(Genere: Leggenda nordica sul Natale. B)                                                                                     di Marino Cassini

 

 

    Una furiosa tormenta di neve era scoppiata proprio nel giorno più corto dell’anno, quando la pallida  luce solare durava pochissimo. Da tre giorni la tormenta non accennava a calmarsi, ma nessuno all’interno dell’igloo di Titarti se ne curava. In quell’ambiente circolare, protetto tutto all’intorno da pelli di orso e di foca, le emozioni si erano susseguite con ritmo frenetico. Dapprima la bianca stanza in cui viveva tutta la famiglia era stata pervasa dalla gioia dopo che Kasiak aveva dato alla luce un bel maschietto. Nel vederlo sgambettante, posato su una morbida pelle d’orso, sul volto solitamente corrucciato di Titarti si era disteso un largo sorriso.

“Un maschio finalmente! – aveva subito pensato. – Braccia su cui in futuro la famiglia potrà contare”. Lo aveva preso tra le mani e lo aveva alzato verso l’alto come la tradizione voleva. Poi, a voce alta, aveva esclamato:

- Pupliluk! Ecco, gli darò il nome di Pupiluk, come mio nonno!

Quel giorno nell’igloo di Titarti si stava stretti perché da tutte le parti erano giunti parenti e amici a portare doni per il neonato e per la madre. Ma poi le cose non erano andate come previsto e alla gioia erano subentrati il timore, l’ansia, la preoccupazione.

Il giorno successivo a quello della nascita Pupiluk si era rifiutato di succhiare il latte materno. E la linfa vitale che da Kasiak avrebbe dovuto riversarsi nel figlio si era interrotta.

- Chiama lo sciamano. Lui saprà che cosa consigliare, - aveva subito suggerito la suocera.

- Che vuoi che se ne capisca lo sciamano! – aveva risposto cupamente l’uomo. Titarti non aveva mai creduto nelle arti magiche di quell’individuo  anziano che viveva alle spalle di tutti solo perché aveva ereditato, si diceva, qualche potere dai suoi antenati. Ma per accontentare la suocera e la moglie che piangeva, lo aveva fatto venire.

     Lo sciamano era venuto con tutti i suoi ammennicoli; aveva sparso per terra tutto attorno a Kasiak ossicini di foca e amuleti di varia foggia; aveva acceso una specie di minuscolo lume con olio di foca che mandava attorno un fumo puzzolente (“Serve a cacciare gli spiriti”- disse) e infine con grasso di balena aveva unto la fronte del piccolo Pupiluk, la sua boccuccia e il seno di Kasiak. Ma a nulla erano valse tutte quelle operazioni e tanto meno le parole misteriose che avevano accompagnato il rito.

- L’ombra del giorno più corto dell’anno continua a soggiornare su questa casa, - aveva concluso dopo aver visto inutili i suoi sforzi. – Devi allontanarla. Tu preghi poco i nostri dei, Titarti. Tu devi invocarli, - gli aveva ordinato lo sciamano. E poi aveva aggiunto: - E per guarire tuo figlio dovrai sacrificare loro il tuo cane più giovane.

Titarti aveva ascoltato lo sciamano, lo aveva ricompensato, come esigeva la tradizione, donandogli una pelle di renna e alcune statuette in osso da lui scolpite con perizia e pazienza. Quando se ne fu andato, non fece alcun commento e tanto meno ribadì la sua sfiducia in quell’uomo: avrebbe inutilmente allarmato la sua famiglia.

Quanto poi a sacrificare agli dei uno dei suoi cani non ci pensò neppure. I cani facevano parte della famiglia ed erano per lui un aiuto indispensabile per la sopravvivenza in quella terra sempre ghiacciata. No un cane no! E poi, non capiva come la morte di un cane potesse costringere suo figlio a succhiare il latte. Assurdo!

Pensò solamente di lasciar trascorre un altro giorno. Forse si trattava di un malessere passeggero e Pupiluk avrebbe ripreso  succhiare. Il giorno passò e il neonato con gli occhi socchiusi continuò a rimanere inerte, appoggiato al petto di Kasiak.

La vecchia suocera, biascicando le parole, perché la sua bocca era completamente sdentata a causa delle molte pelli di animali uccisi da lei  masticate coi denti per ammorbidirle, suggerì:

- Si dice che in paese abiti una donna molto saggia. Usa sistemi diversi dal nostro sciamano. Dicono che abbia salvato molti bimbi e so per certo che ha salvato la vita della figlia di tua sorella, quando fu colpita da quella strana malattia che la faceva deperire. Perché non portate il bimbo da lei?

- Il paese è lontano molte miglia, madre, e con la tormenta che sta soffiando e non accenna a placarsi, non ce la faremmo mai a raggiungere il paese.

Titarti, curvo, si aggirava nello stretto spazio dell’igloo, torcendosi le mani.

- Marito mio, - si decise ad un tratto Kasiak – non crederai che io guardi mio figlio morire senza tentar nulla! Se quella donna in paese ha salvato la figlia di mia sorella, io andrò da lei. La tormenta non mi spaventa.

E, senza più  tergiversare, cominciò a sistemare il bimbo in una specie di comodo sacco a pelo e a indossare una pesante pelle d’orso.

A Titarti non rimase che preparare la slitta, imbrigliare i cani che se ne stavano accucciati al riparo nel lungo tunnel di neve che permetteva di uscire dall’igloo.

Quando Kasiak col figlio tra le braccia fu sistemata sulla slitta, avvolta in un mucchio di pelli per tenere  lontano il freddo pungente, e Titarti fece schioccare la frusta, parve che la tormenta cominciasse a placarsi. Il viaggio sarebbe durato ore e l’uomo pregò che il tempo non peggiorasse, altrimenti avrebbero corso il rischio di perdere l’orientamento e di smarrirsi in quel deserto di ghiaccio.

Ma le preghiere non andarono a buon fine perché, cambiando improvvisamente direzione, il vento si mise  a soffiare di traverso, rallentando la corsa dei cani e rovesciando nugoli di neve fresca sulla slitta.  Kasiak teneva stretto a sé il figlio e gettava occhiate impaurite tutto all’intorno.

Il paesaggio era spettrale, la visibilità poca e Titarti faceva fatica a scorgere e ad evitare i i cumuli di neve ghiacciata che il vento ammassava lungo il cammino. Sebbene avesse completa fiducia nei suoi cani, cominciava a temere il peggio. Contava soprattutto su Imin, il samoiedo capomuta, un animale ottimamente addestrato. Imin possedeva un istinto infallibile che gli permetteva sempre di evitare di misura i pericoli e di aggirarli.

- Moglie, - disse ad un tratto Titarti, urlando nella tormenta per farsi sentire, - temo di essermi perduto.

- Affidati ai cani. Loro sanno dove andare – gli rispose la moglie, stringendo il bimbo con forza.

Titarti non rispose. Non c’era altro da fare: bisognava confidare nell’istinto degli animali, sebbene ci fosse sempre un limite. Infatti in quel momento la tempesta aveva raggiunto l’apice della, violenza. Il vento soffiava con insolito vigore; lampi di luce, simili a strisce infuocate, solcavano il cielo illividito e, stranamente, almeno così parve a Titarti, quelle strisce parevano dirigersi verso una sola direzione, quella verso la quale la muta dei cani trascinava la slitta. L’uomo, in passato, aveva già assistito ad un fenomeno simile. Aveva spesso visto delle aurore boreali e tute quelle luci non lo avevano spaventato. Ma quella volta avvertì una strana sensazione Anche i cani sembravano affascinati da quei bagliori intensi e si lasciavano guidare verso quell’unica direzione che i lampi in cielo indicavano.

D’un tratto, come ad un ordine prestabilito, la muta cominciò a rallentare e andò a fermarsi vicino ad un alto cumulo di neve. Ma non si trattava di ghiaccio ammassato dalla tormenta. Era un igloo isolato. Un insperato aiuto e rifugio in quella solitudine.

Forse attirato dal rumore dei cani che abbaiavano all’unisono, Kasiak e Titarti videro d’un tratto apparire, strisciando fuori dal tunnel dell’igloo, un uomo avvolto in pesanti pelli il quale, non appena vide la muta degli animali e la slitta, fece subito loro cenno di seguirlo. Non se lo fecero ripetere.  Kasiak, col bambino in braccio strisciò per prima tra la neve fino a sbucare nella stanza interna dove l’accolse una giovane donna che teneva pure lei tra le braccia un bimbo molto piccolo. Dopo aver sistemato i cani al riparo all’interno del tunnel, anche i due uomini le raggiunsero.

Titarti diede uno sguardo tutt’attorno. Vide poche suppellettili appoggiate alla parete rotonda. In quella famiglia non regnava certo l’agiatezza. La donna sedeva su una morbida pelle in mezzo alla stanza e un bimbo seminudo dormiva tra le sue braccia. Dietro di lei, col dorso appoggiato al muro stava una renna dalle cui froge uscivano piccole nubi di vapore. Un grosso cane se ne stava accovacciato a destra della donna e fissava il bimbo che questa reggeva.

- Mia moglie Marik, - disse l’ospite. – Ha da poco partorito il suo primo bimbo, - continuò. – Voi siete i primi visitatori e siamo felici di avervi ospiti in un momento come questo. Io mi chiamo Gioak. Avete scelto un tempo tremendo per  mettervi in viaggio! – notò Gioak. E la sua osservazione suonò come un velato rimprovero-

Ma quando vide il bimbo che Kasiak teneva stretto al petto e Titarti ebbe spiegato la ragione, non poté che approvare.

- Purtroppo la tormenta vi ha portato lontano dal paese – disse quando seppe dove erano diretti – e dovrete riposare un  poco, prima di rimettervi in viaggio. Qui avrete tutta la nostra ospitalità e il mio igloo è vostro

Titarti lo ringraziò con un ampio gesto della mano

Le due donne stavano intanto parlando tra di loro. Marik aveva offerto il seno al figlio che l’arrivo degli ospiti aveva svegliato e il bimbo stava succhiando avidamente. Kasiak guardava  la madre e il bimbo con una punta di invidia. Anche il suo Pupiluk si era svegliato e, pur avendo accostato la bocca al capezzolo, non lo stringeva tra le labbra. Pareva non avesse la forza di farlo

- Perché? – esclamò a voce alta quasi con rabbia. – Perché? Eppure sembra sano. Il colorito è roseo. Non capisco. Non è mai accaduto a nessuno, che io sappia. Speriamo che la donna che abita nel paese riesca a curarlo.

- E vi siete messi in viaggio con questa sola speranza?

- Che altro potevamo fare!

Per un  poco più nessun parlò e, tranne il piagnucolìo di Pupiluk, non si sentiva altro suono. La spessa parete dell’igloo non lasciava penetrare alcun rumore esterno.

- Dallo a me – disse ad un tratto Titarti alla moglie. Non sopportava sentir piangere suo figlio. Lo prese dolcemente tra le braccia e cominciò a ninnarlo.

A Kasiak, che per tutto il viaggio aveva tenuto stretto al seno il figlio, dopo averlo affidato al marito, sembrò che le fosse venuto a mancare qualcosa di vitale e si voltò verso Marik. Quella capì e, sorridendo, le disse:

- Vuoi cullare il mio bimbo?

Kasiak fece cenno di sì col capo. Prese il neonato e lo strinse a sé. Era piccolo, sembrava una piuma, eppure lo sentiva gravare pesantemente sul petto. Il piccolo teneva gli occhi aperti. Erano azzurri, di un azzurro intenso, simile a quello che di rado si vedeva nel loro cielo sempre ammantato di nubi o di nebbia. Agitava le mani e tra le minuscole dita sembrava volesse racchiudere tutto il mondo. Marik le aveva detto che era nato da poco, eppure il bimbo già sorrideva. Un piccolo sorriso che pareva illuminare tutto quell’ambiente dalle pareti ghiacciate

Il cane continuava a guardarlo, quasi in adorazione, e così pure la renna, rannicchiata a terra. All’improvviso il bimbo avvicinò la bocca al seno della donna, quasi volesse succhiare. Kasiak guardò Marik come per chiedere consiglio. Da due giorni Pupiluk non aveva succhiato il suo latte e il seno turgido le doleva. Marik assentì col capo e Kasiak lasciò che il bimbo dagli occhi azzurri si saziasse da lei.

“ Dunque, - pensò – non è colpa mia se Pupiluk non mangia. Credevo che qualche spirito  maligno avesse gettato su di me una maledizione, ma non è così. Il mio bimbo deve essere ammalato. Se solo riuscissimo a raggiungere subito il paese e la donna che fa i miracoli”.

Pupiluk, intanto, si era calmato. Non piangeva più. Titarti avrebbe voluto ridare il figlio alla moglie, ma in quel momento era impegnata ad allattare un bimbo non suo. E, vedendo Marik tendere le braccia verso di lui, le affidò il bimbo e rimase a guardare quelle due madri intente a ninnare l’una il figlio dell’altra.

Pupiluk pareva sentirsi al sicuro tra le braccia calde che lo circondavano e, dopo essersi guardato attorno, aprendo e stringendo le minuscole mani, cominciò a tenderle verso il petto di Marik.

Sempre sorridendo, la donna scostò la pelliccia e gli offrì il seno.

Kasiak, Titarti e Gioak guardavano

Pupiluk cominciò a succhiare. Succhiò avidamente, a lungo e poi si addormentò.

Il miracolo che Kasiak aveva desiderato e sperato si era avverato. Se maledizione c’era stata sul suo bimbo, qualcuno  o qualcosa l’aveva rimossa.

Il silenzio dell’igloo fu interrotto da una voce proveniente dal tunnel. Qualcuno chiedeva di entrare. Un uomo, una donna e un bimbetto, avvolti in ampie pellicce penetrarono in quello spazio già ristretto. Tenevano dei fagotti tra le braccia.

- Abbiamo saputo. – disse la donna. – Il verso dell’orso e le luci dorate che corrono nel cielo hanno annunciato una nuova nascita e siamo accorsi per portar doni.

Posarono fagotti per terra e li sciolsero.Contenevano morbide scarpette di pelo, una pelle di foca, pesce salato, una minuscola bambola intagliata in un osso.

- Altri stanno giungendo – aggiunse il nuovo arrivato. – Quando da noi nasce un bimbo, bisogna far festa. I figli sono un dono del cielo.

Gioak li fece accomodare a terra su pelli distese. Titarti e Kasiak si accorsero che con i nuovi venuti lo spazio si era alquanto ridotto e se altri visitatori erano in arrivo, tra poco qualcuno avrebbe rischiato di dover attendere fuori dell’igloo.

Loro non erano venuti per far festa. Erano capitati per caso. Non avevano portato doni: in compenso ne avevano ricevuto uno immenso. Ringraziarono i loro ospiti e, accompagnati da Gioak, strisciarono nel tunnel e uscirono all’aperto.

Li accolse il silenzio. La tormenta era improvvisamente cessata e sebbene il cielo fosse ancora ricoperto di nubi e solcato da lampi, non tirava più alcun alito di vento. Gioak li aiutò a preparare la slitta, ad attraccare i cani, a sistemare Kasiak e il bimbo sempre addormentato sulla slitta. Poi, abbracciato Titarti, li guardò allontanarsi veloci alla volta del loro lontano igloo. Di andare in paese non c’era più bisogno.

Titarti taceva. Si limitava solo a schioccare la frusta per aria anche se non ve n’era alcuna necessità perché Imin, il samoiedo bianco, volava veloce come il vento.

- Kasiak, - domandò ad un tratto l’uomo, - siamo stati a lungo nell’igloo di Marik e nessuno mi ha detto quale nome hanno dato al bambino. Tu lo sai?

- Sì, me lo ha detto Marik: lo hanno chiamato Jesuit.

            Titarti voltò il capo per guardare la strada percorsa. Una landa innevata, bianca. Uniche tracce i due solchi lasciati dalla slitta e le orme dei cani.  Laggiù, in lontananza, in direzione dell’igloo di Gioak, Marik e Jesuit, si vedeva nel cielo un chiarore giallo, dorato che si andava sempre più estendendo. Sembrava una stella immensa che illuminava tutto il cielo.

                                                                                                                                © 2005  M. Cassini