  - esistono giochi fisici, come correre, saltare, lottare,  tirar calci ad un pallone, e ci sono dei giochi mentali. Il  nostro  è un  gioco mentale. Noi  abbiamo formato un  club e l’abbiamo  battezzato "Il  club della  risata".  Ognuno  di noi,  per entrare  a farne parte, ha  portato delle barzellette cui  abbiamo dato un numero progressivo. Quando ci riuniamo, nominiamo un capo. Oggi è toccato a me. Il capo si siede sulla radice sporgente della magnolia, chiamata "La radice   della risata", indica uno dei presenti, quello si alza,  viene  in   mezzo,  guarda negli occhi  gli amici e  poi pronuncia un  numero.   Tutti  i presenti,  conoscendo già il contenuto della  barzelletta abbinata a  quel   numero,  se la ricordano e scoppiano a ridere. Molto semplice. Non c’è bisogno di usar  parole, che spesso non ti vengono. Si tratta solo di pronunciare un numero e di ricordare.

Ma guarda tu che cosa hanno escogitato questi mocciosi! Ah questa sì che è una trovata divertente.’

- Sentite, - disse, - potrei partecipare anch'io al gioco,  anche se non sono iscritto al vostro club?

Il  capo,  seduto  sulla  "radice  della  risata",  guardò presenti e tutti chinarono il capo.

- Mozione approvata, signor  Poldo. Lei può  partecipare.  Adesso tocca a lei. Racconti pure la barzelletta.

Il  signor Poldo, impettito, si pose al centro del gruppo, guardò ad uno ad uno negli occhi tutti i presenti e poi, con voce chiara, disse:

- Centododici.

E rimase in attesa delle risate… che non vennero. Stupito si voltò verso il capo, anche lui serio in volto e gli chiese:

- Perché non ridete?

- Perché sino ad oggi  le nostre barzellette sono solo novantacinque. Alla centododicesima non siamo ancora arrivati.

'Ecco perché‚ - pensò il signor Poldo - la ragazzina  poco  fa ha detto di contrassegnare col numero novantacinque la barzelletta sul tedesco raccontata dal capo, ancora sconosciuta a tutti i presenti. Che sciocco non averci pensato!’

- Va bene, ragazzi. Non lo sapevo - si scusò. - Mi  date  un'altra possibilità?

- Vada per un altro tentativo.

'Stavolta non sbaglio - pensò il signor Poldo che  ormai  era entrato  nello spirito del gioco. - Stavolta vado sul sicuro: dirò un  numero  sotto il novantacinque.' E a  voce  alta, dopo   aver guardato i presenti ad uno ad uno, con un sorriso sulle labbra, gridò:

- Cinquantacinque!

Silenzio di tomba.  Nessuno  rise,  nessuno  fiatò,  anzi i ragazzi si guardarono l’un l’altro con una certa aria di disgusto.

- Oh bella! – fece il signor Poldo che cominciava a sentirsi come un pesce fuor d’acqua in mezzo a quei ragazzini. – Oh bella! – ripeté – perché non avete riso? Non era divertente quella barzelletta?

- La numero cinquantacinque è molto divertente, signor  Poldo,  - gli  spiegò  il capo. -  Ma vede, c'è  modo e modo  per  raccontare  le barzellette.  I veri artisti accompagnano  sempre le parole con gesti,  modulano le  frasi, fanno  della pause  al  punto  esatto, gettano qui un sorriso, là un ammiccamento con gli occhi, finché non arrivano alla battuta finale.  Lei, signor Poldo, ha pronunciato il numero in modo sciatto, senza metterci il cuore, senza partecipare. E’ come se lei fosse entrato in una panetteria e avesse chiesto: “Un panino, prego!” Nessuno avrebbe riso, come nessuno ha riso quando ha pronunciato quello squallido "Cinquantacinque".  No, signor Poldo, mi spiace dirlo, ma  lei  le barzellette non le sa proprio raccontare.

Il   povero   signor  Poldo  uscì  dal  cerchio  e  si  avviò mestamente verso l'uscita del parco.   Mentre si allontanava sentì uno dei ragazzini dire:

- Cinquantacinque!  

Seguì una risata totale che fece ondulare persino le grosse foglie della magnolia.

                                                                                                © 2005  M. Cassini